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Medio oriente

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L’Arabia Saudita a capo del Consiglio O.N.U. per i Diritti Umani

L’Arabia Saudita a capo del Consiglio O.N.U. per i Diritti Umani

Il Regno dell’Arabia Saudita non ha mai firmato la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani; nel 2015 ha sentenziato più di 100 esecuzioni capitali; ha commesso e celato i suoi crimini di guerra commessi in Yemen; è una monarchia assoluta teocratica in cui vige la sharia seguendo il wahabismo - quell'indirizzo religioso che interpreta il Corano strettamente alla lettera; e sempre l'Arabia Saudita è stata nominata, grazie al supporto sotterraneo del Regno Unito, Capo del Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (CDU) per il 2016. La nomina, definita da tantissimi "scandalosa" alla luce del pessimo curriculum del Regno saudita in tema di diritti umani, rischia di compromettere la credibilità dell'organismo internazionale e frustrare in nuce ogni speranza di un reale miglioramento della tutela dei diritti umani nel mondo.

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Speciale Iran: il caso Jabbari nell’indignazione internazionale

Speciale Iran: il caso Jabbari nell’indignazione internazionale

Reyhaneh Jabbari è stata condannata a morte perché senza perdono dai parenti del suo sex ofender, vittima di un un regime androcentrico che dà alla parte offesa, attraverso la Qisas, il potere della discrezionalità della pena. Fatto terribile e inaccettabile; in quanto un'onta alla giustizia, all'umanità e alla civiltà.

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Afghanistan: le violenze delle forze internazionali sui civili e la giustizia negata

Afghanistan: le violenze delle forze internazionali sui civili e la giustizia negata

Le operazioni militari condotte in Afghanistan dagli Usa e dalla Nato in questi anni hanno portato all'uccisione e al ferimento di migliaia di civili. Le vittime e le loro famiglie solo raramente sono state risarcite. “Esortiamo l’esercito americano ad indagare immediatamente tutti i casi documentati nel nostro rapporto e tutti gli altri casi in cui sono stati uccisi i civili”, ha precisato Richard Bennett, direttore di Amnesty International per l’Asia Pacifico, “Le vittime e i familiari meritano giustizia”.

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La nuova immigrazione: sfruttamento del lavoro e abusi sessuali nei Paesi arabi

La nuova immigrazione: sfruttamento del lavoro e abusi sessuali nei Paesi arabi

In Qatar ed in molti paese del Medio Oriente, ricchissimi di petroli, città e infrastrutture sono state create con una manodopera straniera sottopagata, priva di tutela e legata al proprio datore di lavoro dall’istituto del “Kafala” (garanzia). Quest’ultimo è basato su un sistema di reclutamento assurdo nel quale l’ufficio di collocamento del paese d’origine trova un datore di lavoro disposto a sponsorizzare il lavoratore che non può più cambiare posto di lavoro per tutta la durata del contratto. L’istituto del Kafala esprime, in realtà, un concetto preso a prestito dall’Islam, una specie di tutela per gli essere inferiori che ora varrebbe per la donna e per gli immigrati. Originariamente richiamava “una tutela o una delega di autorità parentale”, applicabile ai figli minorenni abbandonati fino al raggiungimento della maggiore età.

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I bambini siriani vittime di orrori indicibili

I bambini siriani vittime di orrori indicibili

I bambini in Siria sono vittime di “orrori indicibili”. Lo afferma il primo rapporto dell’Onu sui minori nei tre anni di guerra in Siria (Report of the Secretary-General on children and armed conflict in the Syrian Arab Republic”), redatto alla fine di gennaio. Il paragrafo riferito alla violenza sessuale (“Sexual violence against children”) contiene, poi, precise accuse nei confronti delle “Government forces” siriane che non possono non provocare un deciso intervento degli organismi internazionali di tutela giurisdizionale.

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L’ Arabia alle donne: niente ginnastica a scuola! L’ennesima follia, ma il Re dice basta.

L’ Arabia alle donne: niente ginnastica a scuola! L’ennesima follia, ma il Re dice basta.

A Riyadh, capitale dell'Arabia Saudita, è stato emesso, per mano delle potenti autorità religiose, un decreto che vieta a Raha al-Moharrak, e alla stragrande maggioranza delle ragazze di praticare attività fisica a scuola. Nonostante ciò la al-Moharrak, una graphic designer di 27 anni che ormai si è stabilita a Dubai, sfidando sé stessa e le autorità, si è preparata e nel maggio 2013 ha scalato l'Everest: è stata la prima saudita a fare un'impresa di questo genere. Lei ha voluto dare una svolta per far vedere che le donne saudite stanno ampliando le loro vedute, ed è così che si è guadagnata il consenso della stampa locale ed ha dichiarato con molto entusiasmo: "Non si può fermare il cambiamento", la generazione più giovane sa esattamente cosa c'è là fuori. Tutto è a portata di mano.".

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Diritti delle donne in Afghanistan: conquiste e timori di involuzioni futuri dei loro diritti nel paese

Diritti delle donne in Afghanistan: conquiste e timori di involuzioni futuri dei loro diritti nel paese

L’attuale e il precedente Segretario di Stato americano: John Kerry e Hillary Rodham Clinton, hanno dichiarato che qualsiasi tipo d'accordo di sicurezza futura in Afghanistan dovrà obbligatoriamente rispettare i diritti delle donne e conservare i progressi che sono stati fatti, dalla società afghana, in tale campo. Sarà così ? E perchè? Scopriamolo insieme con una riflessione sugli ultimi discorsi e dibattiti dei leader americani.

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ANCORA DIVIETO DI GUIDA ALLE DONNE IN AFGHANISTAN

ANCORA DIVIETO DI GUIDA ALLE DONNE IN AFGHANISTAN

Arabia Saudita: potesta sospesa per le attiviste saudite contro il divieto di guida alle donne; la causa pare sia dovuta a minacce governative. Il 23 ottobre il ministro dell’Interno aveva avvisato che se la protesta fosse andata avanti, le autorità avrebbero risposto “fermamente e con la forza”. Ci troviamo oramai nel XXI secolo , ma, come afferma Rothna Begum, ricercatrice di HRW per i diritti umani delle donne, “è difficile credere che esistano ancora delle barriere ad ostacolare il diritto alla guida per le donne”. Ma così è, in Arabia Saudita.

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Uguaglianza formale uomo-donna: la Banca Mondiale delinea i paesi più sproporzionati e discriminatori

Uguaglianza formale uomo-donna: la Banca Mondiale delinea i paesi più sproporzionati e discriminatori

La Banca Mondiale, il mese passato, ha stilato un rapporto fondamentale, per appurare i progressi della parità di genere in 143 paesi; ponendo uno sguardo particolare sugli ultimi due anni, però contestualizzando i mutamenti dal 1960 ad oggi.Il documento rileva che, benché parecchi Stati hanno raggiunto un buon livello di parità di genere, in molte altre vaste zone del mondo, nello specifico in Medio Oriente e in Africa Sub-Sahariana, la legislazione vigente continua a favorisce la discriminazione di genere.

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