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Spagna. È necessario il contraddittorio dopo lo shock di uno stupro?

Diritto ad un equo processo – Sentenza Gani v. Spain, 19 Febbraio 2013

Ogni persona accusata di un reato è presunta innocente fino a quando la sua colpevolezza non venga legalmente accertata, si sa. E il legale accertamento di quel comportamento, che viene reputato lesivo di diritti altrui, non può prescindere dal contraddittorio e quindi dalla concreta possibilità offerta alle parti di fornire la propria versione dei fatti e soprattutto dalla effettiva possibilità di difendersi, posto che il contraddittorio è proprio la sede della partecipazione delle parti al processo in condizioni di parità. Audi et alteram partem, volendo usare un noto brocardo latino.

Ma cosa succede quando una delle parti non fornisce la propria versione dei fatti davanti a un giudice? Se la testimonianza, che si rivela poi decisiva, è stata messa nero su bianco in altra sede e semplicemente letta in giudizio, il principio del contraddittorio può ritenersi rispettato?

Proprio da queste basi muove la sentenza in esame, dalla mancata possibilità del ricorrente di contestare in giudizio l’unica testimonianza che si è rivelata decisiva per la condanna a suo carico di uno dei reati per i quali era stato accusato e che egli ritiene lesiva del diritto sancito dall’Art 6 della Convenzione.

2331445826_48a9392ddcIL CASO – A ricorrere contro la Spagna è un cittadino albanese, il Signor Leci Gani. La vicenda che lo vede coinvolto ha un che di aberrante e di efferato, anche se forse nulla più di quanto le cronache non siano ormai solite fornirci, almeno sulla base del triste giudizio di chi scrive. Il Signor Gani è stato infatti accusato, tra gli altri reati, di rapimento e stupro, sulla base della testimonianza resa dalla sua ex fidanzata N. alla Polizia. Nei diversi gradi di giudizio che hanno portato alla conferma della condanna non si è potuto prescindere dalle difficoltà incontrate da N. nel rendere le proprie dichiarazioni in giudizio. Fin dalla prima udienza, infatti, il suo tentativo di testimoniare è stato bruscamente interrotto dal manifestarsi di sintomi post-traumatici di stress che hanno inficiato le sue capacità di esprimersi e di ricordare, probabilmente per l’inconscio tentativo di voler rimuovere quei gesti e quei momenti così crudi di cui era stata vittima.

Stando a quanto riportato dai giudici nazionali sappiamo che il ricorrente, Leci Gani, si era introdotto nell’appartamento di N. contro la sua volontà: l’aveva picchiata e minacciata, le aveva tagliato un dito con una lama, le aveva spento una sigaretta sulla mano e l’aveva infine rapita per il suo rifiuto di dire all’uomo dove fosse il loro bambino in quel momento. Imbavagliata, incappucciata e con mani e piedi legati era stata condotta in un altro appartamento dove si è poi consumata la violenza sessuale dopo la tortura di immergere mani e piedi in acqua gelida.

Il ritardo nella denuncia è stato giustificato dalle Corti proprio per il timore della donna di subire delle ritorsioni, ma le perizie mediche hanno confermato le lesioni e la validità della sua testimonianza resa alla Polizia è stata avallata dalla debolezza che ha invece caratterizzato, per contro, le dichiarazioni rese dal ricorrente.

Il Signor Leci Gani decide di ricorrere a Strasburgo contro la Spagna per lamentare il suo diritto a un equo processo, di cui all’Art 6 Cedu, sulla base dell’assunto di non aver avuto la possibilità di ascoltare e contestare in giudizio la testimonianza resa da N.

Il Governo ha sottolineato che l’avvocato del ricorrente era stato convocato dal giudice istruttore per l’esame della vittima ma, senza fornire una valida giustificazione, non era riuscito a parteciparvi. Ha poi sottoposto il caso alla Corte Costituzionale affinché questa si pronunciasse sulla legittimità di un giudizio deciso sulla base di una testimonianza resa in sede extra-giudiziale: la Suprema Corte ha confermato che, in casi come quello di specie in cui la vittima ha riscontrato serie difficoltà ad esprimersi in giudizio, una decisione assunta sulla base della testimonianza resa alla Polizia sia da ritenersi lecita, posto che comunque sono state adottate tutte le garanzie per il ricorrente.

2767099314_77272ba8b8CORTE EDU – La Corte ricorda che l’ammissibilità delle prove è principalmente disciplinata dal diritto nazionale e che spetta proprio al giudice nazionale valutare gli elementi di prova. Il compito della Corte è quello di verificare se il procedimento nel suo complesso, compreso il modo in cui la prova è stata assunta, risulta corretto. Tutte le prove devono essere prodotte in presenza dell’imputato in un’udienza pubblica al fine di contraddittorio. Tuttavia, l’uso di prove e di dichiarazioni ottenute nella fase delle indagini di polizia e l’inchiesta giudiziaria non sono di per sé incompatibili con l’articolo 6 Cedu, a condizione che i diritti della difesa vengano rispettati. La Corte osserva che il giudice istruttore ha tenuto un colloquio con N.: l’avvocato del ricorrente era stato regolarmente convocato, ma non era riuscito a partecipare senza fornire una giustificazione. Risulta allora evidente che al ricorrente è stata data la possibilità di confrontarsi con N. e di interrogarla, ma che il suo avvocato ha ingiustificatamente perso questa opportunità. Inoltre solo dopo innumerevoli tentativi di far rendere a N. le proprie dichiarazioni in giudizio e l’adeguata assistenza medica fornitale, rivelatasi comunque insufficiente, il giudice nazionale ha deciso di leggere, in sostituzione, la testimonianza resa da N. in sede extra-giudiziale. Tali dichiarazioni sono state lette davanti al giudice di merito e al ricorrente è stato permesso di contestare la loro veridicità, fornendo la sua versione dei fatti. L’affidabilità delle dichiarazioni N. è stata ulteriormente supportata da prove indirette, come il fatto che quando era stata rilasciata indossava abiti diversi appartenenti al ricorrente e dai pareri medici che confermavano che le lesioni personali e le condizioni psicologiche erano coerenti con il suo racconto dei fatti. L’uso di queste prove conferma che il giudice di merito aveva agito con cautela sufficiente nel trattamento delle dichiarazioni N.

Pertanto la Corte ritiene che non vi è stata violazione dell’Art 6 della Convenzione, perché la Spagna, tramite l’opera dei suoi giudici, ha rispettato il contenuto della Convenzione Europea.

Entrando nel merito della vicenda si nota quanto delicato possa rivelarsi il bilanciamento degli interessi contrapposti in sede di giudizio: da un lato l’interesse del ricorrente al rispetto del contraddittorio e dall’altro l’interesse alla tutela della vittima, posto che il prezzo da pagare è sì diverso ma comunque grave, da un lato la libertà personale e dall’altro il trauma di una donna vittima di violenza. A entrambi sono state apprestate le dovute garanzie, ecco perché il processo celebrato in Spagna, nel suo complesso, si è rivelato corretto.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Gani v. Spain del 19 Febbraio 2013.

 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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