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Uomini che odiano le donne: come paesi arabi violano i loro diritti più basici

Le recenti Onda Verde in Iran nel 2009 e Primavere Arabe nel 2011 hanno portato all’attenzione del Mondo intero il problema del rispetto dei diritti umani fondamentali, tra i quali spiccano senza dubbio i diritti delle donne, particolarmente nel Vicino e Medio Oriente e in Nord Africa.

 

Le donne hanno lottato in prima fila e sono state indubbiamente tra le protagoniste di questi movimenti, ma durante e dopo le proteste molte di esse sono state vittime di abusi e soprusi assieme a quegli uomini che le hanno attivamente affiancate e supportate.

Spiace concludere che al momento la loro condizione non è di molto migliorata rispetto al passato.

A questo proposito, comunque, Amnesty International ha recentemente avviato una campagna di sensibilizzazione e contestualmente attivato una raccolta fondi a favore ed a sostegno di queste donne dal nome “Io sono la voce”.

 

“I fatti”:

Nello spot di “Io sono la voce”, trasmesso anche sulle principali reti radiofoniche e televisive nazionali, si fa riferimento a quattro casi in particolare:

  1. Nasrin Sotoudeh, avvocata iraniana, incarcerata per aver difeso un oppositore;
  2. Razan Ghazzawi, blogger siriana, perseguitata per aver scritto contro il governo;
  3. Salwa Husseini, studentessa egiziana, torturata per aver manifestato;
  4. Sheima Jastaniah, saudita, condannata a dieci frustate per aver guidato da sola un’auto;

Fortunatamente, il caso di quest’ultima si è risolto positivamente per l’intervento di alcuni membri della famiglia reale saudita e dello stesso Re Abdullah. Amnesty International si è occupata anche dei casi di altre tre donne, seppur non espressamente citate in “Io sono la voce”, e di un uomo:  Narges Mohammadi, attivista iraniana e direttrice esecutiva del Centro per i difensori dei diritti umani, condannata a sei anni di carcere per “propaganda contro il sistema” e appartenenza a un gruppo “la cui finalità è di recare disturbo alla sicurezza del paese”; Zainab Al-Khawaja, attivista bahreinita, condannata ufficialmente per “aver distrutto proprietà del governo”, in realtà per aver strappato una foto del Re del Bahrain, rilasciata dopo due mesi di carcere e ora in attesa di giudizio per tredici casi diversi, tutti riconducibili alle accuse di “partecipazione ad un raduno illegale” e “offesa a pubblico ufficiale”; Mahdi ‘Issa Mahdi Abu Dheeb e Jalila al-Salman, docenti bahreiniti ed ex leader dell’ “Associazione insegnanti del Bahrain”, arrestati, tenuti in isolamento, torturati, costretti a firmare false confessioni e processati da un tribunale militare con l’accusa di tentativo di rovesciare il sistema con la forza ed incitamento all’ odio contro il regime, dopo aver indetto uno sciopero dei docenti a sostegno delle richieste dei manifestanti, scesi in piazza in Bahrain.

Questi sono solo alcuni casi significativi tra i tanti ma si tratta della punta di un iceberg: molti altri non sono e forse non saranno mai conosciuti dall’opinione pubblica mondiale.

 

“Focus” non c’è prospettiva di miglioramento:

Vorrei infatti segnalare, solo a titolo d’esempio, il “mercato” delle spose siriane nei campi profughi in Giordania: giovani donne, tra cui molte ancora bambine o poco più, vendute come spose a uomini molto più anziani di loro provenienti da altri Paesi arabi per poche migliaia di dollari. Noi non conosceremo mai i loro nomi, né la loro sofferenza ma essa è e sarà comunque ben presente nella vita di queste donne e le segnerà per sempre.

La situazione non è cambiata nei Paesi in cui la Primavera Araba ha trionfato: in Egitto i diritti delle donne non sono sanciti nella nuova costituzione e stanno aumentando i casi di molestie a giornaliste, blogger ed attiviste; in Tunisia si segnalano abusi sulle donne, soprattutto da parte della polizia.

Dal quadro sconfortante appena tracciato sembrerebbe che le Primavere Arabe inizino ad imboccare una deriva iraniana: in Iran, infatti, quella rivoluzione che nel 1979 aveva cacciato lo Shah, sembrava dover incamminare il Paese verso la libertà e la democrazia, mentre quasi subito si instaurò il regime khomeinista, sessista ed estremista, che per prima cosa impose alle donne di portare il velo, lo volessero o meno.  

È essenziale, pertanto, che gli attivisti del Medio Oriente e del Nord Africa vigilino e denuncino con forza le storture nell’azione politica dei nuovi governanti, affinché le rivoluzioni non si trasformino in un puro e semplice passaggio di poteri tra vecchi e nuovi padroni e che nei fatti nulla cambi sotto il profilo del rispetto dei diritti umani fondamentali.

Anche l’Occidente potrebbe e dovrebbe agire con molta più forza per evitare casi simili a quello iraniano, ad esempio con strumenti di pressione economica, sempre molto convincenti e questo sia nei confronti dei nuovi governi, emersi dopo le Primavere Arabe, sia nei confronti delle monarchie del Golfo, nostri tradizionali alleati, sia nei confronti dell’ Iran, del Pakistan e dell’ Afghanistan.

Le donne, che si stanno battendo per i propri diritti, e gli uomini, che lottano assieme a loro e per loro, non devono essere lasciati soli.

Conclusioni:

Nell’ Occidente stesso siamo ancora molto distanti, tuttavia, da un pieno rispetto della donna in sé, in quanto persona: pensiamo ad esempio alla donna-oggetto del mondo pubblicitario o certe forme di comportamento proposte (ma sarebbe meglio dire imposte) non conformi alla dignità della donna o che addirittura la offendono profondamente.

Va riconosciuto, in ogni caso, che, nonostante storicamente ed in quasi tutte le culture la donna sia sempre stata considerata una creatura di serie b, con minori diritti o nessun diritto rispetto all’uomo, molto è cambiato in questo senso, soprattutto negli ultimi secoli, grazie all’avvento del pensiero libero.

Non bisogna mai scordare, infine, che la grandezza di un Paese e di una società, nei fatti, si misura dal rispetto, che essa dimostra alle proprie donne, sotto ogni aspetto e sotto ogni profilo.

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