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In Ungheria si deve manifestare in silenzio: altrimenti disturbi i parlamentari!

Libertà di riunione e protesta – Sentenza Sáska v. Hungary, 27 Novembre 2012

Ai politici ungheresi, reduci forse della migliore tradizione comunista che con con le manifestazioni facevano un’ordinata propaganda, ben lontana dai problemi reali e dal dissenso, non piacciono le proteste, e non gli piacciono particolarmente le proteste sotto il loro Parlamento. Al punto da proibire una manifestazione proprio perché loro al Parlamento ci lavorano e col loro lavoro poco si confanno le istanze della gente. Invece di ignorarli, quei manifestanti, preferiscono impedirgli proprio di manifestare! Si risparmia tempo e concentrazione, e loro possono proseguire nelle loro scelte senza distrazioni. Dopotutto, per un politico ascoltare la gente è (ormai) poco più che un hobby!

IL CASO – La manifestazione proibita

La Piazza Kossuth e il Parlamento Ungherese

Nell’Ottobre del 2008 un cittadino bulgaro, Béla Saska, decide di organizzare una manifestazione. Sceglie la piazza Kossuth, adiacente al Parlamento Ungherese, a Budapest. La piazza è dedicata a Lajos Kossuth, eroe dei moti indipendentisti ungheresi del 1848.

Il 13 ottobre 2008 Béla Saska contatta il Dipartimento di polizia per la necessaria autorizzazione alla manifestazione. Il giorno scelto è il 17 ottobre 2008, quando Saska ha controllato non esservi alcun lavoro parlamentare in programma. Il tema della protesta è la difesa della legalità, nonché la commemorazione di grandi manifestazioni del passato.

In questa piazza infatti, negli anni, si sono celebrate le più imponenti e decisive manifestazioni politiche ungheresi: durante la Rivoluzione del 1956, fu invasa dai carri armati dell’Armata Rossa, che schiacciarono le istanze del popolo ungherese di dissipare la cortina di ferro; ma anche nel 1989, quando il crollo del comunismo coinvolse l’Ungheria, che da Repubblica Popolare d’Ungheria (Magyar Népköztársaság) divenne, a suon di proteste e a furor di popolo, l’odierna (democratica) Ungheria (Magyarország). Infine, nel 2006 la piazza fu teatro di una monumentale manifestazione – con picchi di violenza e episodi di saccheggi – di 7 giorni contro il primo ministro Ferenc Gyurcsany, il quale aveva dichiarato in una registrazione di aver mentito al popolo ungherese prima delle elezioni.

Quindi non solo un luogo, ma soprattutto un simbolo irrinunciabile per chiunque voglia far sentire la propria voce e commemorare (e rievocare) i momenti più importanti della storia ungherese.

Tuttavia il 14 ottobre 2008 Saska è contattato dall’autorità di polizia, la quale lo invita a cambiare data della manifestazione o a limitarla ad una parte limitata della piazza. Ma Saska rifiuta la proposta: vuole tutta la piazza, anche se i manifestanti non dovrebbero essere più di 150-200.

Infine il 15 ottobre 2008 il Dipartimento di Polizia nega l’autorizzazione a Saska e vieta la manifestazione. La ragione è presto detta: i Parlamentari sarebbero pregiudicati nello svolgimento dei propri lavori da una folla urlante e chiassosa, che con megafoni, casse e altoparlanti si fa sentire fin dentro il palazzo. Inoltre ci sarebbe un bel problema di circolazione stradale, almeno per i Parlamentari che quel giorno volessero andare al palazzo istituzionale.

Poi che quel giorno non fossero in programma commissioni parlamentari o altri lavori non sembra essere una contestazione ragionevole. L’unico evento era un convegno organizzato dalla Alleanza per Migliorare le carriere femminili dal titolo “Occupazione – Parità di Chances – Competitività “, evento lungi dal rispondere a quel concetto di attività istituzionale che appartiene al funzionamento del Parlamento.

Nonostante l’assenza palese di attività parlamentari, l’autorità di polizia non ascoltava ragioni: la protesta rappresenterebbe comunque un “gravely endanger” per il funzionamento del Parlamento. Insomma, il Parlamento ha necessità di funzionare anche quando non programma alcuna attività.

Tra l’altro, Saska fa presente ai funzionari del Dipartimento di Polizia che proprio quel giorno, il 15 Ottobre 2008, quando aveva ricevuto il diniego a manifestare, in piazza Kossuth era stata autorizzata una manifestazione, nonostante fossero in programma le sessioni di lavoro di ben 5 commissioni parlamentari!

Se non è un paradosso! Lo stesso giorno in cui si proibisce una manifestazione perché il Parlamento avrà da lavorare – anche senza avere di fatto nulla in programma – si svolge nella stessa piazza contesa una manifestazione autorizzata che – forse fatta in silenzio o comunque sottovoce – evidentemente non disturba i lavori parlamentari, programmati e in svolgimento quel giorno!

La questione giunge nelle sedi giurisdizionali competenti, ma deluso dagli esiti Béla Saska ricorre davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo contro la Repubblica di Ungheria, depositando il ricorso n.n. 58050/08 il 27 novembre 2008.

Parlamento Ungherese - Interno

CORTE EDU – La sentenza dei giudici di Strasburgo

La Corte esamina il caso e si pronuncia il 27 Novembre 2012, all’unanimità, per la condanna della Ungheria; accerta la violazione dell’art 11 CEDU (Libertà di riunione e di associazione) e ritiene adeguata – come soddisfazione al ricorrente per il sopruso patito – la semplice ma simbolica enunciazione della violazione commessa dall’Ungheria.

La motivazione della Corte esalta il significato dell’art 11 CEDU: il diritto di manifestare è un diritto essenziale nelle società democratiche, e come tale non può essere indiscriminatamente compresso o menomato. Più chiaramente, il diritto di protestare include il diritto di scegliere tempo, luogo e modalità della manifestazione: qualunque alterazione della volontà degli organizzatori deve connotarsi come una compressione del diritto, quindi essere giustificata.

Il diritto di protestare – secondo lo schema binario tipico dei diritti fondamentali, per cui prima se ne afferma l’inviolabilità e subito dopo i limiti di “violabilità” giustificata – può essere limitato per legge con misure necessarie in un società democratica a raggiungere uno scopo legittimo. Orbene, la Corte non esita, esaminando il merito della vicenda, a riconoscere che le ragioni addotte dalle autorità bulgare erano del tutto insufficienti e contraddittorie, e ben lungi dal giustificare qualunque interferenza sul diritto del ricorrente.

Dopotutto, il Governo non poteva dimostrare che nella data scelta da Saska – il 17 Ottobre – ci sarebbero stati lavori parlamentari né poteva negare che il 15 Ottobre nella stessa piazza si svolgeva una manifestazione autorizzata con tanto di cinque commissioni parlamentari a lavoro.

 Conclusioni sul significato dell’autorizzazione a manifestare

Leggendo di queste vicende un po’ mi demoralizzo.
Pensare che chi è chiamato a far rispettare le regole possa ignorarle candidamente, avanzando pretesti incredibili e negando l’evidenza più ingombrante, è mortificante.

Manifestare è un diritto inviolabile in Europa: tanto in Italia quanto in Ungheria. L’autorizzazione deve rappresentare non un’ingerenza discrezionale del potere sulla libertà dei suoi cittadini ma una stretta valutazione degli interessi in gioco al fine di coordinarli nel modo più opportuno:  ne va delle nostre garanzie costituzionali!

Vedi l’articolo 17 della Costituzione Italiana, che parla di preavviso e non di autorizzazione, e giustifica l’intervento ostativo dell’autorità soltanto per ragioni di sicurezza ed incolumità dei cittadini:

I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi.
Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso.
Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità, che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica.

Tuttavia se si supera la decenza dei fatti più palesi per abusare del potere di autorizzare e vietare una manifestazione,e  lo si fa con questa facilità, allora non c’è speranza: la cultura della democrazia trascende e svanisce, disgregata dall’abuso di potere perpetrato dall’autorità.

Speriamo che ciò non accada, e ove dovesse accadere che si segnali all’indifferenza dei tutori dell’ordine – e degli Stati sovrani – che da qualche parte, in quel di Francia, esiste un giudice europeo in grado di requisire e condannare questi soprusi.

 

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Sáska v. Hungary del 27 Novembre 2012.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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