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Quando la medicina non basta a salvare una vita. Polonia assolta dall’accusa di malasanità

Diritto alla vita – Sentenza Z. v. Poland, 13 Novembre 2012 

La vita è il bene che ogni Stato è tenuto a garantire come diritto primario e irrinunciabile.

Questa volta è lo Stato polacco sotto la lente analitica della Corte Europea dei Diritti Umani: il suo adempimento nella salvaguardia del diritto alla vita è messo in discussione dalla morte in ospedale di una giovane cittadina. Proprio la presunta violazione dell’Art 2 CEDU è l’argomento principe nella tragica vicenda oggetto del ricorso della madre della donna, che lamenta la negligenza medica come causa della morte della figlia e anche la violazione del diritto al rispetto della vita privata e famigliare enunciato dall’Art 8 CEDU, e del divieto di discriminazione dell’Art 14 CEDU. Il 13 Novembre 2012 la Corte si è pronunciata con l’assoluzione dello Stato da ogni responsabilità.

 IL CASO – Il 5 maggio del 2004 la giovane Y riceve la notizia di essere incinta di poche settimane, ma allo stesso tempo scopre di essere affetta da una forma di colite ulcerosa, malattia intestinale che causa sintomi fastidiosi e debilitanti. La donna, accompagnata sempre dalla madre Z, viene più volte ricoverata in diversi ospedali e sottoposta a esami e cure farmacologiche, fino a che l’accertamento della presenza di un ascesso intestinale nel luglio del 2004 richiede un primo intervento chirurgico, eseguito il mese successivo. Proprio durante quest‘ultimo soggiorno nell’ Ospedale Pirogow di Łódź, il medico si rifiuta di eseguire un’endoscopia completa; non viene effettuato neanche un esame diagnostico dell‘addome. L’esperienza sotto i ferri sarà la prima di una lunga serie per la paziente, che viene nuovamente operata sia per rimuovere l’ascesso – che nel frattempo si è riformato – sia per accertare le cause dell’apparente sepsi di cui la donna sembra affetta. Il quadro clinico però peggiora sensibilmente in settembre. Dopo la rimozione dell’appendice, del feto che porta in grembo e dell’utero, il 29 settembre 2004, uno shock settico causato da sepsi stronca la vita della giovane donna.

Dinnanzi a questa tragica morte, la madre della giovane decide di citare in giudizio gli ospedali coinvolti nel trattamento terapeutico, valendosi della duplice possibilità di ricorso data dalla legge polacca per le vittime di illeciti attribuibili agli agenti dello Stato: avvia un procedimento penale nel 2004 e un procedimento civile nel 2007, per accertare se un’eventuale responsabilità dei medici sotto i due profili possa essere stabilita.

Il procedimento civile si apre con una richiesta di risarcimento nei confronti dell’Ospedale Pirogow e si conclude con un nulla di fatto, poiché la domanda viene respinta nel 2011 e la ricorrente non propone appello. Nel contempo, nel 2005, viene avviato anche un procedimento disciplinare nei confronti dei medici coinvolti da parte dell’Agente regionale per le questioni disciplinari di Łódź, ma i numerosi accertamenti e l’audizione di testimoni portano a escludere che si tratti di un caso di malasanità.

Per quanto riguarda il procedimento penale, nel maggio del 2005 la Procura apre un’inchiesta su un possibile omicidio involontario della figlia della ricorrente. Vengono incaricati degli esperti per vagliare se possa esserci un nesso causale diretto tra eventuali irregolarità del trattamento della paziente e la sua morte. In realtà, un accertamento approfondito è escluso, in conseguenza della mancata esecuzione di una tempestiva autopsia sul corpo, su richiesta del fratello al momento del decesso. Gli esperti concludono anche che l‘esumazione del corpo in una fase successiva non consentirebbe il raggiungimento di un parere sulla causa della morte. Con decisione dell’11 giugno 2008 la procura distrettuale ha interrotto le indagini, considerando, alla luce di tutte le prove e dei pareri degli esperti, che non vi era alcun collegamento diretto tra il trattamento e la morte della figlia della richiedente.

Nessuna via di ricorso interna soddisfa la madre della giovane donna, che sentendosi frustrata nelle proprie ragioni, decide di adire la Corte Europea.

CORTE EDU –  L’Art 2 CEDU funziona come una macchina “a due motori”: da un punto di vista sostanziale,impone allo Stato di astenersi dalla presa deliberata della vita; da un punto di vista procedurale prescrive anche di adottare le misure adeguate per salvaguardare la vita di chi si trova all’interno della giurisdizione statale.

La ricorrente lamenta sia la mancata somministrazione di un trattamento adeguato da parte dei medici curanti, sia la mancanza di un’indagine efficace che avrebbe consentito l’accertamento di responsabilità per la morte della donna. Infine, riguardo la mancata esecuzione di una completa endoscopia sulla figlia nel 2004, la ricorrente rileva che era dovuta alla paura del medico di mettere in pericolo la vita del feto, in osservanza della legge polacca sull’obiezione di coscienza troppo rigorosa: perciò lo Stato non sarebbe stato in grado di predisporre un adeguato quadro giuridico per evitare la morte della donna.

Quest’ultima contestazione viene rigettata. La Corte chiarisce che il suo compito non è quello di rivedere la legge nazionale vigente in materia, ma solo in relazione alla specifica applicazione di tali leggi alle circostanze particolari della situazione del richiedente.

Affrontando il cuore della vicenda, la Corte ritiene che se uno Stato contraente ha fatto un’offerta adeguata per garantire elevati standard professionali dei medici a tutela della vita dei pazienti, non si può ammettere che un errore di valutazione da parte di un professionista sanitario o un insufficiente coordinamento tra gli operatori sanitari nel trattamento di un paziente particolare, siano sufficienti a condannare uno Stato per violazione del diritto alla vita. La Corte ritiene che sia stato soddisfatto l’adempimento sostanziale contenuto nell’ART 2 CEDU.

La Corte passa quindi a considerare le richieste della ricorrente sotto il profilo procedurale. La mancata esecuzione di un‘autopsia e indagini carenti sulle circostanze della morte avrebbero minato ogni tentativo per determinare la responsabilità da parte dei medici e degli ospedali coinvolti. Il Governo respinge le accuse e sostiene che non c’erano motivi validi per effettuare l’autopsia, comunque negata dal fratello della donna. Inoltre entrambi i giudizi interni, penale e disciplinare, si sono conclusi senza nessuna responsabilità a carico dei medici.

La Corte conferma in buona sostanza la tesi del governo e dichiara all’unanimità che nessuna violazione dell’Art 2 CEDU nel suo aspetto procedurale può essere riscontrata.

Tra le altre violazioni fatte valere, la Corte ritiene che la ricorrente non è riuscita a dimostrare che l’Art 8 CEDU sia stato violato: mancano prove inequivocabili che la donna non ha avuto accesso alle cartelle cliniche della figlia e che il rispetto della sua vita famigliare sia venuto meno. Riguardo la presunta violazione dell’Art 14 CEDU, la ricorrente non è riuscita a inviare i dati precisi per dimostrare che la figlia è stata discriminata a causa della sua gravidanza nell’ottenimento di un trattamento adeguato alle sue condizioni. La Corte perciò respinge i ricorsi.

In conclusione, anche se nessun caso di malasanità è stato riscontrato in questa vicenda polacca, è innegabile che la morte di una giovane donna in un ospedale tocchi la nostra sensibilità di cittadini, fiduciosi che il sistema sanitario possa sempre e comunque garantirci le migliori cure possibili. Una fiducia spesso e volentieri non accompagnata da certezza.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Z. v. Polonia del 13 Novembre 2012.

 

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