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L’Italia guadagna tempo, contestando la condanna sulle carceri della Corte Europea

Tra l’Italia e la Corte di Strasburgo vige una tregua. Un pò giuridica, un pò politica, ma sempre una tregua. E come tale va rispettata. Dopotutto qualsiasi tregua non offre molte alternative a chi la vìola..

DetenzioneCome confermano le decisioni della Corte assunte in questi mesi – anche le ultimissime di oggi e di Martedì scorsola Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sospeso l’esame di tutti quei ricorsi che  i detenuti italiani -costretti in celle di 3 metri quadrati, dentro strutture fatiscenti e sovraffollate, e, in generale, versando in condizioni di detenzione indegne – hanno presentato contro lo stato italiano. La Corte EDU non li tocca, lasciando che la pila di quei ricorsi diventi sempre più alta, ma non lo fa senza ragione. Ha chiarito le condizioni: abbiamo un anno – a partire dalla sentenza pilota Torreggiani e altri c. Italia dell’8 Gennaio 2013 – per rendere vivibili le nostre carceri. Altrimenti non avremo più diritto di tener lì dentro chi ha violato la legge: detenerli oltre sarà essa stessa una violazione della legge e una violenza contro i loro diritti. Una vera e propria violenza di Stato.

Ma le autorità italiane, che pure nelle prime e spontanee dichiarazioni – penso al ministro Cancellieri, ma non mancava neanche il Presidente della Repubblica – sembravano convinti della necessità di risolvere il problema,  ora tentano di aggirare quell’impegno, e lo fanno in Zona Cesarini (la sentenza sarebbe divenuta definitiva a giorni). È di oggi la notizia che l’Italia – che qui agisce nel suo potere esecutivo, cioè per il tramite del Governo – ha chiesto il riesame della sentenza pilota del Gennaio scorso, perché la Grand Chamber – queste sono le intenzioni – modifichi la sentenza di primo grado.

Ma qual è la speranza? Ritrattare questa tregua, con condizioni meno incisive sullo status quo? Allungare il brodo e svilire le legittime richieste dei detenuti? Far sì che cambi tutto per non cambiare nulla, come sempre si fa qui in Italia?

Il Ministro Cancellieri parla di un ricorso che ha un “impianto interlocutorio” e servirebbe a dialogare con la Corte per meglio capire quali misure dovremo adottare. L’unica cosa certa è che finché non sarà deciso il caso, l’Italia bloccherà il conto alla rovescia: si sospende il termine di un anno concesso dalla Corte, che decorrerà nuovamente soltanto quando sarà adottata la nuova sentenza.

Una soluzione come un’altra per guadagnare tempo, ma di certo non la migliore. La Romania, anche lei inguaiata per le prescrizioni di una sentenza pilota della Corte di Strasburgo, ha scelto invece la strada della chiarezza: ha chiesto una proroga e l’ha ottenuta – le è stata concessa proprio una settimana fa – Giovedì 4 Aprile. Ma non ha negato le proprie responsabilità e adesso si sta rimboccando le maniche per ottemperare ai propri obblighi.

E noi invece cosa stiamo facendo? Facciamo ricorso in Grande Camera, discolpandoci da ogni responsabilità e tenendoci occupati nelle sale di giustizia. E nelle carceri cosa cambierà? Forse niente, perché è già tutto apposto. Non sono uno stupido, ma mi adeguo: dopotutto il negazionismo è un a strategia come un’altra, che piace molto al nostro Governo..

Attendiamo comunque di conoscere se la stessa Grande Camera – in un collegio ristretto  formato da 5 giudici, secondo l’articolo 43 della CEDU – accoglierà l’istanza dello Stato italiano, aprendo le porte ad un nuovo processo, o la rigetterà come del tutto infondata.

Per approfondire:

Carceri, l’Italia impugna la sentenza della Corte europea di Strasburgo

Carcere: collegamento con Rita Bernardini sulla sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo

La prassi seguita dalla Grande Camera per decidere sulle richieste di rinvio presentate ai sensi dell’art. 43 del regolamento di procedura da www.duitbase.it

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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