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Russia: quasi un anno di carcere prima che inizi il processo

Trattamenti inumani e degradanti – sentenza Vyatkin c. Russia, 11 aprile 2013

Sette mesi in carcere prima che inizi un processo. Sette lunghi mesi in condizioni intollerabili. La giustizia in Russia sembra essere un concetto ancora molto astratto: tempi processuali lunghissimi, incertezza della pena, inottemperanza delle basiche garanzie processuali. Semen Viktorovich Vyatkin è l’ennesima vittima di una giustizia inefficiente e di un sistema carcerario pessimo, ove i detenuti oltre a scontare una pena sono sottoposti a condizioni degradanti. Un problema, quest’ultimo, che si sta diffondendo a macchia d’olio, trasversalmente, in tutta Europa.

I FATTI  – Semen Viktorovich Vyatkin è un membro del Partito Nazionale Bolscevico, partito fuori legge in Russia. Il 14 dicembre 2004 lui ed altri 40 militanti del partito, occuparono la sala d’attesa del palazzo dell’amministrazione National Bolshevik Partypresidenziale a Mosca. Con questo gesto vollero denunciare le inadempienze della Costituzione compiute dal Presidente russo, V. Putin, lanciando volantini dalle finestre.  Dopo circa un’ora e mezza la polizia irruppe nella sala e li arrestò.
Nei giorni successivi la Corte Distrettuale Khamovnicheskiy di Mosca ordinò la detenzione del ricorrente, accusandolo di rovesciamento violento dello stato, e sottolineando il pericolo di una potenziale fuga.
Il periodo di detenzione, inizialmente concordato di 2 mesi, venne successivamente esteso, fino all’ 8 dicembre 2005 (quasi un anno di detenzione!). Le motivazioni di questa decisione furono incerte e basate su un potenziale rischio di fuga o tentativo di ostacolare la giustizia.

Il processo iniziò nel luglio 2005; in questa data il ricorrente presentò una domanda di rilascio, che però venne respinta, poiché la sua detenzione venne ritenuta legittima. Anche nei mesi successivi il ricorrente e gli altri imputati presentarono altre richieste di rilascio, che però vennero tutte respinte; fino a quando l’8 dicembre 2005 il ricorrente fu dichiarato colpevole per disordini di massa dalla Corte distrettuale di Tverskoy, e rilasciato in libertà vigilata per 3 anni.
Durante l’anno di detenzione nel carcere preventivo di Mosca, il ricorrente fu costretto a vivere in condizioni spaventose. La cella era troppo piccola per contenere lui e gli altri detenuti, che erano 8, e quindi sovraffollata. Se non bastasse la loro cella era anche infestata da scarafaggi e in condizioni igienico-sanitarie pessime. L’acqua calda per l’unica doccia a settimana spesso non era disponibile. Il cortile dove passavano circa un’ora ogni giorno era troppo piccolo per tutti i detenuti.

Dopo che aver subito un tale trattamento, il 10 aprile 2006, il ricorrente presentò un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti Umani, lamentando la violazione degli articoli 3 e l’articolo 5 paragrafo uno e cinque della Convenzione. Lui sostiene, in particolare, di essere stato sottoposto a trattamenti degradanti, in forza di una detenzione ingiustificata, durante l’anno in carcere, e che non sia stato rispettato il principio della ragionevole durata del processo. Perciò chiede un risarcimento di 1 milione di € a titolo di danno non patrimoniale.

dfdIl GOVERNO – si oppone alle richieste del ricorrente.  Sostiene che la la dimensione della cella dove è stato detenuto il ricorrente fosse in conformità della legge ed era fornita di servizi igienici adeguati. Inoltre, affermò che il ricorrente avesse un proprio letto e che gli veniva fornita la biancheria da letto regolarmente. In particolare fornì alla Corte dei certificati che illustrano la situazione del carcere, indicando le dimensioni delle celle e il numero di detenuti per ogni cella.

Richiedendo il Governo in fine che il ricorso non fosse ritenuto ricevibile a causa del mancato esaurito delle vie di ricorso interne, condizione essenziale per adire la Corte Europea

LA CORTE – ritiene non attendibili i documenti allegati dal Governo, in quanto i dati risultano cancellati ed evidentemente modificati. Inoltre, il numero totale di detenuti per ogni cella non corrispondevano al totale dei detenuti del carcere. Pertanto non potette constatare la veridicità delle affermazioni del Governo in quanto non supportate da prove attendibili. Riscontrò dunque la violazione dell’art. 3 della CEDU, in quanto le condizioni di vita nella cella erano sufficienti a causare disagio, sofferenza e a suscitare nel ricorrente sentimenti di angoscia e di inferiorità tali da umiliarlo e degradarlo. La Corte ritiene, inoltre, che le autorità estesero la detenzione del ricorrente per motivi che, anche se rilevanti, non possono essere considerati come sufficienti e pertanto dichiarò anche la violazione dell’art. 5 CEDU paragrafo 3, secondo cui ogni persona detenuta ha diritto di essere giudicata entro un termine ragionevole o di essere messa in attesa del processo. Predisone, in fine, che lo Stato russo debba risarcire il ricorrente di € 6 mila a titolo di danno non patrimoniale.

Il caso appena esaminato rappresenta l’ennesimo fallimento della Giustizia in Russia. Il militante russo oltre ad essere stato trattenuto in carcere 7 mesi, prima che iniziasse il suo processo, non ha per di più ricevuto adeguate motivazioni che giustificassero la misura di prevenzione a cui è stato soggetto. La sua detenzione è durata per quasi un anno, prima di essere rilasciato in libertà vigilata, in condizioni tali che di certo non dimenticherà facilmente. Molto spesso le vittime di ingiustizie o addirittura di gravi reati vedono i colpevoli fuori dalle carceri troppo presto. Altre volte i colpevoli di lievi reati subiscono violazioni palesi dei loro diritti basici e vengono detenuti anche per molti mesi ingiustamente. Forse bisognerebbe trovare un giusto equilibrio rispettando i diritti basici di ognuno.

La sentenza è reperibile qui: Vyatkin c. Russia, 11 aprile 2013

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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