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La scomparsa di cinque pastori rimane un giallo irrisolto.Turchia condannata

Diritto alla vita – Sentenza Bozkir and others v. Turkey, 26 febbraio 2013

In Turchia, in una giornata d’agosto del 1996 si perdono le tracce di cinque pastori turchi. I terreni su cui erano soliti pascolare le greggi restituiscono solo tappeti a loro appartenuti con tracce di sangue e fori di proiettili, e niente più.  Siamo nella provincia di Hakkari, situata nella zona sudorientale della Regione dell’Anatolia Centrale. Le ipotesi su questa improvvisa scomparsa sono molteplici: rapimento, morte accidentale, ma nessuna sembra portare alla verità. In ogni caso tutte sembrano essere riconducibili verso un’unica strada: la zona è una di quelle con la maggiore presenza di curdi nella popolazione e inoltre è spesso teatro di conflitti armati tra esercito turco e gli affiliati del PKK (Partito dei Lavoratori del Kurdistan). Questa organizzazione è stata fondata alla fine degli anni ‘70 e si batte per l’indipendenza del Kurdistan dalla Turchia e per la valorizzazione del popolo curdo come portatore di una coscienza culturale e politica autonoma e distinta rispetto a quella turca. E’ considerata organizzazione terroristica a livello internazionale (anche dall’Unione Europea), perciò si può dedurre che il conflitto di cui parliamo è uno dei più aspri e sanguinari di questa antica zona dell’Anatolia. Sembra che i cinque pastori protagonisti di questa vicenda ne abbiano pagato senza dubbio le conseguenze peggiori: come spesso accade negli ingranaggi di un conflitto armato, finiscono per essere schiacciati i più umili.

IL CASO – L’iter per scoprire la verità è stato lungo e tortuoso: inizia con la denuncia di scomparsa realizzata dai parenti dei pastori pochi giorni dopo la scomparsa. Tantissime richieste di apertura d’indagine sono indirizzate ai pubblici ministeri, ma ogni speranza di arrivare a una soluzione dell’enigma sembra affievolirsi con i costanti inceppamenti delle procedure investigative da parte delle autorità turche. In particolare, le richieste rivolte ai militari vengono accolte con tiepida collaborazione, soprattutto per quanto riguarda la modalità: infatti le forze armate comunicano solo attraverso lettere, nelle quali sottolineano che i pastori non sono stati arrestati né detenuti e che la loro sorte potrebbe essere strettamente legata alle azioni del PKK, ipotizzando in alcuni casi anche un favoreggiamento dell’organizzazione da parte dei cinque.

Tuttavia, i parenti continuano a denunciare, fino a che nel luglio 2003 il pubblico ministero emette un ordine permanente di ricerca, e ordina di continuare a cercare i cinque pastori e le persone responsabili della loro scomparsa. Da quella data, gli agenti di polizia e i militari hanno regolarmente inviato informazioni alla Procura sulla loro incapacità di trovare i parenti dei ricorrenti o dei colpevoli.

Giunti a tal punto della vicenda, senza che nessun passo avanti nella chiarificazione dell’episodio sia stato realizzato, i parenti degli scomparsi si rivolgono alla Corte Europea dei diritti dell’uomo lamentando la violazione dell’Art 2 CEDU:  i ricorrenti lamentano che le autorità nazionali hanno omesso di svolgere un’indagine significativa e efficace sulla loro scomparsa; sempre nell’alveo di tale disposizione, che le forze di sicurezza turche sarebbero state responsabili della scomparsa dei cinque, minandone il fondamentale diritto alla vita.

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CORTE EDU – Dopo aver considerato il ricorso ricevibile, i giudici di Strasburgo considerano la scomparsa dei pastori come dato di fatto indiscusso. Ciò che è reso oggetto di dibattito è se i cinque pastori siano stati arrestati o meno dai soldati turchi, durante gli scontri avvenuti in quei giorni estivi.

I ricorrenti hanno fatto tutto ciò che era ragionevolmente in loro potere per sostenere le accuse rivolte contro le autorità turche. Tuttavia la Corte si trova impossibilitata a decidere se effettivamente i cinque pastori siano stati arrestati quel giorno d’Agosto, perché le autorità non hanno attuato i necessari atti istruttori e d’indagine per accertare ciò. Di conseguenza, non potendo stabilire i responsabili della scomparsa, la Corte conclude che non vi è stata alcuna violazione dell’Art. 2 CEDU sul piano sostanziale.

Tuttavia il nodo rimane e può essere sciolto solo mediante l’esame della censura riguardo all’inefficacia delle indagini interne sulla scomparsa dei parenti dei ricorrenti. A tal proposito, l’obbligo di proteggere il diritto alla vita contenuto nell’Art 2 CEDU si pone in relazione con l’Art 1 CEDU e con esso si può leggere in combinato disposto: lo Stato aderente al sistema CEDU ha l’obbligo generale di garantire a tutti coloro che si trovano entro la sua giurisdizione i diritti e le libertà enunciate nella Convenzione Europea dei diritti umani. E’ anche esplicitamente richiesto che nelle ipotesi di uccisioni di persone in seguito all’uso della forza debbano essere previste forme di indagini ufficiali efficaci, in grado di portare all’identificazione e alla punizione dei responsabili. Tuttavia, non si tratta di un obbligo di risultato, ma di mezzi: le autorità non possono essere biasimate per non aver accertato la sorte degli scomparsi, tuttavia devono apprestare tutte le misure necessarie per costruire un regime probatorio valido. In questa intricata vicenda, nessuna autorità civile ha indagato visitando il luogo in cui i pastori pascolavano le greggi al fine di raccogliere eventuali prove. In aggiunta, i pubblici ministeri che hanno coordinato le indagini non hanno mai chiamato i militari a prestare una deposizione effettiva sui fatti, limitandosi ad accettare le loro relazioni prestate mediante missive. Neanche i registri delle carceri sono stati controllati per verificare se i cinque pastori fossero stati arrestati e detenuti in tali strutture. La Corte ha già riscontrato questa prassi in altri casi accaduti nella medesima zona della Turchia: spesso le forze di sicurezza sono coinvolte in un illecito e non vengono indagate a dovere. In definitiva, l’indagine effettuata sulla scomparsa è stata inadeguata e carente. Per queste ragioni è riscontrabile la violazione dell’Art 2 nel suo aspetto procedurale.

Connesso a ciò, la Corte riscontra la violazione anche dell’Art 13 CEDU, poiché i ricorrenti non hanno avuto la possibilità di ottenere un ricorso effettivo davanti a un giudice nazionale per ottenere un’inchiesta sulla scomparsa e chiedere un relativo indennizzo.

I ricorrenti hanno lamentato anche la violazione dell’Art 3 e 5 CEDU, denunciando gli eventuali maltrattamenti subiti e la privazione della libertà degli scomparsi. A tal proposito, la Corte ritiene non vi siano le basi di fatto per sostenere le tesi dei ricorrenti e perciò ha dichiarato tale parte del ricorso irricevibile.

In definitiva, la Turchia viene condannata a versare 20.000 € a taluni ricorrenti per un totale di 60.000 ed altri 40.000 EURO divisi tra gli altri.

La Turchia è spesso coinvolta in violazioni dei diritti umani di questa portata. In virtù di una lotta senza fine al terrorismo interno portato avanti da moti indipendentisti curdi, la legge turca dimentica il garantismo, a discapito dei suoi stessi cittadini. Inoltre, il fenomeno del PKK è considerato come affare scabroso e non è oggetto di dibattito alla luce del sole nella quotidianità del paese. A tal riguardo moltissime censure vengono compiute continuamente nei confronti della stampa. D’altronde, la violazione della libertà di espressione, tutelata all’art. 10 CEDU, è stata il più frequente oggetto di condanna della Turchia da parte della Corte Europea.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Bozkir and others v. Turkey del 26 febbraio 2013

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