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Ungheria: giudici alla ricerca del vademecum per il genitore modello

Discriminazione – Sentenza Vojnity v. Ungheria, 12 febbraio 2013

Ad un padre ungherese è persino proibito di vedere suo figlio. I motivi sono da ricercare nella sua appartenenza religiosa: non solo la famiglia gli volterà le spalle a suon di ricorsi, ma anche i giudici faranno la loro parte ammettendo perizie psicologiche parziali, e trovando dei metodi alquanto discutibili per proteggere il minore in questione. Dalla Corte di Strasburgo arriva pesante la condanna per l’Ungheria.

Budapest Piazza

IL CASO – Péro Vojnity è un cittadino ungherese e vive a Szeged, nella cui cittadina è fervido praticante della “Hit Gyülekezete “La Fede della Chiesa”,  religione annoverata nei culti riconosciuti d’Ungheria già nel 1989.

L’8 giugno del 2000, giorno del suo divorzio dalla moglie, per il sig. Vojnity iniziano una serie infinita di problemi. Il figlio dei due coniugi, nato nel  1994, inizialmente viene affidato alla moglie, e al ricorrente Vojnity viene concesso il diritto ad incontrare il bambino.

Ma Vojnity non potendo tollerare una simile situazione, presenta una mozione nella quale chiede che vengano ridefiniti in sede giurisdizionale i suoi diritti di genitore. La prima istanza viene respinta il 13 ottobre del 2003 e poi una seconda il 20 giugno del 2004, le motivazioni addotte dalla Corte riguardano oltre che il dannoso allontanamento del bambino dal suo “ambiente sociale”, anche la condizione sociale del ricorrente inadatta a favorire l’educazione del figlio.

Nel 2006 la ex moglie del ricorrente perde l’idoneità ad occuparsi del bambino, e per cause non specificate nella sentenza, le Autorità competenti affidano la tutela al fratello maggiore dello stesso fanciullo, pur mantenendo il ricorrente gli stessi diritti ottenuti in precedenza.

Poco tempo dopo lo stesso fratello presenta un ricorso per privare il padre Vojnity dell’unico diritto a lui attribuito, ossia quello di incontrare sporadicamente il figlioletto.

Si apre a questo punto un procedimento in Corte distrettuale. Viene nominato infatti nel 2007  uno psicologo, che nel suo parere, pur non avendo ascoltato in nessun tempo il ricorrente, ma soltanto il figlio ed il fratello, attesta che a causa del suo forte senso di appartenenza all’ordine religioso Hit Gyülekezete è Vojnity “inidoneo a contribuire alla normale crescita del figlio”.

Ma c’è di più, dal momento che per il tribunale gli incontri tra il ricorrente e suo figlio “erano di natura vessatoria e dannosi per il bambino“, la stessa Corte distrettuale rimuove ogni diritto di Vojnity ad vedere il bambino. Tale decisione verrà confermata in Appello.

LA CORTE EDU – Abbastanza chiaro è il motivo del ricorso in Corte EDU, secondo il ricorrente infatti l’accesso ai suoi diritti in qualità di genitore vengono 3054485062_ae19c58873modulati in base all’appartenenza religiosa, che sembra essere fattore dirimente ed invalicabile.

Si delinea ovviamente da parte di Vojnity, sia la denuncia della violazione ai sensi dell’art. 8 CEDU in combinato disposto con l’art.14 CEDU e dunque il rispetto al diritto alla vita familiare e il divieto di discriminazione, sia la violazione dell’art.9 CEDU riguardo la libertà di pensiero, coscienza e religione.

La questione ruota attorno al fatto che le Autorità giurisdizionali ungheresi, a parere del ricorrente, “hanno riscontrato carenze nei suoi metodi educativi, ed anche per il fatto che avesse l’intenzione di trasmettere la propria visione religiosa a suo figlio“.
Il Governo risponde a tali accuse affermando che si è perseguito “uno scopo legittimo” nonché l’interesse del bambino, primario rispetto a quello dei genitori, lungi dal credere che il “contatto” del ricorrente con suo figlio avrebbe mai perseguito gli interessi di quest’ultimo.

Vi è stata disparità di trattamento ex art. 14 CEDU? Quanto ha pesato il fattore religioso?

La Corte afferma che il punto dal quale muovono le autorità ungheresi è corretto, infatti è del tutto legittimo, in situazioni simili tutelare prima di tutto il minore, ma è pur vero che bisogna accertare se c’è rispetto del rapporto di proporzionalità quanto alla scelta dei mezzi attraverso i quali  tali scopi sono stati perseguiti, tenendo, da ultimo, conto del margine di discrezionalità di godono gli stai membri.

Nel caso di specie la Corte rileva non solo che manca una qualsiasi prova circa le “pratiche pericolose” di fronte alle quali il figlio del ricorrente avrebbe potuto trovarsi, a tal punto da accusare danni fisici o psicologici, ma anche che lo psicologo in sede peritale non ha in nessun tempo ascoltato o esaminato il ricorrente.

La Corte conclude che non v’è alcun “ragionevole rapporto di proporzionalità tra il divieto totale di incontrare il figlio e lo scopo perseguito, vale a dire la tutela del superiore interesse del minore“, pertanto c’è stata violazione dell’art. 14 CEDU in combinato disposto con l’art.8 della stessa.

Riguardo alle altre presunte violazioni avanzate dal ricorrente degli art.6 CEDUper il trattamento sleale dei giudici rispetto al suo caso, e degli artt. 8 e 9 CEDU, singolarmente considerati o in relazione all’art. 14 CEDU, detta Corte le considera ricevibili le denunce ma dal momento che le circostanze di fatto sono le medesime dell’art. 14 CEDU in combinato disposto con l’art. 8 CEDU non intende procedere alla disamina di nessuna questione poiché è già stata accertata una violazione. Condanna per questi motivi l’Ungheria al risarcimento per danno non patrimoniale di 12.500 euro e 3000 euro a titolo di spese.

Questo è il prezzo che un uomo ha pagato per appartenere ad una religione che in Ungheria vanta ben 60.000 credenti e che riceve sovvenzioni attraverso le imposte. L’allontanamento spietato, incondizionato da un figlio in sfregio a qualsiasi logica processuale incontra fortunatamente il pugno duro della Crte EDU.  Nell’esigenza di salvaguardare la salute psicofisica del fanciullo lo Stato Ungherese ha completamente soffocato i diritti di un padre per una sua ipotetica e giammai provata pericolosità. Una tale interferenza non trova infatti giustificazione alcuna per i giudici della Corte CEDU, i quali condannano l’Ungheria a risarcire lautamente il sig. Vojnity, incappato nei gangli irragionevoli della “giustizia”.

La sentenza originale è reperibile qui: Sentenza Vojnity v. Ungheria 12 febbraio 2013

Per approfondire: Chiesa della Fede, Ungheria

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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