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Russia: Nessuno può essere punito se non in forza di legge

Nulla poena sine lege – Sentenza Kasymakhunov and Saybatalov v. Russia, 14 Marzo 2013

Il caso trae origine da due ricorsi contro la Federazione Russa presentati da un cittadino uzbeko, il Sig. Yusup Salimakhunovich Kasymakhunov, e da un cittadino russo, il Sig. Marat Temerbulatovich Saybatalov. Entrambi i ricorrenti sono membri dell’ Hizb ut-Tahrir al-Islami (Partito della liberazione islamica), ossia di un’organizzazione islamica internazionale con filiali in molte parti del mondo, tra cui  Medio Oriente e Europa. Esso prevede il rovesciamento dei governi non islamici a favore di un califfato in tutto il mondo: il califfato è quella forma di governo adottata dal primissimo Islam il giorno stesso della morte di Maometto ed intende rappresentare l’unità politica dei musulmani, ovvero la Umma. Il califfo costituisce la rappresentanza pro tempore di Allah sulla terra.

I primi luoghi prescelti per l’insediamento del Partito sono quelli con una popolazione a maggioranza musulmana, e fra questi è compresa la Russia. I suoi metodi e le attività principali sono la propaganda militante islamica, in combinazione con l’intolleranza verso le altre religioni, il reclutamento attivo di sostenitori, e le attività volte a promuovere lo scisma e la divisione nella società (in primo luogo il proselitismo con un massiccio sostegno finanziario). Tale organizzazione è vietata in diversi Paesi del Medio Oriente e nelle Comunità di Stati Indipendenti, come l’Uzbekistan (Paese di origine di uno dei due ricorrenti).

La Russia, dal canto suo, ha stilato un elenco con tutte quelle organizzazioni dichiarate organizzazioni terroristiche e vieta la loro attività sul proprio territorio. Fra queste vi è proprio l’Hizb ut-Tahrir al-Islami.

terrorismo islam

IL CASO – Nel 2004 il Sig. Yusup Salimakhunovich Kasymakhunov è sottoposto ad arresto e viene avviato nei suoi confronti un procedimento penale per favoreggiamento di terrorismo, per aver fondando un’organizzazione criminale e per aver utilizzato documenti contraffatti. Interrogato dagli investigatori, il ricorrente ammette di essere un membro dell’ Hizb ut-Tahrir e di vivere in Russia sotto falso nome e con documenti d’identità falsi. Secondo lui, Hizb ut-Tahrir è un’organizzazione politica con una rigida struttura gerarchica con l’obiettivo di stabilire il califfato. I suoi membri vedono l’Islam come ideologia politica, piuttosto che un credo religioso. L’attività principale del Sig. Kasymakhunov consisteva nel parlare con la gente cercando di convincerli ad unirsi al partito, spiegando la sua ideologia e distribuendo volantini ed opuscoli riguardanti lo stesso. Egli era riuscito a reclutare cinque o sei persone che formavano la sezione di Mosca di Hizb ut-Tahrir sotto la sua guida ai quali dava delle istruzioni e degli pseudonimi, in quanto era al corrente che la sua organizzazione era fra quelle bandite in Russia. Nonostante il Sig. Kasymakhunov sosteneva che la propria organizzazione rifiutava qualsiasi tipo di armi o violenza, nella sua abitazione sono stati ritrovati dei manuali sull’uso di armi, esplosivi e veleni.

Il Tribunale di primo grado analizza il contenuto dei volantini distribuiti dal ricorrente e scopre che questi proclamavano la superiorità dell’Islam sulle altre religioni e ideologie politiche, come il comunismo e il capitalismo, e sosteneva l’intolleranza nei confronti dei non-musulmani; respingevano i principi democratici in quanto incompatibili con le norme della sharia e dichiaravano guerra ai governi che non si basavano sull’ Islam minacciando il loro rovesciamento, anche con metodi violenti. Dichiaravano anche che Paesi come gli Stati Uniti d’America, il Regno Unito, la Francia e la Russia erano stati nemici e che i loro cittadini non potevano essere ammessi negli stati musulmani, anzi potevano essere privati dei propri beni e addirittura uccisi. Per questi motivi, il tribunale condanna il Sig. Kasymakhunov a otto anni di carcere. La stessa condanna viene poi confermata dalla Corte d’Appello il 13 gennaio 2005.

Per quanto riguarda il secondo ricorrente, la situazione è sostanzialmente la medesima: il Sig. Marat Temerbulatovich Saybatalov viene accusato di essere membro dell’ Hizb ut-Tahrir e viene avviato nei suoi confronti un procedimento penale per favoreggiamento di terrorismo e per essere fondatore e membro di un’organizzazione estremista nonostante sapesse che l’organizzazione di cui faceva parte era vietata in Russia. Le sue principali attività erano quelle di gestione di alcune sezioni e di proselitismo attraverso volantini, opuscoli o riunioni – segrete – in cui venivano spiegate l’ideologia e le finalità del partito.

Da quanto risulta dalle registrazioni audio e video delle suddette riunioni, l’atteggiamento dei membri del partito non era di certo pacifico, anzi spesso i toni erano violenti rispetto a quegli Stati non islamici. Inoltre, una giuria composta da esperti in questioni religiose, politiche e linguistiche hanno esaminato sia i volantini che le registrazioni ritrovate nell’appartamento del ricorrente e hanno concluso che il proselitismo politico e religioso in nome di Hizb ut-Tahrir conteneva affermazioni radicali fondamentaliste e accettava e sosteneva l’uso della violenza e la lotta armata contro quegli Stati che non si basavano sull’ Islam. Secondo il parere degli esperti, dunque, le finalità dell’organizzazione potevano essere perseguite solo attraverso l’uso della violenza, in quanto, tra l’altro, i membri avevano inequivocabilmente rifiutato ogni partecipazione politica democratica. Il Tribunale di primo grado condanna, per questi motivi, il Sig. Saybatalov a sei anni di reclusione e il 12 gennaio 2006 tale sentenza viene confermata anche in Appello.

Esperiti tutti i ricorsi interni, i ricorrenti si rivolgono alla Corte EDU lamentando la violazione dell’Art. 7 CEDU secondo cui “Nessuno può essere condannato per un reato penale a causa di una azione o una omissione che non costituiva reato secondo il diritto nazionale o internazionale nel momento in cui è stata commessa”. Essi sostengono, infatti, che la decisione della Corte Suprema Russa che vietava la Hizb ut-Tahrir non era stata pubblicata ufficialmente e che quindi la decisione presa dai Tribunali di primo grado e di Appello si basavano su un elemento insussistente, dal momento che il divieto non era stato reso noto alla popolazione. L’illegalità dell’organizzazione non era dunque, secondo loro, né conoscibile né prevedibile all’epoca dei fatti.

Il Governo ammette di non aver reso ufficiale l’elenco riportante tutte le organizzazioni vietate in Russia al momento della sua decisione, nel febbraio 2003, (ufficialità data solo nel 2006 dopo le sentenze in Appello di entrambi i ricorrenti), ma tale divieto relativo anche all’ Hizb ut-Tahrir era stato divulgato subito dopo la decisione su dei quotidiani e online, quindi il governo sostiene che dopo tali pubblicazioni la cittadinanza era stata sufficientemente informata. Inoltre, i giudici di merito avevano attestato che entrambi i ricorrenti erano a conoscenza del divieto, così come da loro confermato e come riscontrato da alcuni documenti ritrovati nei loro appartamenti circa le critiche mosse allo Stato di vietare il loro partito.

russia bandiera

CORTE EDU – Visti i fatti, la Corte accerta che il primo ricorrente, il Sig. Kasymakhunov, è stato condannato per incitamento a partecipare alle attività di un’organizzazione terroristica in quanto violava alcune disposizioni della legge antiterrorismo considerate in combinato disposto con la legge penale russa, secondo cui il favoreggiamento al terrorismo è l’incitamento di una persona a commettere uno dei reati volti a minare la sicurezza nazionale, spaventare la popolazione o influenzare le autorità al fine di indurre lo Stato ad adottare decisioni favorevoli ai terroristi. Secondo la Corte, la legge antiterrorismo e quella penale sono formulate in modo sufficientemente preciso per consentire ad un individuo di conoscere, se necessario con adeguata consulenza legale, gli atti e le omissioni che possano provocare la sua responsabilità penale. Il giudice a quo ha stabilito, sulla base delle prove fornite dalle parti, che l’organizzazione in questione possiede tutte le caratteristiche di un’organizzazione terroristica o criminale, come definite dalle disposizioni sopra citate. Pertanto, dal momento che il Sig. Kasymakhunov poteva ragionevolmente prevedere che le attività svolte per l’ Hizb ut-Tahrir erano vietate, così come era bandita l’intera organizzazione, la Corte stabilisce che non vi è stata alcuna violazione dell’Art 7 CEDU.

Per quanto riguarda il secondo ricorrente, il Sig. Saybatalov era stato condannato per incitamento a partecipare alle attività di un’organizzazione terroristica e per aver fondato e preso parte ad un’organizzazione estremista. Anche in questo caso è necessario verificare se anche per il secondo ricorrente era prevedibile l’illegalità del proprio partito e delle proprie attività nel momento in cui gli atti sono stati commessi. Secondo il codice penale russo, “la fondazione o l’appartenenza ad una organizzazione estremista costituisce un reato penale solo se questa organizzazione è stata precedentemente sciolta o vietata da una decisione giudiziaria definitiva sulla base delle sue attività estremiste”; dal momento che la decisione del Governo relativa alle organizzazioni illecite sul territorio russo è stata pubblicata ufficialmente solo molto tempo dopo esser stata presa – e molto tempo dopo la commissione degli atti del secondo richiedente, la Corte ritiene che vi sia stata violazione dell’art. 7 CEDU. Vero è che il Sig. Saybatalov era a conoscenza che l’ Hizb ut-Tahrir era stata bandita, ma i giudici di Strasburgo sostengono che la notizia pubblicata sui quotidiani non può essere considerata alla stregua di una pubblicazione ufficiale attraverso cui deve essere specificato in modo chiaro il dispositivo di legge. In questo caso, dunque, vi è una violazione del principio “nulla poena sine lege” in quanto il ricorrente non poteva prevedere ragionevolmente che l’appartenenza all’organizzazione avrebbe cagionato la propria responsabilità penale.

La garanzia sancita dall’Art. 7 occupa un posto di rilievo nella Convenzione, tant’è che la stessa, all’Art.15, dispone che non è ammissibile nessuna deroga al principio “nulla poena sine lege”, nemmeno in caso di stato d’urgenza. L’articolo 7 § 1  indica il principio secondo cui la legge può definire un crimine e sanzionarlo, con la conseguenza che i reati e le pene devono essere chiaramente definiti dalla legge. Questa condizione è soddisfatta quando l’individuo può sapere dal testo della disposizione quali atti ed omissioni danno luogo ad una responsabilità penale, quando cioè la legge abbia quei requisiti qualitativi di accessibilità e prevedibilità.
Le norme di legge sono scritte generalmente in maniera più o meno ampia e non con un’elencazione precisa di fattispecie, e questo perché spetta alla giurisprudenza applicare ogni norma al singolo caso concreto. Ci sarà sempre bisogno di chiarire i punti oscuri per l’adattamento delle disposizioni al mutare delle circostanze; una legge soddisfa il requisito della “prevedibilità”, quando una persona è ragionevolmente in grado di comprendere quali atti o comportamenti possono essere adottati e quali no.
La sentenza della Corte EDU si è basata proprio su tale principio: verificare se i reati per cui sono stati condannati i ricorrenti sono stati definiti con sufficiente accessibilità e prevedibilità dalla legge russa.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Kasymakhunov and Saybatalov v. Russia del 14 Marzo 2013

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