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Uomini e donne

Introduzione

Uomini e donne. Nome semplice ed efficace. Un’espressione dell’uso comune, che troviamo incastonata in discorsi quotidiani. Un’espressione paritaria, segnata dalla congiunzione “e”, come a dire che il genere maschile e quello femminile stiano sullo stesso piano.
E’ il nome di un programma marcato Maria De Filippi, nato come talk-show e divenuto, con la grande svolta degli anni Zero (vedi Educare i bambini con la televisione, Diariodallapoacalisse.com), un reality show. Dedicato principalmente al pubblico femminile, specie alle casalinghe di Voghera, è entrato nell’immaginario collettivo . In sostanza, dei ragazzi/e tentano di conquistare un ragazzo/a che siede su un trono. Il tronista o la tronista devono essere sciolti da legami affettivi fuori dal gioco, pena la squalifica; stessa regola vale per le corteggiatrici o i corteggiatori.
Il programma ha avuto svariate mutazioni, per cui non è possibile dare un giudizio totale del format in questo contesto, bensì lo si può analizzare nella sua fase di massimo splendore, nella struttura che è entrata nell’immaginario degli Italiani. Escluderemo, quindi, in questo elaborato, le variazioni Ragazzi e ragazze o qualsiasi altra forma derivata.

Il titolo
La struttura linguistica del titolo è abbastanza chiara. Pone una differenza di genere, ma la annulla sulla base di una presunta parità (vedi Sulle relazioni impossibili), cioè si insinua in un contesto democratico, di piena emancipazione femminile, per cui il fatto che il termine Uomini sia antecedente al secondo non deve angosciare nessuno. Si potrebbe leggere in questo livellamento una sottile strategia per porre prima il genere maschile, forse in virtù del fatto che le prime esperienze del programma vedono l’uomo al centro del corteggiamento delle donne e del susseguirsi degli eventi. Ma questo calcolo non è che un’ipotesi; è molto più probabile che il titolo derivi dal calco di un’espressione gergale. Si veda ad esempio la comune espressione “gli uomini e le donne sono sono uguali”.
Altro dettaglio non indifferente è che, assieme al titolo, venga usualmente detto/scritto che questo format è di Maria De Filippi. C’è un indissolubile legame tra l’artefice e la narrazione che viene mostrata al pubblico. Più semplicemente, la narrazione non è di Maria De Filippi, la narrazione è Maria De Filippi. Per capire meglio questo dispositivo semantico, prendiamo il libro Un cuore semplice. E’ un’opera di Flaubert. Si dirà: “Un cuore semplice” di Flaubert. Nel caso del romanzo francese, la relazione costituisce una parte extraletteraria, è cioè fuori dalla narrazione, in quanto non viene raccontata la storia di Flaubert che scrive o produce un libro. Uomini e donne è Maria De Filippi, non è di Maria De Filippi. Si tratta del racconto di Maria che costruisce una storia.

La denominazione “di Maria De Filippi”, non sempre considerata obbligatoria, meno che mai nel linguaggio comune, è invece quasi necessaria nel programma fratello, Amici, per il quale, sia per una questione di sonorità, di metrica, che per la sua origine, si preferisce ricordare chi è l’artefice. Amici di Maria De Filippi. Sicuramente il pubblico di Amici, i protagonisti stessi si legano meglio all’idea di una forza materna-paterna, a una fabbricatrice, per cui il marchio è vivo; anzi la De Filippi è, in questo contesto, la chiave di lettura e la mediatrice tra la fascia più vecchia del pubblico e quella più giovane.

Maria De Filippi
Maria ha un cognome composto, che nella cultura popolare si lega facilmente ad ascendenze nobiliari, a un piano superiore di lettura dei fatti. E’, per natura semiotica, diversa rispetto alla massa. Maria si presenta con un nome semplice, evangelico, che conforta lo spirito cattolico di un Paese intero, e lo conduce per mano alla grandezza del cognome. Maria è, quindi, la dea che scende tra gli uomini. O, almeno, è quello che il suo nome significa nella funzione che assume il suo personaggio.
A livello fisico, Maria sta in disparte, è posta tra il pubblico, ma seduta sulle scale; dialoga con i protagonisti della narrazione, come se ne fosse l’utente e non la creatrice. Tutto il contrario di Oprah o, comunque, di un presentatore classico. E’ vestita in maniera semplice, spesso con dei jeans, che simboleggiano una sorta di eterna giovinezza, e non ha, come le concorrenti femmili o i personaggi-pubblico, una chiara identità sessuale, anche se tutti sanno che è una donna. La sua è una mascherata asessualità, semplice e sobria, amabile. Il suo portamento, i suoi gesti ne fanno una figura apparentemente neutrale.
Pone pace nelle dissidie che fioriscono tra le varie anime degli utenti, assegnando la ragione o il torto ai personaggi-pubblico, che intessono la trama delle passioni dello spettatore televisivo e ne esorcizzano i problemi di coscienza, ne appiattiscono i conflitti interiori, in maniera da chiarire chi sia il buono e chi il cattivo, quale confine può avere la galassia dei valori condivisi dagli Italiani. Maria punta molto sui valori innegabili, ma con un taglio moderno, ponendosi spesso in contrasto con chi vuole fare del becero moralismo. A tal proposito potremmo dire che questo spettacolo è simile al catch descritto da Roland Barthes ne I miti d’oggi.
La linea di tensione narrativa è sempre una, mascherata o no: il desiderio che il corteggiamento vada a buon fine, che si realizzi la favola di Cenerentola, che trionfi il feticcio dell’amore, contrastato dalla pulsione sessuale, dal tradimento per carne o per spirito, nel quale possiamo incastonare l’accusa di essere finti, che vedremo più avanti. A Maria spetta il ruolo di confortante conduttrice, perché coloro che “sono finti” possano essere smascherati, perché la tensione al tradimento venga scoperta ed esorcizzata, perché la favola trionfi.

Il tronista
Il trono è un chiaro simbolo del potere. Rappresenta il posto che tradizionalmente spetta al re e per il quale la parola “tradizionalmente” non è mai sprecata. Mentre le normali persone restano in piedi, il re è seduto, il re è comodo, il re usufruisce del privilegio della comodità. Questo, in base alla tradizione che lo vuole slegato dal resto della popolazione, perché è superiore per nascita.
Ma il tronista non è un re. Non lo è, forse, perché condizionato dal timing della scelta (ha un tempo determinato per dare la sua preferenza a una delle pretendenti), forse, perché è la scelta stessa a determinare l’esistenza del trono. Senza l’obbligo della scelta, il tronista non sarebbe quel finto re che cerca di essere. A un vero re spetta una serie diverse di decisioni, ma può anche scegliere di non scegliere, vedi i fondamenti del potere assoluto. Il tronista non è un re, ma è un utente del trono, ridotto, più che altro, a un feticcio, nel pieno corso di una narrazione che si vuole definire paritaria e democratica sin dal suo nome. Il tronista è colui che usa il trono, ma anche nel senso produttivo, è, insomma, come l’elettricista, il marmista, l’ebanista, etc.
Costantino, noto rappresentante di questa categoria, porta il nome di un celebre imperatore, viene usualmente chiamato solo col nome di battesimo, come solo i più grandi della Storia, quasi fosse pari a Cesare e Napoleone. La sua funzione simbolica è quella di dimostrare che si può essere re, dittatori, governanti part-time solo sulla base della propria posizione mediatica, cioè che il potere è figlio dell’attenzione che un gruppo nutre verso un individuo. Non importa, quindi, ciò che Costantino fa, dice o prova, ma la sua posizione, il fatto che si parli di lui: questa è la sola regola che deve rispettare, una regola semidivina, un privilegio, che lo pone fuori dalle norme dei valori condivisi che Maria deve difendere. La rilevanza mediatica è l’unica legittimazione del potere.
Il tronista è in questo contesto, per fare un esempio che ne chiarisca la natura, una versione miserabile dell’Oltreuomo di Nietzsche: lui è l’unico che può uscire fuori dai confini dei valori-cardine, l’unico che può tradire senza far torto a nessuno, l’unico che non si può accusare d’essere finto senza mettere in discussione gli assi portanti della narrazione stessa. Anche quando l’opinionista o la relativa controparte di basso rango, il personaggio-pubblico, lo attaccano, egli rimane comunque avvolto in un alone di immunità, per cui le meccaniche della narrazione fanno sì che riesca sempre a restare legittimamente al centro della storia. L’unico conflitto che deve evitare, sfruttando saggiamente i valori condivisi, soprattutto un presunto rispetto per gli altri, è quello con Maria, la quale vigila sulle sue azioni.
La sua posizione è, però, mitigata dal pesante parere dell’opinionista, che appare come una sorta di consigliere o corregnante, se non un tutore. L’opinionista riesce a bilanciare il conflitto d’autorità tra la dea Maria e Costantino, prendendo una particolare parte, come quella di un personaggio quasi paritario a quello di Maria (vedi Tina Cipollari). C’è da dire che le azioni del tronista non hanno mai la pretesa di conflitto diretto contro la dea o il sistema che rappresenta, ma sono problematiche, perché rischiano di aprire a visioni contrapposte a quelle delle norme generali della narrazione e dei valori condivisi. Il tronista sconvolge o rischia di sconvolgere l’orizzonte d’attesa.
I possibili dissapori, vissuti sottopelle, percepiti a livello inconscio dal pubblico, sono annullati dalla figura-schermo di Maria, che è in realtà la vera regina della narrazione, e che può, come il demone sotterraneo della tragedia greca, l’alastor, determinare quasi del tutto, se non totalmente l’azione del protagonista del racconto. E’ la figura salvifica, che nella sua immensa magnanimità, permette perfino che qualcuno l’attacchi o contesti la sua verità con un’opinione. Per questo si trova in corrispondenza del tronista, ma in un punto opposto dello spazio.

L’opinionista
Gianni è un ballerino. La sua competenza nel giudicare la narrazione secondo i valori condivisi dalla società italiana risiede forse nel fatto che anche Costantino è un ballerino. Tuttavia non tutti i tronisti sono ballerini. Per cui potremmo pensare che la competenza dell’opinionista si esaurisca al genere maschile in generale, poiché anche lo stesso Gianni è maschio e fa da opinionista durante diverse stagioni del programma. Ma questa caratteristica non è troppo generica?
Egli è opinionista, ha un’opinione che va tenuta in considerazione, non si capisce per quale ragione, ma potrebbe essere competente in materia, pur essendo simile a una persone comune. Competente esattamente quanto lo spettatore. Gianni è lo spettatore, in pratica. Ne è una versione immaginifica, più libera, più aggressiva, accettata da Maria e dal pubblico, mentre quest’ultimo, sempre nell’immaginario dello spettatore, va a prendere il posto degli altri, della società. Nello stesso momento in cui ci si riconosce in Gianni o in Tina, si identifica nell’opinionista.
Ma, ovviamente, l’appetibilità di una tale identificazione ha una ragione nascosta. Il pubblico in studio, caratterizzato soprattutto da donne di mezz’età, ha alcune figure note a tutti, è plurale, ha un’identità riconoscibile dallo spettatore, ma è chiuso in un bozzo: non è che una deforme distorsione di ciò che incarna l’opinionista. Un po’ come il mondo sta in rapporto con l’Iperuranio. Tina, quindi, è superiore, legittimata dalla sua posizione, ma deve anche meritarsi la propria qualifica: è una mezza tronista (alcuni consiglieri sono stati tronisti o corteggiatori), una mezza spettatrice, quindi deve giocare molto sull’attrarre su di sé l’attenzione, ma restare dentro i confini dell’orizzonte d’attesa degli utenti.
Incarna, se possiamo osare, l’Es freudiano, la carica esplosiva delle pulsioni, la critica che scappa di bocca, la battuta, il motto di spirito; fa e dice ciò che noi spettatori vorremmo dire o fare. Il personaggio del pubblico non sarà mai in grado di mettere in ordine le idee, di esprimere una personalità intrigante o di imprimere il suo volto nella testa degli Italiani: l’opinionista è posto dentro la narrazione, non a margine, fa uso di dispositivi narrativi caratterizzanti e, soprattutto, ha varie occasioni di mettere bocca su questo o l’altro argomento. Ovviamente la figura assume diverse forme: Gianni non è Tina, ma ne è una versione meno esuberante. E così via. Purché non si intacchi la narrazione, specie il super-Ego di Maria.
Esempio classico può essere la critica che l’opinionista fa nei confronti della corteggiatrice maltrattata, che accetta il tradimento del tronista con serena rassegnazione. Chiaramente, il tronista ragiona secondo le regole del tronista, per cui è sciocco biasimarlo; ma il telespettatore sente il bisogno di reagire davanti a un torto che questo fa nei confronti degli altri, trova istintivamente irreale il comportamento di colei che subisce il tradimento. Qui interviene il gioco di specchi tra i personaggi-pubblico e l’opinionista, che esorcizza la finzione, la legittima, rende realistica la narrazione.

Essere finti
Il più classico degli insulti che le corteggiatrici rivolgono alle rivali è quello di fingere, di voler conquistare la notorietà, di avere una maschera. E qui ci si perde in un labirinto pirandelliano. Maschere e mascherine. Anche questo potrebbe essere un dispositivo per affermare il realismo della narrazione, un esorcismo. La corte, che si presenta come una sincera brigata di pretendenti, che aspira ad un amore puro e passionale, degno dei migliori romanzi rosa, è tentata dall’arrivismo. I protagonisti sono paradossalmente condizionati dall’ombra lunga della notorietà, dalle telecamere, dal circuito che Maria e suo marito Costanzo hanno costruito per promuovere i miti che hanno fabbricato: Costantino ha l’onore di essere protagonista di un film, insieme al tronista Daniele Interrante, Troppo belli; per un periodo la sua storia d’amore con Alessandra viene raccontata a Buona Domenica; per non parlare del circuito di reality show che riesce ad assorbire e impiegare questa particolare forma di forza-lavoro. E’ una pressione forte.
Prendiamo il caso del maschio da corteggiare. Mentre il tronista può tradire la ragazza alla quale ha regalato aspettative, senza che questo lo sconfessi, la ragazza non può intrecciare legami d’altro tipo. Entrambe le figure non possono realizzare unioni al di fuori dal programma, come è noto, ma il tronista può realizzarle all’interno. L’unica possibilità legale di tradimento delle aspettative di favola rosa è per la corteggiatrice quella di fingere interesse per ottenere visibilità. Il gioco delle parti è quindi questo: la corte è formata da persone condizionate, poste per forza maggiore all’interno di una finzione, di una meccanica di azioni, simile a quella di un rito, che devono, però, essere reali. Paradosso.
Tutto il nocciolo duro del format è questo: dimostrare di non essere finti. Passare attraverso la ritualità di questa corte, pur preservando se stessi. Rito? Sì. A cominciare dalla presentazione delle nuove pretendenti, dalla rosa, dalla musichetta da sfilata di moda, tutto è costruito perché si compia un’azione che non ha apparentemente significato, ma che ne ha uno simbolico. Le ragazze portano delle rose rosse, simbolo dell’amore, una ciascuna; c’è uno scambio di sguardi. Una sorta di parata, sulla base della quale si possa esprimere un primo giudizio. Le parate militari sono e sono state un’ostentazione di forza, fossero di Mussolini o della Repubblica, una rappresentazione di un campione delle proprie risorse. Ma chi è Mussolini o lo Stato? Costantino è il re che mostra la potenza? O è Maria che fa vedere a tutti di quanti pezzi di cannone disponga? La parata è un omaggio, un riconoscimento, una legittimazione e, contemporaneamente, la costruzione di un accordo implicito tra l’omaggiato e l’omaggiatore. Disponi dell’Eden, purché non tocchi la mela. Maria regala ad Adamo-Costantino il paradiso e il potere, purché non rompa l’incantesimo della finzione.
Il finto re incontra la sua finta corte, che siede su sedie normali, la giudica e la distrugge, permette che venga rigenerata, pone delle domande e si interessa sulla base dell’aspetto fisico a una o a un’altra. Tralasciamo l’introspezione dei soggetti, le loro ragioni, l’assimilabilità ad uno stereotipo. Concentriamoci, invece, sull’intreccio narrativo. Costantino è chiamato a scegliere tre ragazze per portarle in esterna. Ciò significa che può avere un contatto al di fuori dello studio televisivo con una pretendente. Il dispositivo narrativo è quello di far intendere che, in campagna o in città, i due si comportino senza seguire gli schemi imposti, che, cioè, siano più veri o, meglio, siano meno finti. Le avventure di Costantino vengono poi raccontate al pubblico, in studio. Può accadere che un tronista illuda tutte e tre le ragazze, che approfitti del proprio ruolo, destando indignazione. Questo però non deve scatenare per forza la rabbia della corteggiatrice, che preferisce, come il suo ruolo richiede, attaccare più volentieri l’avversaria. E qui si apre il cielo. Gli insulti sono coperti dalla censura. Non che importi la parola usata, per carità. Il tabù è violato, la parola sporca viene detta, lo sfogo e la rabbia diventano intrattenimento, ma sempre dentro l’alone irreale della censura, che protegge la morale condivisa: è come una guerra combattuta con i fucili a vernice. In questo modo si insinua in noi il sottile piacere della finzione.

I dispositivi narrativi e la simbologia di questa narrazione incantano ogni giorno milioni di Italiani. Per esplorarli al meglio, non basterebbe una monografia. Dando un saggio di questi dispositivi e rivelandone le forme occulte, se ne ricava che Uomini e donne non è un programma ordinario e che basa il suo successo sull’innovazione della sua struttura.
Giulio Pitroso

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