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Ucraina: Il diritto alla difesa vale fin dal primo interrogatorio!

Equo processo – Sentenza Sergey Afanasyev v. Ukraine, 15 Novembre 2012 

Un uomo confessa al primo interrogatorio un omicidio. Sembra l’epilogo di una breve indagine della polizia. Ma non tutte le formalità vengono rispettate: manca il suo avvocato! Sarà questo il profilo vagliato dalla Corte Europea dei diritti dell’Uomo riguardo alla vicenda del ricorrente, il signor Sergey Gennadyevic Afanasyev.

IL CASO – La sera del 19 aprile 2005 alcuni vagabondi senzatetto decidono di trascorrere una serata in compagnia a bere alcool. Uno di loro è Sergey Gennadyevich Afanasyev. Lui e un amico, V., lasciano il gruppo per andare ad acquistare altro alcool e al ritorno trovano solo la donna L., con la quale s’intrattengono ancora. Al momento di separarsi, il signor Afanasyev si ferma con la donna, mentre V. lo attende a distanza per 15 minuti. Quando lo raggiunge, Afanasyev spiega di essere stato insultato dalla donna; la mattina seguente recatosi nuovamente da lei, trova il suo corpo senza vita, probabilmente a seguito di soffocamento, e chiama un’ambulanza. Si apre un’indagine penale e un certo numero d’intervistati dalla polizia indica Afanasyev e V. come coloro che sono stati visti in compagnia della donna durante la giornata precedente. Questi vengono portati nella stazione di polizia per essere interrogati e in tale sede Afanasyev rende una prima dichiarazione: L. lo avrebbe insultato e colpito in faccia, e in risposta lui le ha stretto la gola. Si aggiungono più particolari alla vicenda e a seguito di tali rivelazioni V. è rilasciato. Prosegue l’interrogatorio di Afanasyev e il 20 aprile 2005 viene formalmente arrestato, con l’ammissione, nella relazione d’arresto, che L. è potuta morire a causa della sua azione. Nel frattempo, giunge il suo assistente legale, nominato d’ufficio; inoltre l’arrestato viene sottoposto anche a perizia del medico legale, che riscontra le lesioni sul viso. Il prosieguo dell’interrogatorio vede Afanasyev impegnato nella ricostruzione del delitto, accompagnata anche dall’ insistente dichiarazione che non aveva avuto l’intenzione di uccidere. La detenzione preliminare viene estesa fino al rinvio a giudizio, che si concluderà con la condanna di Afanasyev a dieci anni di reclusione perché ritenuto colpevole di omicidio.

Viene proposto ricorso: il Tribunale non avrebbe valutato adeguatamente le prove e avrebbe omesso di sentire V., l’altro uomo presente alla serata, come testimone. La Corte d’Appello rigetta le richieste del ricorrente in quanto non documentate. Le conclusioni del giudice di primo grado sono ritenute fondate: la colpa del ricorrente è stata stabilita correttamente da vari elementi di prova e  inoltre nessun elemento può condurre a pensare che le dichiarazioni auto-incriminatrici di Afanasyev siano state estorte illegalmente.

Quest’ultima constatazione è fatta oggetto di ulteriore ricorso alla Corte Suprema di Cassazione da parte del ricorrente, insieme al rilievo che l’avvocato era apparso solo alla fine degli interrogatori e che la testimonianza di V. avrebbe potuto cambiare l’esito della causa. Il ricorrente ha anche scritto al Ministero degli Affari Interni e la denuncia è stata inserita nel ricorso, per lamentare che il suo arresto era avvenuto con la forza e la confessione ottenuta a seguito di pressioni da parte degli agenti della polizia. Anche questo ricorso viene rigettato nel 2006, sulla base del fatto che non risultano lamentati in precedenza i maltrattamenti che il ricorrente allega; inoltre si riscontra un’irrilevanza della testimonianza di V. per la formazione dell’alibi di Afanasyev, poiché non presente al momento del litigio e della consumazione del reato.

Il signor Afanasyev decide di adire la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, sostenendo la violazione della Convenzione sotto diversi profili. In particolare viene invocato l’Art 3 CEDU riguardo il divieto di trattamenti inumani e degradanti e l’Art 6 CEDU nelle sue molteplici declinazioni: diritto ad avere un avvocato, diritto a un testimone e il principio della parità delle armi.

CORTE EDU – L’art 3 CEDU pone un divieto generale di tortura e nel caso di specie è stato richiamato per lamentare maltrattamenti ad opera della polizia subiti dal ricorrente . La Corte rileva subito l’infondatezza di tale censura e la respinge. Su questo punto le osservazioni del signor Afanasyev davanti alle autorità nazionali erano state eccessivamente vaghe e non tempestive,  cui si aggiunge la mancanza di sufficienti elementi di prova per sostenerle. Infatti, una censura per maltrattamenti necessita di una spiegazione chiara riguardo alle circostanze, ai metodi e all’esatta sequenza degli eventi che avrebbero sostanziato gli atti lesivi del diritto del soggetto. Invece il ricorrente si è limitato a riportare brevi frasi e poco significative.

Continuando nell’analisi delle presunte violazioni, la Corte si sofferma sull’elemento riguardante il mancato accesso ad un avvocato nel primo interrogatorio del ricorrente, avvenuto il 20 aprile 2005. Dichiara il ricorso ricevibile, poiché ritiene che il ricorrente ha sufficientemente informato le autorità nazionali del suo reclamo e non ha potuto però ottenere rimedi efficaci nei ricorsi interni. Addentrandosi nel merito, i giudici europei ricordano che l’Art 6 CEDU prevede che, in linea di principio, l’accesso a un avvocato dovrebbe essere fornito dalla prima volta in cui un sospetto viene interrogato dalla polizia, a meno che non siano dimostrate ragioni valide per limitare questo diritto. Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, la restrizione non deve pregiudicare indebitamente i diritti dell’imputato. Nella vicenda, è un dato certo che la polizia ha interrogato il ricorrente e formalizzato le sue dichiarazioni auto-incriminanti prima dell’arrivo del suo avvocato, ed è altrettanto indubbio che non vi siano ragioni convincenti per giustificare questa limitazione nelle prime fasi d’indagine. Inoltre, la confessione iniziale ottenuta in queste circostanze, senza un’adeguata e tempestiva difesa, è stata usata dai giudici per la condanna del ricorrente. Alla luce dei principi e delle circostanze di fatto, la Corte giunge a ritenere violati i diritti alla difesa del signor Afanasyev e afferma la violazione dell’Art 6 CEDU.

Il ricorrente lamenta anche che i giudici avevano ignorato le sue richieste per chiamare V. in qualità di testimone, sostenendo che la sua testimonianza avrebbe potuto incidere sia sulla qualificazione giuridica del reato, sia sulla gravità della pena. Sappiamo che l’Art 6.3 CEDU, qui invocato, non richiede necessariamente la presenza di tutti i testimoni per conto dell’imputato, ma scopo essenziale è che sia assicurata la piena parità delle armi in materia. Perché possa essere riscontrata una tale violazione, tuttavia, è necessario che il richiedente dimostri che l’esame del testimone era essenziale per il raggiungimento della verità e che il rifiuto ha pregiudicato i suoi diritti alla difesa. I giudici a livello nazionale erano giunti alla conclusione che la testimonianza di V. non sarebbe stata determinante per mutare la posizione del ricorrente, il quale non è peraltro riuscito neanche a dimostrare come la testimonianza avrebbe inciso. Perciò la Corte ha ritenuto la censura sull’ Art. 6.3 manifestamente infondata e l’ha respinta.

Dopo aver rigettato le altre presunte violazioni addotte, dichiara all’ unanimità che lo Stato ucraino deve versare al ricorrente 2.400 € a titolo di danno non patrimoniale e 700 € per costi e spese.

Questa vicenda accaduta in Ucraina insegna quanto sia radicato nel tessuto della Convenzione Europea per i diritti umani il diritto alla difesa del cittadino, inteso non solo come principio generale, ma come strumento di tutela immediata a cui il soggetto può ricorrere in ogni momento, a maggior ragione in un primo interrogatorio dinnanzi alle forze dell’ordine.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Sergey Afanasyev v. Ukraine del 15 Novembre 2012.

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