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Sovraffollamento carceri: piaga delle società civili. Romania condannata

Tortura e violenze – Sentenza Ciolan v. Roumanie, 19 Febbraio 2013

È l’ennesimo caso di invivibilità nei penitenziari, piaga di molti Paesi che si trovano a fare i conti con le normative europee. Cittadini costretti a scontare le proprie pene in condizioni disumane che rendono la detenzione molto più difficile e interminabile di quanto non lo sia già l’essere privati della libertà. Questa volta ad essere sanzionata è la Romania poichè non ha rispettato non solo le disposizioni comunitarie, ma nemmeno quelle previste e riconosciute da una qualsiasi società civile.

carceri

IL CASO – Il 23 luglio 2002 il cittadino rumeno Gheorghe Ciolan , a seguito di un mandato d’arresto emesso a suo nome, viene fermato dagli agenti di polizia con l’accusa di frode, falsificazione di documenti e utilizzo degli stessi. Dopo aver analizzato i documenti e ascoltato i testimoni della parte lesa, il 20 settembre 2002 il Tribunale di primo grado condanna il ricorrente a tre anni e mezzo di reclusione.
Da questo momento fino alla fine della sua detenzione (2 novembre 2004) il Sig. Ciolan viene detenuto in tre diversi carceri dello Stato e ricoverato per ben 5 volte in tre diversi ospedali.

Il Sig. Ciolan, il 18 giugno 2004 si rivolge alla Corte Europea dei diritti dell’uomo lamentando le cattive condizioni di detenzione subite. In particolare, denuncia il fatto di aver vissuto in tutte le carceri in condizione di sovraffollamento: le celle ospitavano un numero di detenuti di gran lunga superiore rispetto alla capienza delle stesse (per esempio celle con 63 posti letto per 102 detenuti) e quindi il ricorrente è stato costretto a dover dividere il letto con almeno un altro detenuto. Come se non bastasse, a rendere difficile la convivenza penitenziaria vi era anche il fatto che spesso i servizi igienici non erano né idonei né sufficienti, e addirittura in una delle carceri  i detenuti erano costretti a soddisfare le proprie esigenze fisiologiche all’interno di in un secchio che veniva poi svuotato una sola volta al giorno. Il Sig. Ciolan all’interno della cella è stato costretto anche a subire il fumo passivo proveniente dalle sigarette fumate dagli altri detenuti; a sopportare il freddo durante i mesi invernali (essendo le celle sprovviste di impianti di areazione e/o riscaldamento) e a consumare cibi di scadente qualità e in scarsa quantità.

Nell’agosto del 2003, il Sig. Ciolan si sottopone ad un esame radiologico, stesso esame da lui effettuato esattamente un anno prima,  prima dunque della sua condanna. Il risultato del più recente esame è però nettamente differente dal precedente: questa volta i medici sospettano la presenza di un tumore renale. Compiuti tutti gli altri esami necessari e confermata la presenza della tubercolosi renale, il  18 settembre 2003, il ricorrente subisce un intervento chirurgico in cui i medici praticano l’esportazione del rene sinistro. Egli, inoltre, dal 26 febbraio 2004 fino alla fine della sua detenzione, viene sottoposto al trattamento TB (trattamento della tubercolosi peritonale).

Invocando l’Art. 3 CEDU secondo cui “Nessuno può essere sottoposto a tortura né a pene o trattamenti inumani o degradanti”, il Sig. Ciolan si rivolge alla Corte EDU denunciando non solo le cattive condizioni di detenzione subite, ma sostenendo di aver contratto la tubercolosi proprio a causa di queste.

Di contro, il Governo rumeno eccepisce sostenendo che il cittadino abbia adito la Corte senza aver prima esperito tutti i ricorsi interni così come previsto dall’Art.35 CEDU; infatti, il Sig. Ciolan non ha mai esercitato azioni civili o penali contro le Autorità rumene a livello statale come avrebbe potuto fare, appellando tra l’altro, il decreto governativo n. 56/2003 (che si occupa dei diritti delle persone detenute), decreto urgente adottato a seguito delle visite compiute dal Comitato europeo per la prevenzione della tortura, il quale ha riscontrato una situazione preoccupante in molti penitenziari della Romania ed evidenziando, in particolare, il sussistere di cattive condizioni di vita, della mancanza di pareti nei bagni, mancanza di riscaldamento e una igiene inadeguata.

Per quanto riguarda, invece, la denuncia relativa alla contrazione della malattia a causa delle pessime condizioni igieniche, il Governo sostiene che, secondo la cartella clinica del Sig Ciolan, causa della tubercolosi era l’assunzione di nicotina prima della detenzione. La tubercolosi renale potrebbe essere un effetto collaterale derivante da un problema primario ai polmoni che spesso può manifestarsi con un intervallo di tempo significativo dopo l’infezione primaria e più del 50% dei pazienti con tubercolosi renale presentano normali aspetti radiografici. Dunque, per il Governo la probabilità clinica e statistica che una persona contragga la tubercolosi in carcere è molto bassa.

RomaniaCORTE EDU – Relativamente alla violazione dell’art. 35, si deve ritenere che per quanto riguarda le condizioni materiali di detenzione, né questa ordinanza, né qualsiasi altra azione civile o penale di fronte ad un giudice nazionale potevano costituire un rimedio efficace per il miglioramento della vita nelle carceri, quindi l’eccezione del Governo non può essere accolta.

Per quanto riguarda la violazione dellArt. 3 CEDU, invece, la Corte dichiara che di fronte a casi di grave sovraffollamento, questo elemento è da solo sufficiente per trovare una violazione di tale articolo. Nel caso di specie, il ricorrente ha patito, nonostante il trasferimento in diversi penitenziari, dello stesso regime di detenzione e il reclamo riguarda aspetti generali (igiene, sovraffollamento, temperatura delle celle, ecc.) La Corte conclude che il Sig. Ciolan ha vissuto per circa due anni e quattro mesi in varie prigioni dove è stato tenuto in uno spazio estremamente ridotto e al di sotto dei parametri raccomandati dal CPT (Comitato europeo per la prevenzione della tortura) e riconosce allo stesso un danno non patrimoniale innegabile, stabilendo come equa soddisfazione un importo pari a € 5400,00.

Quando capita di pensare alle case circondariali pensiamo a quelle strutture capaci di isolare e punire chi ha commesso dei reati. Senza dubbio le prigioni assolvono questa funzione, l’essere privati della libertà credo sia una delle più dure limitazioni che si possano imporre; il pensiero, però, sbagliato è quello di credere che il detenuto possa essere trattato come un oggetto, un qualcosa da chiudere in gabbia, senza esigenze né necessità, come se il suo unico cruccio sia solo lo scorrere del tempo, l’aspettare che passino i giorni e gli anni fino al momento della sua liberazione.
Ovvio che non ci si aspetti che i detenuti debbano godere di ogni comfort, ma la situazione lamentata in questo caso, come in altri già trattati, è la mancanza dei requisiti minimi per condurre una vita dignitosa, a prescindere dal luogo in cui questa debba essere vissuta. La detenzione deve far espiare la pena, ma mai limitare in nessun modo il rispetto alla vita dell’essere umano in quanto tale; il diritto a trascorrere una vita dignitosa è un diritto inviolabile di ogni cittadino e lo Stato deve esserne il garante. Se così non fosse, condannare qualcuno alla pena detentiva sarebbe peggio che condannarlo a morte.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Ciolan v. Roumanie del 19 Febbraio 2013

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