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Il diritto negato della libertà di espressione: Russia condannata

Libertà di espressione – Reznik v. Russia, 4 aprile 2013

Per quanto ancora si potrà raccontare la verità senza rischiare di essere denunciati per diffamazione? Qual è il confine invalicabile dell’interferenza consentita? E’ in gioco la libertà di espressione, ed in Russia non si va tanto per il sottile.

IL CASO – Il sig. Reznik presidente del Moscow City Bar (ordine degli avvocati) di Mosca, il 25 dicembre del 2003 è ospite del talk show “Il paese e il mondo”. Libertà di espressioneDurante la trasmissione l’avvocato prende le difese della sua collega, la sig.ra A. L’avvocatessa infatti, nel 2003 dopo aver incontrato un suo cliente in carcere, viene subito fermata dalle guardie e perquisita, poiché sospettata di avere con sè documenti e materiali non autorizzati che poco prima il suo assistito le aveva, brevi manu, consegnato.

L’avvocato A. viene sottoposta ad una perquisizione completa, tant’è che vengono controllati anche i suoi effetti personali, e molto cambia se a fare ciò sono degli uomini e non una persona dello stesso sesso, in questo caso una donna, secondo il Codice di Procedura Penale.

Di lì a qualche giorno il Ministero della Giustizia chiede al Moscow City Bar di radiare l’avvocato A. proprio perché ha agito in violazione del codice deontologico degli avvocati. Ed ecco che il ricorrente, come già poc’anzi menzionato, in qualità di Presidente del Moscow City bar, si discosta e critica pubblicamente la richiesta espressa dal Ministero. E lo fa per l’appunto anche nella trasmissione televisiva, durante la quale denuncia sia l’insostenibile ingerenza delle guardie carcerarie (uomini), che le modalità poco ortodosse con le quali la perquisizione stessa è stata condotta: “Le guardie hanno  frugato il corpo dell’avvocato A.”

Ma la vicenda non finisce certamente qui, infatti l’8 gennaio del 2004 i secondini B. e F. denunciano il sig. Reznik per diffamazione, sostenendo di aver proceduto semplicemente ad una ispezione.

La Corte Distrettuale respinge, perché infondate, le argomentazioni dei proponenti, in quanto il convenuto non ha mai menzionato alcun nome “tanto meno i nomi della parte  attrice”, o alcun riferimento diretto tale da ledere l’onore e la dignità dei proponenti stessi. In Appello però la sentenza viene ribaltata, ed il sig. Reznik condannato al pagamento di 20 rubli a titolo di risarcimento per danno non patrimoniale.

LA CORTE EDU – Il Sig, Reznik ricorre in Corte Edu per denunciare “la restrizione spropositata del suo diritto alla libertà di espressione” e ricorre ex art.10 CEDU.russia bandiera

La Corte infatti dovrà valutare se l’interferenza che effettivamente, come afferma, c’è stata, sia in ogni caso “necessaria in una società democratica“. In prima analisi bisogna considerare il luogo, il contesto in cui Rezink ha espresso le sue perplessità sulla vicenda, ovverosia un programma televisivo. Si intuisce, spiega la Corte Edu, che, a contrario, ben diverso sarebbe stato parlare ad una platea di giurisperiti, di fronte alla quale non poco peso avrebbe avuto la parola “frugare” anziché la parola  “ispezione”. Secondo la Corte Edu, infatti,contrariamente a quanto afferma il Governo russo, il ricorrente non avrebbe dovuto usare “una meticolosità particolare nella scelta delle parole“.

In secondo luogo, detta Corte non ravvisa, nel caso di specie, un nesso oggettivo tra le dichiarazioni oggetto di impugnazione e la persona del sig. Reznik, e cioè il fatto che il ricorrente avesse volto diffamare proprio quelle guardie carcerarie. E’ necessario – continua Corte Edu – che ciò sia lampante, immediatamente percepibile dall’uomo comune, sarebbe impensabile definire diffamatorie delle affermazioni solo sulla base di una “mera congettura personale o di una percezione soggettiva“.

In ogni caso i giudici di Strasburgo, riguardo le dichiarazioni del ricorrente, non trovano alcun elemento che consenta di identificare i querelanti, dal momento che Reznik nelle sue dichiarazioni li ha semplicemente chiamati “uomini”.

Per tali ragioni, considerato che il Tribunale di Mosca in Appello, non ha esaminato correttamente la vicenda, totalmente incurante del “conflitto tra il diritto alla libertà di espressione e la tutela della reputazione“, la Corte Edu conclude che il ragionamento seguito dai giudici nazionali è nettamente distante dal garantire una tutela al ricorrente Reznik . Vi è pertanto una violazione dell’articolo 10 CEDU.

Ancora una volta il gioco mal riuscito delle Autorità russe oltre a scatenare l’indignazione generale, si scontra col pugno duro della Corte Edu, che torna a ribadire l’essenza ultima e indispensabile della libertà di espressione per una società democratica.

La sentenza originale è reperibile qui:  Reznik v. Russia del 4 aprile 2013

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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