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Libertà del giornalismo turco in chiaroscuro. Condanna dall’Europa

Libertà di espressione – Sentenza Mengi v. Turkey, 27 Novembre 2012

Quando parliamo di libertà di stampa e libertà di espressione la Turchia è senza dubbio uno dei paesi che detiene il maggior numero di violazioni. Sono tanti i casi di giornalisti, scrittori e artisti messi sotto processo e condannati in questi anni; come anche la giornalista Nesibe Ruhat Mengi, che a seguito di due ricorsi presentati alla Corte di Strasburgo nel 2005 e nel 2007, oggi trova riconoscimento della violazione della sua libertà di espressione enunciata all’ Art 10 CEDU, a carico del governo Turco.

IL CASO –  Il governo turco affida ad una commissione tecnica la redazione di un nuovo codice penale; l’operato di alcuni componenti nel 2003 cade sotto la penna critica della giornalista Mengi, che sul quotidiano Vatan contesta alcune disposizioni del progetto in materia di stupro e delitti d’onore: se adottate, porterebbero a una riduzione del regime sanzionatorio previsto per questi reati con una conseguente ripercussione negativa sulla società. Due distinti articoli della giornalista sono fatti oggetto di denunce di risarcimento in sede civile, in quanto considerati lesivi dei diritti personali di due membri della commissione, citati entrambi come persone non degne di occupare posti di interesse pubblico, in considerazione delle loro più volte manifestate mentalità sessiste, retrograde e inique.

Nello specifico, l’articolo pubblicato il 19 ottobre 2003 con titolo Obsessed professor”, la signora Mengi mette in luce l’irragionevolezza della riduzione di pena nelle nuove disposizioni, sostenendo che tale mitigazione è promossa da parte del Prof. Dr. SD, presidente della commissione, con atteggiamenti discriminatori.

Il professore propone azione davanti al Tribunale Civile Şişli di primo grado, e ottiene la condanna della giornalista e della casa editrice al pagamento di un risarcimento danni pari a 10 miliardi di lire turche. Secondo il giudice, la libertà di stampa può esistere nella misura in cui sono assicurati il rispetto dei diritti della personalità altrui, secondo le norme della Costituzione e del codice civile. Nel caso specifico, inoltre, l’articolo ha inciso negativamente sulla vita del professore, tra l’altro reputato un luminare della materia.

Gli imputati fanno appello e contestano che nessun insulto è stato rivolto al professore: la giornalista ha solo dato voce a una più ampia protesta pubblica contro il progetto di riforma. Tuttavia, la Cassazione nel 2004 ha confermato la sentenza in primo grado.

Una vicenda simile è quella legata alla pubblicazione in data 26 ottobre 2003 dell’articolo If you can’t escape, enjoy it’, sempre sul quotidiano Vatan. Mengi critica apertamente la posizione del Prof. Dott. D.So sulla base di una sua osservazione sul tema della violenza sessuale: “se uno stupratore sposa la sua vittima, poi la sua condanna deve essere ridotta. Tutti gli uomini vogliono sposare vergini”. Secondo la giornalista, tale considerazione è frutto di una mentalità malsana che causerà gravi danni a migliaia di donne e bambini, oggetto di violenze quotidiane in ogni angolo del Paese, con il risultato di porre la Turchia in un cono d’ombra senza democrazia. A seguito di azione di risarcimento, il tribunale rileva che in questa vicenda la critica si è trasformata in linguaggio ingiusto, offensivo ed umiliante e perciò si è configurato un abuso del diritto. La giornalista e la casa editrice vengono condannati al pagamento a 12 miliardi di lire turche per l’articolo in questione e altri 3.000 milioni per un altro pezzo giornalistico connesso.

Viene proposto appello e nel 2006 la Cassazione, a maggioranza, annulla la sentenza di primo grado, poiché l’indennizzo riconosciuto al professore dal giudice nazionale era eccessivo. La richiesta di risarcimento viene di conseguenza ridimensionata, ma non ancora soddisfatti, giornalista e casa editrice propongono di nuovo appello, tuttavia respinto.

Le vicende dei due articoli giornalistici s’intrecciano e pur essendo stati fatti oggetto di due differenti ricorsi alla Corte Europea dei diritti umani, vengono uniti per connessione.

 

CORTE EDU – L’Art 10 CEDU è strumento propulsore per la creazione di una coscienza critica nelle società democratiche europee: tutela la libertà d’opinione e la libertà di comunicare informazioni o idee, senza l’ingerenza delle autorità pubbliche. La ricorrente ne lamenta la violazione e afferma di essere stata condannata a pagare una quantità eccessiva di risarcimento nei procedimenti interni. Dichiarato il ricorso ricevibile e stabilito che le sentenze definitive nei casi di indennizzo dei due membri della commissione hanno interferito con il diritto della ricorrente alla libertà di espressione, occorre stabilire se tale interferenza fosse “necessaria in una società democratica“, secondo il requisito giustificativo previsto all’ Art. 10 CEDU, e inoltre se i motivi indicati dalle autorità nazionali per giustificare l’ingerenza fossero “pertinenti e sufficienti”.

Nel suo ragionamento, la Corte ricorda l’importanza della conoscenza delle informazioni su tutte le questioni di interesse pubblico: come due facce della stessa medaglia, la stampa ha l’impegno di diffonderle e il pubblico ha il diritto di riceverle. Altrimenti non sarebbe rispettato pienamente il ruolo fondamentale di “cane da guardia” dei poteri pubblici, proprio della stampa. Nel caso di specie, questo principio trova piena applicazione, perciò viene concluso che l’oggetto degli articoli rientra nell’ ambito di interesse pubblico generale.

La Corte passa poi a vagliare il rapporto libertà d’espressione  dell’Art 10 CEDU e diritto al rispetto della vita privata sancito dall’Art 8 CEDU. Secondo i giudici europei le autorità nazionali hanno considerato prevalente il secondo, senza arrivare a un giusto equilibrio: i professori erano noti a tal punto da poter essere considerati figure pubbliche, alla stregua dei politici, e perciò il livello di critica per loro tollerabile era superiore a quello di un qualsiasi altro cittadino privato. Inoltre, lo stile giornalistico informale usato dalla ricorrente non può essere considerato un insulto di per sé; infatti, anche le modalità stilistiche rientrano nella libertà d’espressione. La Corte conclude affermando che l’interferenza con la libertà d’espressione della ricorrente non è basata su motivi sufficienti per dimostrare che essa fosse “necessaria in una società democratica”, per la protezione della reputazione e dei diritti altrui.

Accertata la violazione dell’Art 10 CEDU, la Turchia viene condannata al rimborso dell’importo cui la ricorrente era stata condannata nei giudizi interni, e inoltre al pagamento di 7000 € a titolo di danno non patrimoniale.

In conclusione, abbiamo l’ennesima dimostrazione che l’uso delle parole in Turchia è un’arma a doppio taglio per chi le pronuncia o le scrive. L’Europa ha più volte fatto pressione per l’avvio di riforme interne in senso democratico, ma il governo, seppur con qualche progresso, non ha ancora adempiuto completamente le sue promesse.

 

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Mengi v. Turchia del 27 Novembre 2012

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