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Lituania: anche poche ore di detenzione illegittima violano la Convenzione Europea!

Libertà e sicurezza – Sentenza Venskutė v. Lithuania, 13 Dicembre 2012

Il diritto alla libertà ed alla sicurezza consente ai cittadini di difendersi dall’arbitrarietà dello Stato. Oggi viene invocato dalla cittadina lituana Maryte Venskutė, vittima di arresto e di interrogatorio arbitrari da parte delle forze investigative. La Corte Europea dei diritti umani riscontra la violazione dell’Art 5 della Convenzione e condanna la Lituania.

bandiera

IL CASO – Alle 10.30 del mattino del 25 maggio 2005, agenti del Servizio Nazionale della Guardia di Frontiera (SBG) si presentano al ristorante “Fortas” nel centro di Vilnius, dove lavora la signora Venskutė. La vogliono interrogare e chiedono che lei lasci il luogo di lavoro per seguirli nel loro quartier generale. Alla base delle richieste degli agenti c’è un sospetto di frode assicurativa: nel dicembre del 2004 la signora Venskutė, con altre due persone, tra cui anche un agente del Servizio della Guardia di Frontiera, avevano avuto un incidente d’auto e avevano conseguentemente richiesto il pagamento da una compagnia di assicurazioni. Secondo l’SBG l’incidente sarebbe stato simulato a scopo di frode e perciò viene chiesto che il pubblico ministero apra un’indagine preliminare per verificare se il delitto sia stato effettivamente commesso. Nelle prime fasi, dopo essere stata portata nella sede centrale dagli agenti, alla donna viene sottratto il proprio telefono cellulare e non le viene permesso di chiamare il proprio avvocato. Solo a partire dalle tre del pomeriggio l’arresto viene ufficializzato e viene registrato l’interrogatorio della signora. Rimane sotto detenzione perché ritenuto sussistente il pericolo di fuga. Nel frattempo, vengono interrogati anche gli altri due soggetti coinvolti nell’incidente, ma nessuna prova è raccolta e perciò la donna è rilasciata il giorno seguente.

In questa vicenda, le versioni delle parti si discostano su molteplici punti: non è chiaro quale sia stato l’atteggiamento degli agenti nel momento del prelievo della donna dal luogo di lavoro e nel quartier generale, né quale status procedurale lei avesse assunto quando interrogata, se quello di testimone o di sospettato.Proprio la definizione di queste situazioni risulta essenziale per accertare se gli agenti hanno operato legittimamente o invece hanno perpetrato abusi e arbitrii, così come contesta la signora Venskutė nell’ambito dei procedimenti di natura penale e civile dinnanzi alle autorità giudiziarie in Lituania.

Inizialmente, la donna adduce violazioni di legge da parte degli agenti davanti all’Ufficio del Procuratore Generale di Vilnius e in seguito presenta denuncia anche al Mediatore Parlamentare (l’Ombudsman). Il primo rigetta le richieste della ricorrente: l’apertura delle indagini è stata conforme al diritto, come anche le azioni degli ufficiali SBG. Nessun abuso del diritto si è verificato e dunque non è necessario aprire un’indagine ad hoc. Di tutt’altro avviso è stato il Mediatore, secondo cui il comportamento degli investigatori SBG aveva avuto il solo scopo di esercitare una pressione psicologica sulla donna. Tuttavia il Mediatore è una figura di mera garanzia e di monitoraggio: non ha poteri giurisdizionali pieni.

Sul versante penale, i procedimenti sono interrotti per la morte di uno degli imputati, mentre l’altro soggetto è sollevato da responsabilità. Nei confronti della signora, invece, le indagini vengono interrotte per mancanza di prove. In sede civile, le richieste di risarcimento avanzate dalla donna per i danni subiti a seguito del suo arresto considerato illegittimo, sono respinte sia in primo grado sia in appello. Secondo i giudici, la decisione del procuratore di interrompere il procedimento penale nei confronti della ricorrente non significa che il suo arresto sia stato illegale in quanto tale. Inoltre, il procedimento è stato interrotto a causa della mancanza di prove e non per particolari motivi di riabilitazione.

A seguito di queste alterne vicende giudiziarie, la signora Venskutė decide di adire la Corte Europea dei diritti dell’uomo, denunciando una privazione di libertà illegittima ai sensi dell’Art 5 CEDU. I giudici ritengono il ricorso ricevibile, sulla base del fatto che la ricorrente ha esaurito le vie di ricorso interne, a contrario di quanto stabilito dal governo.

libertà

CORTE EDU – Sappiamo che l’Art 5 CEDU proclama la libertà fisica della persona e il suo obiettivo è di garantire che nessuno sia privato di tale libertà in modo arbitrario. Tuttavia, tale diritto è derogabile, ma entro limiti ben precisi: infatti, esiste un elenco tassativo di motivi ammissibili in base ai quali le persone possono essere private della loro libertà. Il governo ha tentato di fare rientrare l’arresto della signora Venskutė nell’ambito di tali motivi giustificativi, ma senza successo. Infatti, in questo caso, si tratta di detenzione arbitraria e nessuna detenzione di tal genere può essere compatibile con l’art 5 CEDU, anche nell’ipotesi in cui la privazione della libertà risulti lecita in termini di diritto interno.Altro elemento da tenere a mente è che tale norma della Convenzione può applicarsi anche alle privazioni della libertà di durata molto breve. Alla luce di queste considerazioni, la Corte conclude che tra le 10.30 e le 15.00 del 25 maggio 2005, il soggetto è stato di fatto privato della sua libertà, in violazione dell’Art 5 Cedu.

A corroborare tale constatazione dei giudici esistono diversi elementi. Innanzitutto, si tenga a mente che al fine di determinare se vi sia stata una privazione della libertà, il punto di partenza deve essere la situazione specifica della persona interessata. A tal proposito, riguardo al quesito se la ricorrente abbia accompagnato gli agenti al loro quartier generale di Vilnius di sua spontanea volontà o come risultato di una coercizione, la Corte propende per la seconda considerazione. Come anche sostenuto dalla ricorrente, l’arresto e l’interrogatorio sono avvenuti effettivamente già sul posto di lavoro e ciò è confermato dalle molteplici testimonianze dei colleghi presenti in quel momento.

Inoltre, a contrario di quanto sostenuto dal governo, la ricorrente è stata trattata fin dai primi momenti come sospetto. In virtù di tale qualità, le doveva essere garantita la piena applicazione delle garanzie procedurali previste dalla legge nazionale; in particolare doveva essere redatta una relazione dell’interrogatorio, contestuale allo stesso o immediatamente successiva. Ciò non è avvenuto e questa carenza viene interpretata dai giudici di Strasburgo come intenzione da parte degli agenti di minacciare la donna al fine di ottenere informazioni nell’ambito del crimine su cui stavano indagando. La giurisprudenza della Corte Europea sul punto è costante: la detenzione di un individuo non registrata e per di più arbitraria è una negazione completa delle garanzie contenute nell’art 5 CEDU.

Sulla base di queste motivazioni, la Lituania viene condannata a versare alla ricorrente 7.500 euro in materia di danno non patrimoniale e 2.000 per spese.

La vicenda accaduta in Lituania è utile per portare la nostra attenzione su quanto delicato sia il concetto di arbitrarietà dello Stato, anche nelle società odierne. Conforta che tale concetto sia ampio così da consentire la sanzione anche di violazioni intervenute in un lasso di tempo breve, come le cinque ore qui rilevanti: un battito nell’arco di una vita, ma così significative per la tutela del nostro diritto alla libertà.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Venskutė v. Lituania del 13 Dicembre 2012

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