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Italia: l’espulsione di una madre rom calpesta i suoi legami familiari

Diritto al rispetto della vita privata e familiare: Sentenza Hamidovic vs Italia, 4 dicembre 2012

L’integrazione della popolazione di origine rom in Italia (circa 130-150 mila persone) è un problema delicato e non di facile soluzione. La questione è stata molte volte strumentalizzata politicamente e alimentata da nuove paure, facendo leva sullo spettro della sicurezza, così da diffondere un sentimento xenofobo e discriminatorio nei loro confronti e tutta una serie di pregiudizi riguardanti le loro tradizioni culturali, il loro stile di vita e la loro tendenza a commettere piccoli reati. Ma questi pregiudizi non possono portare a comportamenti di disumana crudeltà come l’incendio del campo rom di Torino dell’11 dicembre 2011 a causa della denuncia di un falso stupro (articolo del Il Sole 24 Ore ) o l’incendio di una baracca rom a Roma del 7 febbraio 2011, che causerà la morte di 4 bambini tra i 3 e gli 11 anni (articolo del Corriere della Sera).

IL CASO: La vicenda è incentrata intorno allo status di immigrata di una cittadina della Bosnia-Erzegovina di origine rom, la sig. ra  Nevresa Hamidovic, che vive a Roma dalla seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso, e dove ha costruito la sua vita e i suoi affetti nel campo per nomadi “Castel Romano“. Infatti, nel 1991 si sposerà con un cittadino della Bosnia- Erzegovina, anche lui di origini rom, dalla cui unione nasceranno cinque bambini.

Nel 1996 la sig.ra Hamidovic ha ottenuto un permesso di soggiorno, essendo una cittadina della Bosnia-Erzegovina, per motivi strettamente umanitari. Purtroppo, però, questo permesso gli sarà revocato, circa un anno dopo, per motivi che non sono noti. Dinanzi a questa revoca immotivata, la cittadina bosniaca richiede il rinnovo della licenza di soggiorno presso la questura di Roma. Ma si vedrà respinta la suddetta richiesta perché ritenuta autrice di alcuni reati.

Infatti la ricorrente tra il 1985 e il 2003 è stata più volte arrestata per furto aggravato e borseggio, oltre ad essere stata condannata per l’accattonaggio con impiego di minori.

Intanto sprovvista della licenza di soggiorno, la sig.ra Hamidovic verrà fermata nei pressi di Teramo ed, in forza dell’ordinanza del 20 luglio 2005, il prefetto di Teramo stabilirà l’espulsione di quest’ultima perché risiedeva illegittimamente nel territorio italiano. In attesa dell’esecuzione dell’espulsione, venne collocata nel centro di detenzione temporanea di Ponte Galeria a Roma.

Ma la cittadina serba, non accettando supinamente la decisione del prefetto, decise di far ricorso a tale provvedimento dinanzi al giudice di Teramo. Ma il ricorso sarà respinto dal magistrato giudicante, perché ritenuto il provvedimento in conformità della legge.

In seguito, dopo il ricorso del 2005 nel quale richiedeva l’osservanza dell’art 8 della convenzione, la cittadina bosniaca presenta una domanda di congedo speciale al Ministero dell’Interno per tornare in Italia. Dopo che questa richiesta è stata accolta, sono iniziate delle procedure amministrative tra il Ministero dell’Interni e la Farnesina al fine di riammettere la ricorrente in Italia; intanto venne rimpatriata in Bosnia. Dopo aver superato alcuni problemi di rintracciabilità, la sig.ra Hamidovic è potuta tornare in Italia solo il 9 novembre 2006, in forza di un permesso di accesso nel territorio italiano rilasciato dall’Ambasciata Italiana a Sarajevo.

Dopo questa burrascosa vicenda, una nota felice, in data imprecisata, il Ministero degli Interni ha consegnato alla ricorrente un permesso di soggiorno valido fino al 14 dicembre 2013.

LA CORTE EDU – la sig.ra Nevresa Hamidovic decide, il 2 settembre 2005, di depositare un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro l’Italia, contestando la violazione dell’art 8 CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare) durante la procedura d’espulsione dal territorio italiano, e richiede 50 000 euro a titolo di danno non patrimoniale.

IL GOVERNO – si oppone alle accuse, ritenendo che il ricorrente non avesse una famiglia effettiva durante la sua permanenza clandestina in Italia, poiché non ha fornito alcuna prova di essersi spesa per l’ educazione dei suoi figli o per l’inclusione sociale della propria famiglia. Afferma con forza, inoltre, che l’espulsione è stata attuata in piena conformità della normativa interna.

La Corte di Strasburgo, con la sentenza del 4 dicembre 2012, ha affermato all’unanimità che vi è stata violazione dell’art 8 CEDU e ha predisposto il versamento di 15 000 euro a titolo di danno non patrimoniale da parte dello Stato convenuto nei confronti del ricorrente. 

In particolare, nella sentenza la Corte ha ricordato che non rientra nella sua competenza riconoscere il diritto ad entrare o soggiornare nel territorio di uno Stato membro del Consiglio d’Europa, e che (gli Stati membri) hanno il pieno potere di controllare il soggiorno ed eventualmente statuire l’espulsione dei cittadini di altri stati, purché in conformità dei principi di diritto internazionale. Pertanto in tali decisioni, anche se in alcuni casi potrebbero costituire un’interferenza con il diritto al rispetto della vita privata e familiare protetto dall’articolo 8 § 1 della Convenzione, dovranno esercitare la loro potestà in conformità di quanto “previsto dalla legge” e da ciò che è ritenuto “necessario in una società democratica”, come prevede il secondo paragrafo del suddetto articolo.

Successivamente, sono stati, anche, elencati i criteri (di natura giurisprudenziale interna alla Corte) che ne guidano la valutazione nelle fattispecie riguardanti l’art 8 della Convenzione:

– La natura e la gravità del reato;

– La durata del soggiorno dell’interessato nel paese in cui è  stato espulso;

– Lo stato di famiglia (se del caso, la durata del matrimonio);

– La nascita di eventuali figli, l’età del matrimonio;

– L’estensione dei legami di cui le persone sono interessate con lo Stato contraente in questione;

– La questione se ci sono o non ostacoli insormontabili per vivere nel paese di origine;

In questo caso, personalmente ritengo che non si possa mettere in dubbio che la cittadina bosniaca abbia stabilito forti legami con l’Italia, per il fatto che ci risiede dal 1985 (quando è stata arrestata per la prima volta). Pertanto il notevole tempo in cui ha soggiornato dimostra che è riuscita a costruire legami personali, sociali ed economici che sono costitutivi della vita privata di ogni essere umano. Bisogna anche riconoscere che si è macchiata di alcuni piccoli reati, che sono stati o convertiti in illeciti amministrativi o abrogati, ma si tratta comunque di un comportamento biasimabile. Purtroppo questa vicenda rientra nella delicata e complessa questione dell’integrazione etnica e sociale di persone straniere, di non immediata e facile soluzione.

La sentenza è reperibile qui: Sentenza Hamidovic vs Italia, 4 dicembre 2012

Suggerimenti di lettura: “Rom: inItalia sono circa 150 mila, una minoranza non tutelata

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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