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Turchia: Alla larga dalle manifestazioni studentesche, manganellate pure contro i passanti!

Torture e violenze – Sentenza Kemal Bas v. Turkey, 19 febbraio 2013

Può la polizia usare la violenza per far sciogliere un corteo che, nella più grave tra le condotte tenute, inneggia cori contro le forze dell’ordine? La logica ci porta a dire di no, come sembrerebbe scontato che l’utilizzo della forza da parte degli agenti debba avvenire solo come mezzo di difesa e non come strumento di attacco per imporre e indurre ad un comportamento ben preciso. Se così non fosse, non ci sarebbero più manifestazioni libere ma semplici spettacoli di marionette guidate dallo stesso identico (e imposto) copione. Per la stessa ragione di libertà, non si può pensare di chiedere alle gente comune, ai passanti, di non osservare, di non mescolarsi ai manifestanti per evitare di venire travolti in eventuali scontri tra manifestanti e polizia. Eppure una situazione simile è quella che adesso andremo a trattare.

Uno studente, durante il percorso fatto per raggiungere la sua Università, incrocia un corteo (sfociato a rissa con la polizia) e viene travolto dal marasma generale subendo maltrattamenti dagli tutori dell’ordine. Una situazione assurda, paradossale, se consideriamo che a quel corteo non doveva neanche partecipare ma era solo e semplicemente di passaggio per andare alla sua quotidiana lezione universitaria.

polizia
IL CASO – Lo studente è Kemal Bas, un cittadino turco che al momento dei fatti, nel 2005, era iscritto alla Facoltà di Lettere dell’ Università di Ege; la sua unica “colpa” è stata quella di essersi trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Una mattina come tante, si stava recando all’Università per iniziare la sua solita giornata, frequentare alcune lezioni e intrattenersi all’interno dell’edificio con i colleghi a studiare. Lo stesso giorno davanti l’ingresso della sua facoltà era stata organizzata una manifestazione in memoria di uno studente che nel 1997 si era suicidato. Era un semplice corteo che aveva ricevuto l’adesione di molti studenti e colleghi di Kemal. Con il passare delle ore al corteo si aggiungono anche gruppi di ragazzi che, come spesso accade, muniti di striscioni e inneggiano a ideali politici e sociali, “alzano un po’ i toni” di questo genere di manifestazioni.  Di fronte all’ ingresso dell’università, come prassi in queste circostanze, era stato schierato un gruppo di poliziotti ad osservare il corretto svolgimento del corteo e a controllare la situazione; una situazione che comincia a scaldarsi quando il corteo inizia a muoversi e a cantare cori contro la polizia. È questo il momento in cui la situazione sfocia in qualcosa che non ha nulla a che vedere con il concetto di manifestare liberamente. I poliziotti presenti (a cui nel frattempo erano stati mandati rinforzi)  intervengono direttamente sulla folla, intimando ai partecipanti di sciogliere la manifestazione, disperdendosi. Spruzzando acqua ad alta pressione con degli idranti e distribuendo manganellate si scagliano letteralmente contro gli studenti, obbligandoli a dividersi. Un atteggiamento di attacco e aggressivo quindi. In risposta a ciò alcuni studenti lanciano dei sassi contro gli agenti.

Qui comincia la storia di Kemal. La forza della polizia si abbatte anche su di lui, che non era neanche dentro quel corteo. Come un fiume in piena che travolge tutto ciò che incontra, Kemal nella confusione generale viene “inghiottito” in quella rissa ricevendo una grande quantità di pugni e calci e trovandosi sotto le ripetute manganellate dei poliziotti. Alla fine viene anche arrestato e preso nuovamente a pugni all’interno della pattuglia, durante il percorso per andare in caserma. Ecchimosi sparse, ematomi, escoriazioni, lesioni cutanee; questo è stato il suo bollettino medico.

Nei giorni successivi, Kemal denuncia la violenza subita, chiedendo al pubblico ministero di aprire un’indagine sulla condotta avuta dagli agenti, un atteggiamento qualificabile sicuramente come abuso di potere, totalmente immotivato, eccessivo ma soprattutto senza senso! La sua denuncia si ferma a un binario morto che sa tanto di beffa conclusiva; l’accusa nei confronti delle autorità viene fatta subito cadere, senza neanche un approfondimento da parte del ministero, addirittura gli agenti vengono assolti specificando che “avevano solamente fatto il loro compito, ovvero controllare i manifestanti”. Per Kemal invece si configura il reato di resistenza a pubblico ufficiale, capovolgendo quindi l’intera situazione;  da vittima diventa colpevole! 
Riflettendoci su, ci chiediamo su quali basi la giustizia turca ha stabilito e ha provato che Kemal faceva parte dei manifestanti e non era un semplice studente che stava entrando in aula. Ma soprattutto anche se fosse stato un manifestante, era necessario picchiarlo in maniera così eccessiva e soprattutto immotivata? Questi interrogativi sono stati portati alla Corte di Strasburgo, chiedendo ovviamente di tutelare una situazione che aveva preso la piega dell’assurdo

turchia CORTE EDU Il Governo turco, chiamato in causa, ha basato la propria linea difensiva sul semplice rispetto della legislazione interna da parte delle forze di polizia. Gli agenti quando si erano trovati vicini al corteo, avevano avvertito i manifestanti ad allontanarsi, non vedendo un comportamento simile, ma anzi venendo aggrediti, avevano reagito con un atteggiamento antisommossa preventivo, conforme alle norme di diritto e con lo scopo di prevenire disordini.
I giudici di Strasburgo hanno rilevato però come il governo non abbia fornito prove a dimostrare che determinati manifestanti (tra cui Kemal) avevano lanciato pietre agli agenti. La reazione della polizia è stata generalizzata, nel colpire tutti quelli che si trovavano in quella strada in quel momento, non facendo distinzioni tra passanti e manifestanti. Non è accettabile una cosa del genere! Il Governo ha poi omesso le informazioni che dimostrano come l’intervento degli agenti sia stato realizzato in modo da ridurre al minimo i rischi di danni fisici alla folla. Non ha detto nulla infatti sull’utilizzo degli idranti, forse per nascondere quello che anche il ministero in fondo aveva capito, ovvero che di  “operazione preventiva” in quella giornata c’era stato ben poco! Da parte della polizia c’era stato solamente un pessimo controllo di quei disordini sfociati con i manifestanti e una assurda gestione delle circostanze che erano presentate, perché ricordiamo che non si può intimare ai manifestanti di un corteo di allontanarsi, sparandogli addosso dell’acqua ad alta pressione, c’erano e ci sono altre modalità per raggiungere quello scopo!

Queste considerazioni sono bastate alla Corte per determinare la violazione dell’Art 3 Cedu, e riconoscere i danni fisici subiti dal ricorrente come una responsabilità dello stato turco derivante dall’uso eccessivo della forza attuato dagli agenti di polizia. Con la sentenza si anche stabilito che la Turchia dovrà versare entro tre mesi 9.500€ al ricorrente a titolo di risarcimento.

Il diritto di manifestare liberamente è un concetto acquisito e indiscusso all’ interno degli ordinamenti democratici e “moderni”, le limitazioni relative alla tutela dell’ordine pubblico così come gli interventi della polizia a tutela della sicurezza (concetto che abbiamo visto in questo caso essere molto discrezionale) dovrebbero restare solamente una cornice per inquadrare il tutto nei limiti del rispetto delle regole e non un pretesto per attaccare i manifestanti con la scusa di rientrare entro questi limiti.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Kemal Bas v. Turchia del 19 Febbraio 2013.

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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