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Turchia. Nuova condanna per trattamenti inumani e degradanti.

Divieto di tortura – Sentenza Mimtaş c. Turquie, 19 Marzo 2013

E’ l’ennesima vicenda di violenze in carcere. Il caso trae origine da un ricorso presentato alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo da un cittadino turco, il signor Ayhan Mimtaş nei confronti del proprio Stato, accusato di aver violato gli Articoli 3 e 13 CEDU, riguardanti il divieto di trattamenti inumani e degradanti e il diritto a un ricorso effettivo.

IL CASO – Un cambiamento di regime carcerario da avvio a una serie di rivolte interne tra i detenuti nella prigione Ümraniye Üsküdar a Istanbul. Le forze di sicurezza sedano la rivolta e al termine dell’operazione provvedono a trasferire i detenuti, tra cui il signor Ayhan Mimtaş, nella prigione di Kandira. Il referto medico del medico del carcere riscontra immediatamente graffi sanguinanti, lividi e edemi sul corpo del detenuto che sporge poi denuncia penale nei confronti delle guardie carcerarie e della polizia per aver subito maltrattamenti durante il trasferimento da un luogo detentivo all’altro e all’arrivo nella nuova prigione.

Si sussegue una serie di rigetti della denuncia per incompetenza da parte dell’autorità giudiziaria, fino a quando non viene incaricato il comandante della gendarmeria di condurre un’indagine preliminare sulle accuse del denunciante che ritiene di essere stato maltrattato anche dopo il suo arrivo nella prigione di Kandira. L’indagine si chiude con la constatazione da parte del Prefetto di Kocaeli che le lesioni sul corpo del ricorrente sono state il risultato della sua resistenza all’operazione contro la rivolta scoppiata in carcere e che nessun abuso è stato perpetrato durante il trasferimento nell’altra struttura. Il pubblico ministero impugna tale decisione dinanzi al Tribunale Amministrativo Regionale di Sakarya, che in seguito conferma la conclusione del Prefetto. Tuttavia, un altro procedimento penale viene aperto, questa volta nei confronti di cinque guardie carcerarie del carcere di Kandira per uso della forza contro detenuti, tra cui il signor Ayhan Mimtaş. Il Tribunale penale assolve le guardie, dichiarando che non vi sono prove sufficienti per incriminarle; in seguito il detenuto avvia il ricorso per Cassazione dichiarando di essere stato picchiato in carcere e al suo arrivo a Kandira e completamente spogliato e perquisito, ricevendo inoltre pugni e calci, così come attestato nel referto medico. Lamenta anche che non è stato possibile visionare le registrazioni delle telecamere di sorveglianza della prigione che avrebbero fornito le corrette informazioni sull’accaduto. Queste, infatti, sono state cancellate. Tuttavia, la Corte di Cassazione respinge il ricorso proposto da Mimtaş, confermando la sentenza del giudice di merito.

Non avendo avuto soddisfazione delle proprie pretese a livello nazionale, il signor Ayhan Mimtaş adisce la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo lamentando la violazione dell’Art 3 CEDU che riguarda il divieto di trattamenti inumani e degradanti, e dell’Art 13 CEDU a causa della lunghezza dei procedimenti penali contro i presunti responsabili degli abusi. La Corte ritiene di dover esaminare il caso alla luce del solo Art 3 CEDU.

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CORTE EDU – Preliminarmente, la Corte respinge l’eccezione del governo che contestava l’irricevibilità del ricorso basato sul non esaurimento delle vie di ricorso interne. Quindi, il ricorso è ricevibile.

Addentrandosi nel merito, la Corte ricorda che quando un individuo è privato della sua libertà, subire una forza fisica non giustificata e necessaria costituirebbe violazione dell’art 3 CEDU. Applicando tale principio al caso di specie, i giudici rilevano che il referto medico ha mostrato chiaramente che il ricorrente presentava lesioni fisiche tali per cui risulta chiaramente che il trattamento subito rientra tra quelli inumani e degradanti vietati dall’articolo 3 CEDU. In particolare, i punti del corpo lesionati corrispondono alla versione fornita dal ricorrente sui comportamenti della polizia e delle guardie carcerarie, come ad esempio l’esistenza di edemi su entrambi i polsi, indice di aver subito manette eccessivamente strette. Pertanto, la Corte è del parere che i trattamenti subiti dal signor Ayhan Mimtaş hanno portato alla violazione dell’Art 3 CEDU.

La Turchia viene condannata a versare al ricorrente 9.750 € per il danno non patrimoniale e 3.000 € per costi e spese.

La violenza gratuita e ingiustificata, soprattutto nei confronti di coloro che già si trovano in una situazione difficile come quella di detenzione, può configurarsi come vera e propria tortura sulla scorta della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Questa vicenda assomiglia a tanti altri casi, troppi per poter essere tollerati. In particolare la Turchia non è nuova a questo tipo di censure da parte della Corte EDU: dimostrazione evidente che il detenuto non è ancora visto come persona, come portatore di diritti, ma reo da condannare in tutto e per tutto.

La sentenza originale è reperibile qui:  Sentenza Mimtaş v. Turchia del 19 Marzo 2013

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