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Human Rights Watch e la Birmania: proteste e intervento militare in atto nel paese.

Una denuncia di un funzionario di Human Rights Watch ha riportato alla luce la situazione alquanto critica nella Birmania. Oggi la voce dell’opinione internazionale grida al rispetto dei diritti umani nel Paese.

La Birmania è stata per decenni un Paese chiuso nei confronti del mondo e guidato da una ferrea dittatura militare. A partire dal 2008 è iniziato un processo che dovrebbe portare nel giro di qualche tempo, più o meno lungo, ad un governo democratico e rispettoso dei diritti umani.

Sembra essere ancora lunga la strada da percorrere; accadono talvolta episodi, che paiono andare nella direzione contraria.

 

“I Fatti”

Phil Robertson, vice direttore per l’Asia di Human Rights Watch ha denunciato che il 29 Novembre 2012 nella città di Monywa, nella Regione di Sagaing, le forze di sicurezza locali hanno sgomberato sei presidi di protesta, presso la miniera di rame di Letpaudaung. Lo sgombero è avvenuto con l’ uso di gas lacrimogeni, di fumogeni, e persino di armi da fuoco, sorprendendo nel sonno i manifestanti, principalmente monaci buddhisti e contadini. Al blitz è seguito un numero imprecisato di arresti e almeno quaranta persone sono risultate ferite: si è reso necessario adibire un’intera corsia d’ospedale per curarle, dato che molte di queste presentavano ustioni parecchio gravi.

La protesta è esplosa, perché in ventisei villaggi attorno alla miniera si riscontrano notevoli problemi di salubrità dell’aria e del suolo, nonché di contaminazione dell’acqua, inoltre, molti proprietarî delle terre, confiscate per la realizzazione di questo e di altri siti minerarî della zona, non sono stati ancora indennizzati.

La miniera di Letpaudaung risulta essere di proprietà della Union of Myanmar Economic Holdings, un conglomerato finanziario in mano alla giunta militare birmana, e della Wanbao Mining, società controllata dalla China North Industries Corporation (Norinco), produttore industriale e di armamenti cinese.

Il leader locale della protesta ha affermato che nell’ultimo anno ben undici volte aveva presentato richiesta alle autorità, per organizzare una manifestazione pacifica ma che sempre gli era stato opposto un rifiuto, l’ultimo dei quali adduceva la motivazione, secondo la quale la protesta avrebbe comportato conseguenze negative per la popolazione di Monywa.

Alla fine i manifestanti hanno deciso comunque di esercitare il proprio diritto di riunirsi pacificamente e hanno continuato la propria protesta, accampandosi nei pressi della miniera.

Tutto ciò fino al 29 Novembre, quando è pesantemente intervenuta la forza pubblica con metodi brutali.

Il Governo birmano ha dapprima dichiarato in proposito che le autorità locali avevano sì utilizzato misure antisommossa ma ha negato l’uso eccessivo della forza da parte di queste, mentre, alcune ore dopo, l’ufficio del presidente Thein Sein ha emesso un comunicato di una sola riga, nel quale si smentiva la dichiarazione precedente ma senza fornire ulteriori spiegazioni.

La leader dell’opposizione e della “Lega Nazionale per la Democrazia Aung San Suu Kyi” ha visitato Monywa subito dopo la brutale repressione della protesta pacifica e ha promesso ai manifestanti che avrebbe cercato di negoziare una soluzione tra i proprietarî delle miniere e le comunità locali interessate.

 

Anche Human Rights Watch ha fatto sentire la propria voce, chiedendo che il Governo birmano:

  1. garantisca il diritto di riunione pacifica, sancito dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, nonché il diritto di critica nei confronti delle nuove leggi e dell’uso delle risorse naturali da parte dello Stato;
  2. riconosca alla tutela dei diritti umani fondamentali un ruolo di primazia rispetto agli interessi dello Stato e militari;
  3. si adoperi affinché i Pubblici Ufficiali, che agiscono in qualità di tutori della legge, applichino, per quanto possibile, misure non violente, prima di ricorrere all’uso della forza; se però quest’ultimo si rendesse assolutamente necessario ed inevitabile, se ne faccia un uso moderato e proporzionato alla gravità del reato e al legittimo obiettivo da raggiungere, in conformità di quanto stabilito dai Principi Base delle Nazioni Unite sull’Uso della Forza e delle Armi da Fuoco da parte delle forze dell’ordine;
  4. si impegni affinché alle persone arrestate sia prontamente contestato un reato previsto come tale dalla legge oppure siano rilasciate ed ai detenuti sia fornita la possibilità di farsi immediatamente difendere da un avvocato, di accedere alle cure mediche e di ricevere visite da parte dei familiari;
  5. si adoperi affinché si indaghi e, in caso di accertamento positivo, si persegua con misure adeguate chiunque si renda responsabile dell’uso eccessivo della forza.

Human Rights Watch ha chiesto anche ad Aung San Suu Kyi di premere sul governo, perché indaghi su coloro che hanno adoperato la forza in modo eccessivo.

Phil Robertson ha dichiarato che questo sarà un duplice banco di prova fondamentale per il governo birmano: da un lato esso si è impegnato a garantire il diritto di riunione pacifica, dall’altro ha espresso la propria volontà di giudicare i responsabili per gli abusi da questi commessi nell’esercizio delle loro funzioni pubbliche.

 

“Conclusioni”

Chi scrive è perfettamente d’accordo con Mr. Robertson: certamente, però, non ci si può aspettare cambiamenti radicali da un giorno all’altro. Bisogna poi tenere conto di una certa “forma mentis” e di un certo “modus operandi” ormai sedimentati nei militari e nei poliziotti birmani, anche a livelli alti; è certamente necessario un certo tempo prima che si cominci ad avere rispetto per chi protesta.

Ecco quindi che la rimozione del responsabile locale per la sicurezza e, soprattutto, un minore uso della forza nelle future proteste possono essere segnali concreti che, al di là delle mere dichiarazioni di facciata, qualcosa in Birmania sta realmente cambiando; in questo senso, importante è il fatto che Aung San Suu Kyi possa sedere all’ Assemblea Popolare e che, un po’ alla volta, si stiano liberando i prigionieri politici (è purtroppo di questi giorni la notizia che alcuni di essi sono stati nuovamente arrestati). Come ha dichiarato il Presidente Obama durante la sua recente visita nel Paese, “il cammino verso la democrazia è lungo ma possibile.”

 

Link per approfondire:

http://www.hrw.org/burma

http://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/notizia.php?IDNotizia=563819&IDCategoria=2686

 

 

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