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Lo sfruttamento del lavoro minorile: problemi legislativi e consapevolezza del consumatore

Recentemente abbiamo pubblicato un articolo sulla schiavitù “tradizionale” in Mauritania; nello stesso vi era un breve riferimento a forme “moderne” di schiavitù, che per ragioni di tematica e spazio non si è potuto sviluppare. Si cercherà in parte di farlo in questo articolo, che analizzerà una delle forme più immorali e subdole di schiavitù “moderna”: il lavoro minorile.

 

Molti ricorderanno vagamente lo scandalo, che scoppiò nel 1996, quando si scoprì che multinazionali come Nike, Reebok, Adidas e Mizuno producevano a Sialkot (Pakistan) palloni da calcio in fabbriche dove erano impiegati migliaia di bambini tra i cinque e i quattrodici anni, che lavoravano undici ore al giorno.

L’indignazione dell’opinione pubblica internazionale e la mobilitazione, che ne seguì, costrinse le compagnie a darsi un codice etico e a controllare con maggiore attenzione la propria filiera di produzione.

Chi scrive ricorda di non aver acquistato per anni prodotti Nike a causa di questa vicenda ma poi, si sa, il tempo cancella tutto: infatti, trascorsa la momentanea “bufera”, nessuno si è più occupato dei bambini-lavoratori di Sialkot e tutti, compreso il sottoscritto, si è ripreso ad acquistare i prodotti delle marche succitate, senza più chiedersi se qualcosa fosse davvero cambiato laggiù.

Qualcosa è cambiato sì ma non in senso positivo: i bambini di Sialkot continuano a produrre palloni da calcio ma in condizioni più precarie di prima; essi lavorano a casa propria, per molte ore al giorno ed in cambio di pochi centesimi di Euro all’ora. Prima nelle fabbriche si aveva almeno una seppur minima forma di regolamentazione; attualmente, non v’è più nemmeno quella.

Altri casi analoghi sono stati scoperti recentemente e denunciati anche in India.

Denunciare, però, non basta: rischia di rimanere un puro esercizio intellettuale fine a se stesso, che non risolve in alcun modo il problema.

 

“Focus” proposta di rilievo:

Justine Nolan, vice direttore del Centro Australiano per i Diritti Umani presso l’Università del Nuovo Galles del Sud ha proposto una soluzione semplice che può costituire un primo passo verso il miglioramento:  attualmente un’azienda è legalmente responsabile solo per la qualità dei propri prodotti; Justine Nolan propone che l’azienda sia legalmente responsabile anche per la qualità delle condizioni in cui questi sono fabbricati oltre frontiera.

Certamente, la Nolan è perfettamente conscia degli ostacoli materiali quanto alla realizzabilità della sua proposta.

Innanzitutto, nell’era della globalizzazione e nel caso specifico dei palloni da calcio, la materia prima può essere acquistata in Brasile, il pallone realizzato in India e venduto al consumatore finale in Australia da una società statunitense. Un autentico “giro del mondo in ottanta giorni”, che rende quasi impossibile qualsiasi controllo circa il rispetto dei diritti dei lavoratori in questa filiera globale.

Per questo, ed ecco qui il secondo problema, dovrebbero essere in primis le autorità locali a garantire il rispetto di questi diritti, a vigilare, operare controlli ed irrogare sanzioni, in caso di inosservanza, infrazioni ed abusi.

Per giungere a questo risultato occorrerebbe una legislazione ed una giurisdizione giuslavoristiche ben sviluppate ma soprattutto efficienti.

Per la verità, molti Paesi, tra cui l’ India, si sono dotati di leggi riguardanti la lotta alla discriminazione, la salute e la sicurezza sul lavoro, la tutela dell’ambiente e i diritti dei lavoratori ma al momento si tratta solo di una legislazione, che si potrebbe definire “potenziale”, perché nei fatti non trova o trova pochissima applicazione.

Questo perché non sempre le autorità locali hanno la volontà o i mezzi necessari per monitorare gli standard dei luoghi di lavoro; non sono rari i casi in cui le leggi non sono rispettate, semplicemente perché non vi è alcun rischio di ripercussioni. Molte aziende, quindi, sfruttano  a proprio vantaggio queste lacune nella legislazione e/o nei controlli, giungendo così facilmente ad un’esacerbazione dei problemi.

Di conseguenza solo la responsabilità legale, e non soltanto quella morale, può essere la chiave per  porre fine allo scandalo dello sfruttamento del lavoro minorile.

 

Conclusioni:

Chi scrive si permette solo una piccola aggiunta alla proposta della Nolan: in un Mondo globalizzato occorrerebbero anche controlli e poteri sanzionatori globali; a questo proposito potrebbe essere fatto intervenire ad esempio l’ ONU, dotandolo di una struttura e di poteri ad hoc.

Visto, però, l’attuale clima di tensione e frammentazione internazionale, nonché gli enormi interessi economici in gioco, è più probabile che nulla cambierà, almeno nel breve periodo.

Il consumatore finale certamente ben poco può fare per migliorare l’attuale situazione ma, per quanto è possibile, dovrebbe cercare di scegliere con maggiore attenzione, informazione e consapevolezza i prodotti che acquista.

 

Link per approfondire:

http://www.generazionezeroitalia.org/blog/4335/festivaldeldiritto/e-se-fosse-vostro-figlio-a-lavorare-in-queste-condizioni/

http://www.ilo.org/global/topics/child-labour/lang–en/index.htm

http://www.antislavery.org/english/slavery_today/child_labour.aspx

 

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