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Austria.Le perizie della difesa non sono ammesse ma l’equo processo è garantito.

Equo processo – Sentenza C.B. v. Austria, 4 Aprile 2013

Il giusto processo è un concetto giuridico dalle molteplici sfaccettature. Questa volta, ad essere sottoposto alla lente accorta dei giudici di Strasburgo è il sistema delle perizie tecniche e delle testimonianze nel procedimento penale. Un uomo austriaco condannato per reati sessuali e di droga si considera vittima di un processo iniquo: le perizie e le testimonianze da lui richieste non vengono ammesse in giudizio. E’ realmente minato il suo diritto alla parità delle armi in giudizio secondo l’art 6 CEDU?

IL CASO –Nel 2005 il signor C.B. è accusato di tentati abusi sessuali e di reati di droga. Nel corso del procedimento penale condotto dal Tribunale Regionale Krems Donau sono nominati esperti neurologi e psichiatrici per stabilire se sia necessario inviare l’imputato ad un istituto per criminali malati di mente. Il parere scritto della consulenza giudiziale esprime la diagnosi di un disturbo delle preferenze sessuali, di pedofilia e disturbo narcisistico della personalità, con un rischio alto di ricaduta. Il parere dell’esperto neurologo e psichiatra interpellato dalla difesa disegna un quadro parzialmente diverso delle condizioni dell’imputato: pedofilia omosessuale, disordine delle preferenze sessuali e crisi di maturità sessuale sarebbero i principali disturbi di cui soffre; è escluso il disturbo narcisistico della personalità e anche il tasso di recidiva per abusi sessuali su bambini viene riscontrato da basso a moderato, a contrario di quanto stabilito dai consulenti tecnici d’ufficio. Poiché il parere dell’esperto privato della difesa non è preso in considerazione, nonostante le richieste di ammissione nel procedimento, l’avvocato del signor C.B. chiede che tale esperto sia interrogato come testimone, insieme ad altre tre persone. Ciò al fine di dimostrare che l’imputato non ha avuto difficoltà a creare relazioni con una sufficiente empatia e senza il bisogno patologico di controllo sugli altri; inoltre anche i fatti sui cui la consulenza giudiziale ha fondato i propri pareri sono stati inesatti e incompleti, secondo la difesa. Tuttavia, il Tribunale Regionale rigetta tale richiesta: non è chiaro a quale titolo l’esperto della difesa debba essere esaminato, in particolare perché i testimoni sono soggetti chiamati a esprimere le proprie osservazioni sui fatti al fine di garantire l’assunzione di prove, e non per rendere dichiarazioni riguardanti prove legali o a giudizi di valore. La competenza riguardo esame e valutazione dell’imputato deve essere rimessa esclusivamente alla Consulenza Tecnica d’Ufficio. Il Tribunale regionale Krems Donau condanna il signor C.B. per tentati e consumati abusi sessuali di bambini e giovani e per reati di droga, a due anni di reclusione. Inoltre, è reputato probabile che l’imputato possa commettere reati della stessa specie, a causa del suo disturbo  mentale e delle sue tendenze pedofile. La difesa ricorre alla Corte di Vienna chiedendo anche l’ammissione di una nuova perizia, ma il ricorso è rigettato: la prognosi degli esperti sul rischio di recidiva è stata convincente e la richiesta di nuova perizia non ha una reale base giuridica.

Il signor C.B. decide di adire la Corte Europea dei diritti dell’uomo, lamentando la violazione dell’equo processo secondo l’Art 6 CEDU: egli avrebbe subito un procedimento iniquo, sulla base del rifiuto dell’ammissione in giudizio del parere dell’esperto privato e in qualità di testimone e il rifiuto di consentire l’audizione di ulteriori tre testimoni chiamati dalla difesa.

CORTE EDU – L’art 6 CEDU è la norma generalmente posta a tutela dell’equo processo; nel caso di specie assume rilevanza sotto la particolare declinazione del principio di parità delle armi: a ciascuna parte nel processo deve essere data l’opportunità di presentare il proprio caso alle stesse condizioni, tali per cui una parte non si trovi in una posizione di svantaggio rispetto all’avversario. Inoltre, la possibilità di avvalersi di perizie di esperti privati e testimoni nell’ambito della propria difesa è uno degli strumenti a garanzia dell’imputato. Tuttavia, le modalità in cui ciò può avvenire devono rispondere a determinati requisiti ed essere ragionevoli e motivate. La Corte individua immediatamente delle carenze della difesa da questo punto di vista. Relativamente alle censure proposte dal ricorrente, i giudici di Strasburgo giungono a ritenere che nessuna violazione dell’art 6 CEDU è avvenuta.

Preliminarmente, la Corte osserva che non è suo compito valutare i fatti e gli elementi di prova, perché ciò spetta alle corti nazionali. Il ruolo della Corte è essenzialmente garantire che il sistema dell’esperimento dei mezzi di prova nell’ambito dei procedimenti penali funzioni con le adeguate garanzie aderenti alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Anche l’atto di ordinare o ammettere una perizia in giudizio ricade in questo discorso: l’Art 6 CEDU non prevede un obbligo, ma è il giudice nazionale che deve stabilirne la necessità. Dall’altra parte, nel momento in cui una perizia viene considerata necessaria dal giudice, la difesa può esercitare i propri diritti esaminando tale perizia, criticandola e proponendone una nuova. Tuttavia, ciò deve avvenire in aderenza al principio della buona amministrazione della giustizia e inoltre non esiste un diritto assoluto per la difesa alla trattazione orale della perizia, come richiesto anche nel caso di specie.

In particolare, la Corte sottolinea che la consulenza tecnica ufficiale del procedimento è stata nominata dal Tribunale, perciò essa deve essere considerata come indipendente e di cui il giudice si avvale nella sua attività: non vi sono ragioni che possano giustificare le accuse del ricorrente verso tale strumento giudiziale. Inoltre, a contrario di quanto sostenuto dal ricorrente, la consulenza tecnica d’ufficio ha sempre risposto puntualmente alle critiche mosse dal perito privato della difesa, anche quando è stata messa in discussione per ore dal signor C.B. e dal suo avvocato durante un’audizione orale. In merito alla seconda censura, sul rifiuto del giudice di ammettere il perito privato come testimone, la Corte lo considera adeguatamente motivato, anche perché il ricorrente aveva già avuto ampie possibilità di esercitare il proprio diritto alla parità delle armi. Lo stesso vale per la censura sul diniego si ammissione degli altri testimoni nel procedimento.  Una richiesta di tal genere in giudizio deve essere sufficientemente motivata, in quanto un soggetto che chieda l’audizione di un testimone in giudizio deve spiegare per quali ragioni può essere utile. Spiegazione che è stata carente, perciò anche tale censura è stata respinta.

Alla luce di queste considerazioni, i procedimenti penali nei confronti del signor C.B. devono essere considerati equi e aderenti alla Convenzione Europea dei diritti dell’uomo.

In conclusione, questo caso austriaco consente di soffermarci sulla centralità della motivazione in ogni atto che si svolge nel processo, soprattutto nell’ ambito dell’esperimento dei mezzi di prova, area lasciata alla organizzazione interna del singolo Stato, e sui cui la Corte di Strasburgo può intervenire solo per costatarne l’aderenza al principio del giusto processo.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza C.B. v. Austria del 4 aprile 2013.

 

 

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