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Italia: Giornalisti in carcere per diffamazione? La Corte di Strasburgo è preoccupata

La nostra legge sulla diffamazione è contraria ai principi della Corte Edu?

Ancora una volta l’Italia viene posta sotto l’attenta lente d’osservazione degli Organi istituzionali europei. Come già successo, in merito alla condanna pronunciata dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo sulle condizioni deficitarie e degradanti delle nostre carceri (Sentenza Torreggiani v. Italia dell’8 Gennaio 2013) a cui sono sottoposti i detenuti al loro interno, adesso è il turno del Consiglio d’Europa, che ha puntato il mirino su un’altra questione molto delicata e, più che mai attuale, presente nel nostro paese. Il tema è quello della libertà di stampa e, per non gestire la questione in modo superficiale, si è chiesto l’intervento di una commissione apposita presente tra gli organi europei: La Commissione di Venezia.

consiglio d'europa

Tutto ha avuto inizio con la Risoluzione del Consiglio d’Europa n.1920 del 24 Gennaio 2013 avente ad oggetto “lo stato della libertà di stampa nei vari paesi europei”; verificata la presenza di episodi preoccupanti all’interno del nostro paese, è stato chiesto poi alla Commissione di Venezia di predisporre un rapporto specifico e approfondito sulle condizioni italiane.

  • Qual è il contenuto di questa Risoluzione?

Il Consiglio d’Europa ha sostenuto che gli stati, “non solo devono astenersi dall’ingerirsi nella libertà di espressione dei giornalisti ma devono anche attuare misure finalizzate a garantire pienamente il contenuto dell’ Articolo 10 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo, che assicura a ogni individuo la libertà di espressione“. In questo senso è chiaro che, come avviene nel nostro paese, la previsione sul piano legislativo di sanzioni penali utilizzate in modo reiterato nei confronti dei giornalisti, limita fortemente la libertà di stampa degli stessi.
Non è stato solo l’ultimo caso in ordine di tempo, il “caso Sallusti” ad aver spinto l’organo europeo ad accendere i riflettori sulla libertà di stampa in Italia, ma tra i motivi che hanno fatto partire l’indagine nei confronti del nostro paese è da inserire anche quello relativo alle continue pressioni politiche esercitate sulla televisione pubblica; un male comunque presente anche in altri paesi, come Romania, Spagna, Ucraina e Ungheria per citarne alcuni.

  • La Commissione di Venezia che ruolo avrà?

L’organismo deputato a compiere l’indagine sull’Italia sarà la Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, meglio nota come Commissione di Venezia (dal nome della città in cui si riunisce). Questa è un organismo del Consiglio d’Europa che tra i propri compiti ha quello di essere l’organo consultivo sulle questioni costituzionali europee. Composta da esperti di diritto costituzionale e internazionale, giudici di corti supreme o costituzionali e membri di parlamenti nazionali, la Commissione non impone leggi, ma sottolinea le eventuali imprecisioni, i possibili rischi o incompatibilità tra le leggi nazionali e le norme del patrimonio costituzionale europeo. Spetta poi al paese trarre le proprie conclusioni e trovare la soluzione appropriata.

  • La libertà di stampa nell’ordinamento italiano e la sua tutela

libertà di stampa

In ambito di diritto di cronaca nel nostro ordinamento abbiamo una legge sulla diffamazione quale il Codice Rocco che risale al 1930, una legge che ai tempi in cui era stata emanata (in un contesto di stato totalitario) aveva un peso e una portata nettamente differente rispetto a quella che ha assunto dal 1948, anno di entrata in vigore della nostra carta costituzionale. Se prima infatti, la diffamazione era articolata in modo da imbavagliare la stampa e censurare automaticamente i contenuti contrastanti con il regime, adesso la stessa norma, tutt’ora vigente e inalterata, non è rimasta ancorata alla sua assolutezza ma è stata “rimodellata” in quel contesto democratico in cui si trovano gli articoli costituzionali relativi alla libertà di pensiero, di cronaca e quindi di stampa. Quello che è rimasto però identico è l’aspetto sanzionatorio. E’ prevista ancora adesso una sanzione con pena detentiva. E siamo l’unico paese occidentale in cui ciò accade!
La norma è l’Art. 595 codice penale:

“Chiunque, comunicando con più persone, offende l’altrui reputazione, è punito con la reclusione fino a un anno o con la multa fino a euro 1032Se l’offesa è recata col mezzo della stampa o con qualsiasi altro mezzo di pubblicità, ovvero in atto pubblico, la pena è della reclusione da sei mesi a tre anni o della multa non inferiore ad euro 516.”

  • Il diritto riconosciuto dalla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo (CEDU)

La tutela prevista dalla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo è invece contenuta all’interno dell’Art. 10 Cedu; Quest’articolo non fa altro che riconoscere ad ognuno il diritto alla libertà d’espressione senza che vi possa essere ingerenza da parte delle pubbliche autorità. Tuttavia, poiché l’esercizio di queste libertà comporta doveri e responsabilità, può essere sottoposto a delle restrizioni o sanzioni, necessarie qualora si tratti di bilanciare questo diritto con la sicurezza e la moralità pubblica, la protezione di diritti o della reputazione altrui.

Mettendo in relazione queste due norme ricaviamo la presenza di un forte squilibrio tra il diritto esercitato e i limiti che lo stesso incontra nel diritto alla reputazione e alla privacy. Il caso Sallusti è stato considerato per questo motivo come l’emblema di questa sproporzione. La sua condanna a 14 mesi di detenzione per diffamazione aggravata a mezzo stampa ha prodotto preoccupazione e clamore a livello internazionale, perché una pena di questo tipo è stata considerata fuori dai principi democratici. Giornalisti che vanno in prigione si hanno solo nei paesi autoritari e in quelli in cui il controllo della stampa è sottoposto al regime dello stato.

  • Il carcere come sanzione per i giornalisti è davvero necessario? 

senato italia

In Parlamento, in cui, come prassi ci si accorge dei problemi solo dopo che questi accadono, si è subito cercato di arginare in qualche modo il problema, predisponendo un’infinita quantità di disegni di legge, di emendamenti, di norme “salva Sallusti” tutte con una matrice, che è poi un interrogativo comune: nei confronti dei giornalisti “il carcere è giusto? o il carcere è ingiusto?”. Per chi considera la categoria dei giornalisti come una lobby o una casta, è chiaro che la pena detentiva rappresenta uno strumento preventivo, dissuasivo e soprattutto estremamente efficace; chi invece non ha nessun motivo particolare ad avercela contro i giornalisti e si fa portatore dei valori democratici storce il naso al solo pensiero di mettere dietro le sbarre chi fa della penna il suo mestiere. E quindi come mettere d’accordo questi due modi di pensare contrapposti? Il giudice alla fine applica la legge, ed è chiaro che questa legge è da cambiare. Ma come?

  • Prospettive di riforma

Forse è proprio dal lavoro dei giudici che bisognerebbe attuarsi per cercare una soluzione. Il “quarto grado di giudizio” attuato dalla Corte di Strasburgo ha cominciato a formare negli ultimi anni un solco via via sempre più incisivo e vincolante per i giudici nazionali, imponendoli a considerare anche aspetti della giurisprudenza Cedu (specialmente in campo sanzionatorio). Un esempio di ciò è stato dato dalla Sentenza Riolo v. Italia, 17 luglio 2008, dove a fronte di una condanna di un cittadino al pagamento di 41.000 € per una diffamazione nei confronti di un politico, la Corte Edu ha condannato invece lo Stato italiano al risarcimento di ben 72.000 € al ricorrente. La Corte in quel caso aveva ravvisato che anche una condanna ad una pena pecuniaria eccessiva può, allo stesso modo, non essere compatibile con il concetto di libertà di informazione.
I giudici di Strasburgo ci dicono con questo caso che il problema della nostra norma sulla materia non è solo relativo alla presenza o meno della detenzione, ma è anche riferito alla pena in generale, sostenendo che qualunque sanzione in questi casi, se è in grado di dissuadere chi esercita attività giornalistica dall’esercizio della sua professione o attività potrebbe finire per essere in contrasto con l’Art 10 Cedu.

diffamazione

Da questi basi deve lavorare il Parlamento; tenendo presente che non c’è un caso Sallusti ogni 20 anni, ma i casi di giornalisti condannati penalmente sono anzi all’ordine del giorno e sono monitorati costantemente da un osservatorio  (Ossigenoinformazione.it).
Se si decide di eliminare il carcere definitivamente, aggravando i valori della sanzione pecuniaria, ci potrebbero essere degli effetti paradossali e contrari come abbiamo visto comunque alla giurisprudenza della Corte Edu. Una cospicua sanzione pecuniaria nei confronti di un giornalista potrebbe infatti essere sempre pagata da un editore ricco, magari anche mandante di quell’articolo diffamatorio, e questo modus agendi però sfavorirebbe il giornalista onesto che non ha alle spalle un editore così facoltoso. Avremmo quindi anche in questo caso una sanzione in contrasto con la Corte Edu per via del suo effetto dissuasivo.

Ovviamente questa riflessione non deve però farci intendere la vicenda nel senso opposto, ovvero puntando all’eliminazione totale delle sanzioni previste per la diffamazione a mezzo stampa e “scusando” sempre il giornalista. Sarebbe chiaramente un assurdo, e si andrebbe a creare e a tutelare una sorta di “nuovo potere” nel paese. Il tutto sarebbe poi contrario anche ai principi stabiliti dalla Cedu in un’altra sentenza, la Mengi v. Turchia del 27 novembre 2012, in cui la Corte di Strasburgo ci dice che qualora un giornalista violi i suoi doveri pubblicando fatti non veri o non provati, e lo fa volontariamente andando contro le regole deontologiche, non può difendersi invocando la libertà di espressione e di stampa.

“il diritto dei giornalisti di comunicare informazioni su questioni di interesse generale è protetto a condizione che essi agiscano in buona fede, sulla base di fatti esatti, e forniscano informazioni “affidabili e precise” nel rispetto dell’etica giornalistica, e cioè nel rispetto dei “doveri e delle responsabilità” di cui al par. 2 dell’art. 10 CEDU, specie quando sia in gioco la reputazione di altri individui.”

  • Conclusioni

Riassumendo, capiamo che diventa troppo riduttivo basare la questione solo sulla semplice contrapposizione delle teorie iniziali “il carcere è giusto? o il carcere è ingiusto” perché abbiamo visto che anche una pena pecuniaria può determinare un limite alla libertà di espressione. Sarà questa la situazione che la Commissione di Venezia si troverà ad analizzare, rivolgendosi al nostro ordinamento. Il nostro legislatore dovrà sicuramente riformare la disciplina del reato seguendo anche questi spunti “europeisti” basati appunto sui contenuti e sui principi che la Corte di Strasburgo ha dettato con le sue sentenze. Dal punto di vista delle modifiche alla struttura della norma, le soluzioni sarebbero tante, si potrebbe ad esempio considerare una depenalizzazione del reato, e considerare il reato compiuto dai giornalisti come esclusivamente un illecito civile (Vittorio Feltri ha dichiarato che: l’Italia è l’unico paese “occidentale” in cui i reati che riguardano la stampa sono valutati dalla giustizia penale e non civile); si potrebbe prevedere l’istituto della rettifica in senso di scriminante del reato qualora il giornalista in buona fede sia caduto in errore sui fatti trattati. Si potrebbero intraprendere molte strade insomma, ma occorre farlo in fretta, perché adesso ce lo chiede anche l’Europa!

Per approfondire:

Sentenza Torreggiani v. Italia dell’8 Gennaio 2013 – da “Generazionezeroitalia”

Risoluzione del Consiglio d’Europa n.1920 24 Gennaio 2013- da “www.assembly.coe.int”

Osservatorio Ossigeno – da “Ossigeno per l’informazione”

Diffamazione, una legge in contrasto con le sentenze della Corte EDU – da “Valigiablu”

Il caso Sallusti, dalla querela all’arresto – da “Il Giornale” del 26 novembre 2012

 

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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