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Slovenia: il diritto al contraddittorio non può essere concesso arbitrariamente

Equo processo – Sentenza Mesesnel v. Slovenia, 28 febbraio 2013

Il principio del contraddittorio esprime quella garanzia di giustizia secondo cui nessuno può subire gli effetti di una sentenza, senza avere avuto la possibilità di essere parte del processo da cui la stessa proviene, ossia senza aver avuto la possibilità di un’effettiva partecipazione alla formazione del provvedimento giurisdizionale. Il caso riguarda la negazione del diritto legittimo di ogni cittadino a partecipare attivamente a tutte le fasi del processo; perché in Slovenia il giudice a quo decide discrezionalmente se instaurare o meno il contraddittorio.

aula tribunale

IL CASO – La vicenda ha inizio la notte del 28 settembre 2004, quando la cittadina slovena Špela Mesesnel viene fermata da un agente di polizia, il quale aveva notato che qualcosa non andava dal momento che l’autovettura guidata dalla stessa non procedeva correttamente. Avvicinatosi all’auto in sosta, sente un forte odore di alcol e sottopone, quindi, la signora all’esame alcolemico. Secondo la ricorrente, nonostante cinque tentativi, il test non andò a buon fine non riportando nessun risultato sullo schermo. Il 14 ottobre 2004 la polizia slovena accusa la Sig.ra Mesesnel di aver violato la legge sulla sicurezza stradale per non aver rispettato le istruzioni per l’uso dell’etilometro, in quanto ella non aveva soffiato sufficientemente nel dispositivo.
Il 2 febbraio 2005 il giudice cita in giudizio la Sig.ra Mesesnel, ma l’atto di citazione non riesce ad essere consegnato. Due mesi dopo, viene inviato un nuovo atto di citazione, ma la signora presenta un certificato medico attestante un congedo per malattia, per cui l’udienza viene annullata.
Il 5 settembre 2005 viene notificata alla ricorrente una nuova convocazione, e a questa la signora Mesesnel informa il giudice che sarebbe stata rappresentata dal suo avvocato. Da questo momento si instaura il processo che però, per varie vicissitudini, ha il suo effettivo inizio il 9 febbraio 2006. In questa data viene ascoltato l’agente di polizia: egli testimonia che il giorno in questione aveva visto l’auto della ricorrente andare da un lato all’altro della strada e, avvicinatosi a lei, oltre ad aver sentito un forte odore di alcol, aveva notato che la Sig.ra Mesesnel era talmente ubriaca che mancava di coordinamento nei suoi movimenti. Per questo motivo, invita la signora a sottoporsi ad una visita medica, così come prescritto dalla procedura, ma lei rifiuta.
Di contro, la ricorrente dichiara che aveva seguito correttamente le istruzioni dell’agente concernenti l’uso dell’etilometro. Tuttavia, ogni volta che soffiava nel dispositivo, questo si spegneva e il poliziotto doveva riavviarlo. Ha, inoltre, dichiarato di aver rifiutato di firmare il rapporto della polizia perché l’agente si era rifiutato di aggiungere le sue osservazioni riguardo i problemi dell’etilometro, dichiarando invece dei problemi di salute – ai polmoni –  inesistenti della signora. La ricorrente chiede, altresì, un interrogatorio con la presenza di entrambe le parti.
Il 4 luglio 2006 il giudice esamina nuovamente l’agente di polizia il quale contesta in toto le dichiarazioni della signora.
Basandosi sulle testimonianze fatte dall’agente e ritenendole convincenti, il Tribunale dichiara colpevole la Sig.ra Mesesnel, alla quale, oltre ad essere multata, le viene ritirata definitivamente la patente.
Immediatamente, il 20 luglio, la Sig.ra Mesesnel si rivolge al Tribunale di secondo grado lamentando il fatto che il giudice a quo si era rifiutato di consentire il contraddittorio tra le parti; da questa decisione l’agente di polizia era stato interrogato quindi senza anche la sua presenza come controparte o di quella del suo avvocato.
Il 21 settembre 2006 la Corte Superiore di Lubiana respinge il ricorso della ricorrente, ma cambia il verdetto, dichiarando colpevole la signora per non essersi sottoposta alla visita medica, dal momento che l’esame medico era stato ordinato sulla base del solo fatto che l’imputato aveva rifiutato di firmare la relazione. La Corte d’Appello ha inoltre osservato che l’agente di polizia era stato esaminato prima che la ricorrente richiedesse l’interrogatorio, e già dalla prima testimonianza risulta che era stata ordinata la visita medica. Dunque, la Corte ritiene il secondo esame del funzionario di polizia irrilevante e che quindi i diritti alla difesa della ricorrente non erano stati violati.
La ricorrente si rivolge infine anche alla Corte Costituzionale che, però, respinge il suo ricorso.
Esperiti tutti i ricorsi interni, la Sig.ra Mesesnel si appella alla Corte EDU invocando l’Art.6 Cedu, che al paragrafo 3 prevede che “ogni accusato ha il diritto di esaminare o far esaminare i testimoni a carico e ottenere la convocazione e l’esame dei testimoni a discarico nelle stesse condizioni dei testimoni a carico”. La ricorrente lamenta, dunque, la violazione del suo diritto ad un equo processo e del contraddittorio a causa della sua incapacità di partecipare all’esame dell’ unico  e decisivo testimone, in quanto né lei né il suo avvocato erano mai stati informati circa gli interrogatori dell’agente. In aggiunta, contesta il ritiro della patente perché tale provvedimento le aveva causato notevoli disagi.

Il Governo, di contro, sostiene che in realtà l’atteggiamento tenuto dalla ricorrente era disinteressato alla causa che la riguardava, tentando di ritardare le udienze per far si che il reato cadesse in prescrizione nel giro di due anni dopo la sua commissione. Dichiara che la signora ha rifiutato di sottoporsi all’esame del giudice dopo la prima testimonianza dell’agente in cui avrebbe potuto contraddire le dichiarazioni di quest’ultimo, e conclude specificando che, come previsto dalla legislazione interna, l’esame incrociato non è un diritto assoluto dei cittadini ma è il giudice che discrezionalmente decide se effettuarlo o meno, e nel caso di specie non era stato ritenuto necessario.

slovenia

CORTE EDU – La Corte ribadisce che le garanzie di cui all’Art. 6, sono aspetti specifici del diritto ad un processo equo che devono essere presi in considerazione in ogni valutazione della congruità del procedimento. La Corte ribadisce, inoltre, che prima che un imputato sia condannato, tutte le prove contro di lui devono essere prodotte in sua presenza al fine di contraddittorio. Possono esserci eccezioni a tale principio, ma queste non devono violare i diritti alla difesa, che di regola prevedono per gli imputati il diritto di confrontarsi, appunto, con i testimoni. Le eccezioni devono riguardare situazioni gravi per cui il contraddittorio provocherebbe seri problemi alle garanzie processuali.
La Corte rileva inoltre che, nonostante la Sig.ra Mesesnel avesse fatto esplicita richiesta di un contraddittorio, non è stata informata del secondo esame del testimone; il tribunale avrebbe dovuto garantire alla ricorrente la possibilità di mettere in discussione la testimonianza dell’agente di polizia almeno al suo secondo esame, tanto più che le due versioni erano totalmente contrastanti.

Alla luce di quanto precede, la Corte EDU ritiene che non è stato presentato alcun buon motivo da parte del Governo per il rifiuto di consentire alla ricorrente la possibilità di esaminare l’unico testimone e ciò è sufficiente per concludere che vi è stata una violazione dell’Art. 6  CEDU.

Dal caso di specie, dunque, si può dedurre che il diritto al contraddittorio è un diritto che è alla base di ogni processo, superabile solo in presenza di seri motivi, che non può essere concesso discrezionalmente dal giudice. Non consentire alle parti di partecipare alle fasi del processo e, in particolare, ascoltare e contraddire i testimoni significa privare la parte di un suo diritto legittimo e inviolabile.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Mesesnel v. Slovenia del 28 febbraio 2013

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