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Serbia: Il diritto alla retribuzione di un lavoratore è nelle mani di una giustizia arbitraria

Diritto a un equo processo – Sentenza Anđelković v. Serbia, 9 Aprile 2013

Cosa può fare un lavoratore per rivendicare il suo diritto alla retribuzione se l’azienda in cui lavora sta incontrando delle difficoltà finanziarie tali da non poter adempiere ai propri doveri fiscali? Può bastare la sola impossibilità ad adempiere dell’azienda a giustificare il mancato pagamento delle retribuzioni ai suoi dipendenti?
In Serbia, un paese in cui vige una legislazione piuttosto chiara su questo specifico istituto del diritto del lavoro, è stata la stessa “bocca della legge” a disattenderla, venendo chiaramente meno nel suo aspetto tassativo, comportando invece un’applicazione del tutto arbitraria.

IL CASO – Il ricorrente è un cittadino serbo, il Sig. Milomir Andelkovic. Il percorso che lo porterà innanzi alla Corte Edu trae origine dai curiosi risvolti di un procedimento interno che lo vede contrapposto al suo datore di lavoro. Il Sig. Milomir Andelkovic lavora presso la società Z. Contro di essa, il ricorrente deposita un’istanza per ottenere il pagamento di un’indennità volta al ristoro di un danno ben preciso: la società Z lo ha retribuito con uno stipendio inferiore rispetto a quello dovuto sulla base del contratto collettivo adottato dalla società e non gli ha retribuito un periodo di ferie. Il Tribunale di primo grado si pronuncia a favore del ricorrente pur rilevando che la società Z non aveva retribuito diversi lavoratori in ferie in quello stesso lasso di tempo non retribuito al Sig. Andelkovic. La motivazione presentata per giustificare questo mancato pagamento fa leva sulle difficoltà finanziarie incontrate dalla società madre. Il dato viene ritenuto non rilevante ai fini della decisione adottata che si riferisce così esclusivamente e favorevolmente al Sig. Andelkovic. Ma la Corte distrettuale sembra non vederla proprio allo stesso modo: accettare la domanda del ricorrente, infatti, significava riconoscergli un trattamento più favorevole rispetto a quello riservato ai suoi colleghi che come lui non erano stati retribuiti durante il periodo di ferie! Sulla base degli stessi motivi, anche ricorsi successivi di altri dipendenti della società Z vengono così rigettati, ma la Corte di Belgrado, che nel frattempo è divenuta la corte competente in appello, ribalta due delle sentenze di rigetto intervenute in precedenza, riconoscendo ad alcuni colleghi del Sig. Andelkovic il pagamento della retribuzione dovuta durante le ferie e rilevando l’errore di diritto commesso dalla corte di primo grado nel rendere il giudizio.
Proprio per il mutato orientamento delle Corti questi decide di ricorrere a Strasburgo: in violazione dell’Art 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, il Tribunale di ultima istanza aveva respinto la sua richiesta per l’ottenimento della retribuzione dovuta, relativa al periodo di ferie, per motivi che non erano stati poi corretti in diritto, a differenza di quanto invece era accaduto a favore di alcuni suoi colleghi innanzi al Tribunale di Belgrado.

Il Governo sostiene che i fatti in esame non prefigurano una violazione dell’Art 6 Cedu insistendo sulla coerenza del primo tribunale intervenuto in appello, per quanto questi fosse giunto a una conclusione diametralmente opposta rispetto al Tribunale di Belgrado. Viene quindi avallata come coerente la decisione del primo tribunale di secondo grado di rigettare le domande del ricorrente sostenendo inoltre che le differenze rispetto a quella che è stata poi la sentenza adottata dal Tribunale di Belgrado non sono da intendere come profonde e di lunga durata.

CORTE EDU – La Corte ricorda innanzitutto che non rientra tra i suoi compiti occuparsi dell’interpretazione della normativa nazionale. Lo fa solo nei casi di evidente arbitrarietà, laddove si osserva che i giudici abbiano applicato la legge in un modo manifestamente erroneo giungendo a conclusioni arbitrarie e/o alla stessa negazione della giustizia. Per quanto riguarda il caso di specie, il Tribunale ritiene applicabile l’articolo 6. In particolare, la Corte osserva che il diritto del lavoro serbo in materia di retribuzione delle ferie non è vago e ambiguo, ma prevede chiaramente i casi in cui i dipendenti hanno diritto a tale retribuzione. Il giudice di primo grado, sulla base dei fatti, aveva stabilito che il Sig Andelkovic avesse diritto alla retribuzione. La Corte Distrettuale ha annullato tale sentenza in appello e ha respinto la domanda del ricorrente senza nemmeno fare riferimento ai fatti e al diritto del lavoro così come presentato dal giudice di primo grado sulla base della considerazione che accettare la domanda del ricorrente significava riservargli un trattamento più favorevole rispetto a quello dei suoi ricorrenti che come lui non si erano visti retribuire il periodo di ferie. Tuttavia questo ragionamento viene ritenuto dalla Corte di Strasburgo privo di fondamento giuridico, basandosi piuttosto su un’affermazione astratta completamente al di fuori di qualsiasi controllo giurisdizionale. Inoltre sembra essere del tutto assente una connessione tra i fatti accertati, la legge applicabile e l’esito del procedimento. Il Tribunale ritiene pertanto che il comportamento della Corte Distrettuale sia paragonabile a un diniego di giustizia e ritenendo che non sia stato garantito al ricorrente un equo processo accerta la violazione dell’Art 6 Cedu. Tuttavia, pur dichiarando la violazione dell’Art 6, la Corte rigetta le domande di equa soddisfazione del ricorrente, essendo le richieste intervenute dopo la scadenza dei termini.

Diversi sono gli spunti degni di nota emersi dalla sentenza in esame.
Un lavoratore in ferie ha diritto alla retribuzione. La retribuzione si atteggia come dovere se riferita al datore di lavoro, quel dovere a cui egli è tenuto a fronte della prestazione resa dal lavoratore. Prestazione lavorativa che si rende comunque irrinunciabile presupposto anche per la retribuzione durante il periodo di ferie: se la ratio della possibilità di godere di un periodo di ferie è proprio quella del recupero delle energie psico-fisiche usurate dal lavoro è evidente che la prestazione lavorativa debba effettivamente esserci stata. La vicenda, tra l’altro, si colloca in un contesto legislativo dove sembra non essere lasciato alcuno spazio al dubbio: allora perché mai un giudice dovrebbe adottare una sentenza disattendendo del tutto la legge e invocare una distorta immagine del principio di uguaglianza e di non discriminazione a motivo della sua decisione? Viene indubbiamente veicolata una forte arbitrarietà: rigettare un caso sol perché non si vengano a creare situazioni di disparità è senza dubbio iniquo se si pensa che invece a motivo dell’accoglimento vi sarebbero delle giustificazioni innanzitutto giuridiche oltre che conformi al comune senso di giustizia.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Anđelković v. Serbia del 9 Aprile 2013.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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