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Un licenziamento, quattro ricorsi e nessuna risposta. Condanna per la Croazia.

Giusto processo – Sentenza Peruško v. Croazia, 15 gennaio 2013

Franko Peruško, cittadino croato, desidera solo che le Autorità nazionali decidano della legittimità o meno del suo licenziamento. Ma, che le porte della Giustizia siano facili da varcare può, talvolta, essere un ingenuo pensiero. E, che una volta varcate, sia facile ottenere una pronuncia in merito ai propri diritti o interessi può, spesso, essere nient’altro che una pia aspirazione.

IL CASOIl 3 agosto 2011, il Signor Peruško vive in Croazia e lavora  come custode presso il Ministero degli Interni: un bel giorno viene licenziato. Il suo lavoro pare, infatti, non essere più necessario.

L’anomalia di tale brusca interruzione del rapporto di lavoro, lo porta a percorrere contemporaneamente due diverse vie di “tutela”:  ricorre tanto al Tribunale civile nazionale, quanto al Ministero degli Interni chiedendo la  reintegrazione nella propria occupazione.

Ma, il ritardo della Pubblica Amministrazione adita nell’assumere un qualche provvedimento lo induce ad instaurare un terzo ed ulteriore ricorso al Tribunale amministrativo. Ed invero, il termine dei trenta giorni in cui il Ministero avrebbe dovuto pronunciarsi sono ampiamente decorsi. Intanto, il Tribunale civile ritiene si tratti di un affare di competenza del Tribunale amministrativo ed il Ministero rigetta il ricorso, senza alcuna reintegrazione del Signor Peruško.

Tuttavia, il furor di Giustizia del cittadino croato non si arresta. Peruško rinuncia agli atti del processo civile ed impugna il rigetto del Ministero innanzi alle Autorità amministrative competenti. Purtroppo, però, anche questa volta, tutto sembra tacere: il Tribunale amministrativo sospende – inspiegabilmente – il procedimento.

Dopo quattro anni di vana attesa, la difesa del Signor Peruško decide, quindi, di interpellare il Giudice costituzionale, che – senza soluzione di continuità rispetto alle altre Autorità nazionale – dichiara il ricorso irricevibile perché depositato circa due anni dopo la sospensione dell’ultimo procedimento amministrativo instaurato.

Solo una è la voce fuori dal coro, quella di un Giudice della Corte costituzionale, Davor Krapac: “se gli organi giurisdizionali non decidono, o non lo fanno in termini ragionevoli, commettono la forma più estrema di violazione del diritto ad un equo processo.

Al Signor Peruško non resta che rivolgersi alla Corte di Strasburgo.

LA CORTE EDU – Vi è stata o no violazione dell’art. 6 CEDU ovvero del diritto di ogni persona “a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole da un tribunale indipendente e imparziale, costituito per legge”?

Il diritto di rivolgersi, di accedere ad un Tribunale – ricorda la Corte – comprende non solo il diritto a rivolgere domande ed istanze di tutela, ma anche il diritto ad ottenere la definizione della propria controversia mediante sentenza o altro provvedimento.

In altri termini, non è giusta quella Giustizia alla cui porta si può bussare ma al cui tavolo non ci si può sedere!

In questa prospettiva, non poche sono le zone d’ombra della vicenda del ricorrente. Dalle “carte” dei diversi procedimenti nazionali emerge – con grado di probabilità prossimo alla certezza – che l’ultimo dei giudizi amministrativi instaurati è stato interrotto a causa di un mero errore: la rinuncia agli atti del giudizio civile successiva alla dichiarazione di incompetenza dello stesso giudice civile sarebbe finita nel fascicolo del procedimento amministrativo.

Certamente – proseguono i Giudici d’Oltralpe – tale diritto d’accesso può essere limitato dalla legge in ipotesi tassativamente previste dalla stessa. Ma, ciò sarà legittimo solo se congruo e razionale rispetto alle finalità da raggiungere. Solo in questo modo, infatti, l’essenza dei diritti fatti valere non può dirsi alterata.

Così, gli addetti ai lavori presso il Tribunale amministrativo hanno – forse troppo superficialmente – creduto che la rinuncia si riferisse alla nuova azione instaurata avverso il rigetto del Ministero.

Ed una tale osservazione non era sfuggita al Giudice Davor Krapac, sebbene ugualmente alcuna sia stata la reazione della Corte costituzionale. Da qui il rigetto – da parte della Corte EDU – dell’eccezione formulata dal Governo croato di mancato esaurimento delle vie di giudizio interno e la dichiarazione di violazione dell’art. 6 CEDU. Il Tribunale amministrativo – sebbene per semplice errore – ha di fatto pregiudicato la tutela dei diritti del ricorrente Perusko.

La Corte riconosce, quindi, il rimborso di 2.078,00 euro per le spese sostenute nel procedimento innanzi alla stessa più 6.000,00 euro a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale patito dal richiedente.

Ebbene, chi troppo vuole.. nulla stringe, ma chi, a buon diritto, la dura– talvolta – la vince!

 

La sentenza originale è reperibile qui: sentenza Peruško v. Croazia, 15 gennaio 2013

About valentinagiannelli

Ho studiato Giurisprudenza a Piacenza e da un anno svolgo la pratica forense a Milano, città in cui vivo.

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