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La Corte di Strasburgo sul diritto di adozione per le coppie omosessuali

Profili evolutivi di ispirazione europea in materia di adozione: la tutela del minore quale criterio guida nella scelta adottiva

La recentissima sentenza emessa in via definitiva dalla Grande Camera dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, in materia di second-parent adoption, ovvero di adozione del figlio ad opera del partner del genitore del medesimo, tuttavia nello specifico contesto di una coppia di persone dello stesso sesso, merita un’attenta riflessione sul rilievo da attribuire alla costante evoluzione del vissuto umano in seno ai rapporti privati, fuori da qualunque ideologia e moralismo.

famigliaI giudici europei si sono limitati, in verità, a registrare il profondo cambiamento di costume ormai in atto in tutto il mondo occidentale, non solo in Europa e – sebbene non sia dato riscontrare nella giurisprudenza passata delle Corti europee nemmeno un caso intorno alla richiesta di adozione congiunta da parte di coppie omosessuali – ci avvertono della necessità di realizzare un allineamento normativo interno, in armonia con il riconoscimento dei diritti fondamentali della coppia tout court (eterosessuale, omosessuale, convivente), purché improntata al rispetto dei valori dell’assistenza morale e materiale che caratterizzano una stabile convivenza affettiva; ciò anche in ragione del fatto che, ad oggi – e traendo spunto dal particolare caso che ha condotto alla pronuncia definitiva della Grande Camera in materia di adozioni – non risultano delle valide argomentazioni di carattere scientifico che comprovino l’inidoneità della coppia omosessuale (diversamente dalla famiglia eterosessuale cd. tradizionale) a soddisfare le esigenze educative e di formazione del bambino.

La tutela della famiglia “tradizionale” coniugale viene, per certi versi, ancora considerata un fine legittimo perseguito in molti Stati europei (e non solo l’austriaco dal quale è scaturito il caso deciso dalla Grande Camera) caratterizzati da una impostazione normativa “garantista” in materia di adozione, con limitazioni di accesso per la coppia omosessuale (e di fatto), tuttavia non giustificabili per le ragioni sopra accennate in relazione all’assenza di graduatorie di “idoneità all’adozione” tra le distinte tipologie di coppia.

Sono segnali importanti che testimoniano la superiorità dell’interesse del minore ad essere educato e assistito nella crescita con equilibrio e rispetto dei suoi diritti fondamentali, indipendentemente dagli orientamenti sessuali dei genitori o dalla natura del vincolo della coppia adottiva.

Per quanto ci riguarda da vicino, un importante passo in avanti in Italia, sempre in difesa del superiore interesse del minore da adottare, si è registrato due anni fa con la sentenza della Suprema Corte di Cassazione n. 3572/2011, in cui si evidenziava che “il legislatore nazionale, coerentemente con il disposto dell’art. 6 della Convenzione europea in materia di adozione di minori, firmata a Strasburgo il 24 aprile 1967 e ratificata dall’Italia con la legge 22 maggio 1974, n. 357, ben potrebbe provvedere, nel concorso di particolari circostanze, ad un ampliamento dell’ambito di ammissibilità dell’adozione legittimante di minore da parte di una singola persona”.

La Convenzione del Consiglio d’Europa sull’adozione di minori (adottata a Strasburgo il 7.5.2008) poco prima ammetteva inoltre un’ipotesi di famiglia adottiva differente dalla famiglia coniugale così come formulata nelle leggi italiane n. 431 del 1967, n. 184 del 1983 e n. 149 del 2001.
Essa poneva quale perno fondante la disciplina dell’adozione la garanzia per l’adottato di acquisire un “focolare domestico stabile e armonioso” e, dato fondamentale, apriva all’istituto dell’adozione dei minori sia la persona single che la coppia di fatto.

Sempre a tutela del prioritario interesse del minore, la nuova Convenzione introduceva delle garanzie specifiche: il necessario consenso del padre anche quando il bambino nasca fuori dal matrimonio; il consenso del medesimo adottando, se capace di discernimento; l’estensione del diritto di adozione alle coppie eterosessuali non sposate, ma legate da un vincolo ufficiale nello Stato che riconosca tale istituzione, riservando poi, in quest’ultimo caso, ai singoli Stati – con funzione di garanzia per i diritti del minore – la libertà di modulare l’estensione del dettato normativo europeo.

Va segnalato che in Francia esiste un modello di adoption individuelle molto più aperto del nostro (che lo ammette solo nei limitati casi di cui all’art.44 L.184/1983), con riconoscimento del diritto di adottare indistintamente aux personnes seules, hommes et femmes, e con produzione dei medesimi effetti dell’adozione effettuata dalla coppia regolarmente sposata.

È evidente quanto possa rivelarsi importante oltrepassare i confini della legislazione nazionale per realizzare un confronto tra i diversi modelli normativi e, sebbene ribadita da esperti del settore l’importanza della bigenitorialità quale situazione familiare ideale per lo sviluppo del bambino, la casistica dimostra invece che non solo la dualità vada superata come elemento essenziale per la tutela degli interessi del minore da adottare, ma che la regola possa essere sostituita dal principio che “in certi casi” la idoneità di singole persone o di coppie, anche omosessuali (alla luce della sopraggiunta sentenza della Grande Camera), legate da stabili vincoli affettivi, possa realizzare comunque e al meglio l’interesse del minore.

La sentenza della Grande Camera è reperibile qui: X and Others v. Austria del 19 Febbraio 2013.

About Maria Rosaria Basilone

avvocato, cultore di diritto civile, familiarista Ami - Roma

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