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Russia: per quanto tempo il militare-padre può stare con suo figlio?

Discriminazione – Sentenza Konstantin Markin v. Russia, 22 Marzo 2012

Come già visto nell’anticipazione pubblicata di recente in questo sito (Anticipazione Konstantin Markin v. Russia), la controversia riguarda il rilascio del congedo parentale al padre militare dell’esercito: previsto per la madre di durata triennale, per il padre si riduce a soli tre mesi: ma cosa accade se fra i due coniugi sono divorziati e proprio il padre cura e ha a proprio carico il figlio?

IL CASO – Il ricorrente è Kostantin Markin, cittadino russo di 37 anni di  età e arruolato dai 28 nell’esercito, dove svolge le funzioni di tecnico nell’intelligence radio.

La sua vita familiare è piuttosto turbolenta: sposato con sig.ra Z., da questa riceve tre figli: ma proprio il giorno in cui in una sala d’ospedale vedeva la luce l’ultimo figlio della famiglia Markin, in un’aula di tribunale il giudice accoglieva la richiesta di divorzio. Siamo nel Settembre del 2005, mentre il mese successivo i due genitori firmano un accordo privato, sottoposto anche al notaio, con cui Markin si fa carico di tutti i figli della coppia, mentre la neo-divorziata Z. aiuterà il loro mantenimento con un assegno mensile; non riuscirà tuttavia a corrispondere tale assegno, a causa della retribuzione troppo bassa, sulla soglia del minimo sindacale.
Kostantin Markin vive a Velikij Novgorod, insieme ai genitori dell’ex moglie; la sign.Z invece si trasferisce a St.Pietroburgo, in cerca di lavoro.
Dopo la nascita del terzo figlio, dopo il divorzio e dopo l’accordo di farsi carico dei figli, qualcuno doveva badare al nascituro, e per questo Markin richiede al suo superiore il congedo di maternità, ma ne ottiene solo 3 mesi, contro i 3 anni riconosciuti al personale femminile.

I RICORSI INTERNI –Come vuole la regola enunciata dall’art 35 CEDU, il ricorrente esaurisce tutti i ricorsi interni, ossia affronta la questione in giudizio davanti a quanti giudici potrebbero dargli ragione. Prima il Tribunale Militare della Guarnigione Pushkin, il 9 marzo 2006, che annulla l’atto amministrativo con cui il suo superiore gli aveva negato il congedo: infatti formalmente Markin chiedeva tre anni di sospensione dall’attività militare e non tre mesi, e perciò il superiore, che della tecnica militare sarà pure un maestro ma che nel legiferare si sente un pesce fuor d’acqua, non potendo disattendere la legge, gli nega semplicemente il congedo; ora il Tribunale Militare gli riconosce il congedo, ma giusto di 3 mesi.

Poi ricorre, il 17 aprile 2006, alla Corte militare del Comando Leningradskiy, ossia nel grado d’Appello: la controparte cerca di farlo decadere dal congedo, adducendo prove e presunzioni di aiuti esterni significativi, dalla moglie e dai genitori, affinché venisse meno la ratio del congedo. La Corte infine conferma la sentenza di primo grado e afferma che “le riflessioni sulla parità tra uomini e donne … Non [potevano] servire come base per l’annullamento della sentenza di primo grado, che [era] corretta nella sostanza “.

Ricordiamo, per inciso, che mentre si sprecano le lungaggini dei ricorsi giurisdizionali, Markin si assenta dal lavoro, incorrendo in continue sanzioni disciplinari. Solo un superiore, nel 2006, sembra condividere le ragioni della sua battaglia e se ne fa interprete: decide di riconoscergli il congedo triennale. Tale congedo è impugnato davanti alla Corte militare di Garrison Pushkin, macchiato di illegittimità viene annullato; così anche il superiore è sottoposto a sanzioni disciplinari.

Infine ricorre in Corte Costituzionale, che adita nel Agosto 2008 rigetta la domanda il 15 Gennaio 2009. Il giudice supremo russo fa un ragionamento lineare: il servizio militare “è un particolare tipo di servizio pubblico che garantisce la difesa del paese e la sicurezza dello Stato, è quindi eseguita nel pubblico interesse”, quindi sono ammissibili limitazioni di libertà e di diritti per i funzionari della macchina militare; una volta giustificate le deroghe, deve poi argomentare sul trattamento differenziato tra madre e padre: non ci sarebbe alcuna discriminazione nell’esclusione dell’uomo dal congedo triennale perché se questi potessero assentarsi per tre anni dal servizio, le donne rimaste, insieme ai pochi uomini impotenti o inattivi, difficilmente potrebbero difendere il paese: insomma, la Patria ha bisogno di figli, ma combattenti e non in fasce. In ogni caso, la Corte ricorda che il militare “firmando un contratto di servizio militare […] sceglie volontariamente un’attività professionale che comporta, in primo luogo, limitazioni sui suoi diritti civili e le libertà”, e ancora che “se decide di prendersi cura del suo bambino stesso, ha il diritto di cessazione anticipata dal servizio per motivi di famiglia”.

LA CORTE EDU –  Il ricorrente agisce difronte ai giudici di Strasburgo il 21 Marzo 2006, ne ottiene una pronuncia il 7 Ottobre 2010: ma in tale pronuncia, la Quinta Sezione riconosce la violazione dell’art 14 in in combinato disposto con l’art 8, ma rigetta la domanda di equa soddisfazione, ritenendo abbastanza riparativo per il ricorrente la pronuncia di attestazione della violazione, e gli fa corrispondere dallo Stato russo la cifra di euro 200 per il risarcimento delle spese processuali.

La sentenza della Quinta Sezione è consultabile qui: Sentenza Konstantin Markin v. Russia del 07/10/2012.

Già in questo giudizio un’opinione dissenziente: quella del giudice  Anatoly Kovler, che contrasta l’esito della sentenza non perché troppo blando quanto agli effetti, ma piuttosto perché aderisce alle ragione della Corte costituzionale Russa: se si ravvisa una discriminazione, è una discriminazione positiva, volta a riconoscere non un quid minus ai militari uomini, discriminandoli con una privazione, bensì un quid pluris al personale femminile e non discriminante perché giustificato dalle particolare esigenze della macchina bellica, che certamente può sospendere le poche donne che vi lavorano ma non può tollerare un’astensione di massa del personale maschile.

LA GRAND CHAMBERIl caso è deferito alla Grande Camera, che si pronuncia il 22 Marzo 2012. La sentenza conferma la violazione dell’art 14 CEDU e dell’art 8 CEDU letto in combinato disposto, esclude ogni violazione dell’ art 34 CEDU sul diritto di ricorrere davanti alla Corte EDU, e obbliga lo stato russo a risarcire al ricorrente 3.000 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale e 3100 euro per le spese processuali sostenute; tali cifre vanno a sommarsi a quanto già ricevuto dal ricorrente ex gratia dalle autorità russe: una somma pari a sei mensilità di stipendio.

La Grande Camera argomenta la sua pronuncia e pone innanzitutto l’accento nella distinzione tra congedo di maternità, finalizzato alla salvaguardia e al recupero della donna nella fase pre e post parto, e il congedo parentale, destinato alla cura del neonato nei primi giorni di vita: se il governo russo aveva sostenuto il carattere esclusivamente “femminile” anche del congedo parentale, la Corte lo riconduce in un’ottica bidirezionale: tanto il padre quanto la madre hanno diritto, astrattamente, di godere del congedo parentale.

Ancora, la Corte sostiene che la Convenzione non si fermi alle porte della caserma, e che piuttosto il personale militare, rientrando al pari dei civili nella giurisdizione degli Stati contraenti, ha diritto alla protezione prestata dalla Carta Europea dei diritti fondamentali. La distinzione tra militari e civili non può quindi giustificare un campo oscuro di non applicazione della CEDU.

Infine, qualunque limitazione della libertà personale e familiare deve essere giustificata da ragioni particolarmente gravi, le quali devono verificarsi in concreto e non semplicemente presumersi in astratto. Nel caso concreto, il rilascio del congedo parentale trimestrale e non triennale non trovava giustificazione alcuna perché la scelta di un congedo più esteso temporalmente non avrebbe paralizzato né rischiato di compromettere la sicurezza nazionale.

DISSENTING OPINIONS – Molteplici opinioni hanno accompagnato la sentenza:

Il giudice Dragoljub Popović concorda con le argomentazioni di principio fatte dal collegio, ma ritiene che il prospetto dei fatti addotti non sia abbastanza convincente per fondare una condanna: in particolare, sottolinea una serie di ragioni per cui al divorzio non sarebbe seguita una separazione dei coniugi, il ché impedirebbe al padre di acquisire lo status di vittima: egli poteva farsi dalla moglie ed essa, e non lui, poteva richiedere il congedo triennale.
Se il giudice avrebbe escluso la violazione degli artt 14 e 8 CEDU per assenza di prove, d’altro canto avrebbe introdotto nella sentenza la violazione dell’art 34 CEDU, che vieta agli stati di opporsi in qualunque modo al ricorso del cittadino a Strasburgo; riprendendo le argomentazioni che avevano ispirato la dissenting opinion del giudice Anatoly Kovler già nel primo grado, reputa la visita del funzionario della procura militare, così misteriosa nei profili di legalità e garanzie, un atto intimidatorio dissuasivo dal ricorso in Corte EDU.

Il giudice Zdravka Kalaydjieva trova poco convincenti la tesi del Governo circa la visita di un funzionari orusso nell’abitazione del ricorrente, ritenendo che per qualunque contatto con un ricorrente davanti alla Corte EDU, lo stato nazionale debba dare la dovuta giustificazione: dissente perciò dalla maggioranza perché convinto della violazione dell’art 34 CEDU, non avendo il Governo dimostrato che le ragioni di quel contatto esulino da una finalità intimidatoria.

Il giudice  Olga Fedorova contesta il risarcimento di 3.000 euro per danno morale: questi si sommerebbe ingiustificatamente alle altra voci di risarcimento, realizzando un guadagno netto  per il ricorrente che potrebbe essere frainteso come un invito a ricorrere a Strasburgo per sole ragioni economiche e non di principio.

La sentenza della Grande Camera è consultabile qui: Sentenza Konstantin Markin v. Russia del 22/03/2012

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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