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Italia: la legge Pinto non basta per superare il problema della lentezza della giustizia

Diritto ad un equo processo – Sentenza Ambrosini e altri v. Italia, 8 novembre 2012

La legge assicura la ragionevole durata del processo. Questo è quello che prescrive l’articolo 111 della Costituzione italiana, ma questo principio è realmente applicato?  Ormai tutti conosciamo l’incredibile situazione della giustizia italiana. Infatti i processi hanno una durata interminabile, sono lunghi e anche costosi. Proprio per sveltire questi tempi è stata introdotta nel 2001 la legge Pinto, a favore delle vittime dell’irragionevole durata di un processo, per garantirgli un’equa riparazione per il danno, patrimoniale o non patrimoniale, subito oltre che un contributo per le spese legali.
La legge Pinto, in particolare, prevede che il tempo ragionevole di un procedimento di Primo grado sia di 3 anni, 2 anni, invece, per i procedimenti di secondo grado e solo 1 anno per i procedimenti in Cassazione. Basti pensare che la durata media, in Italia, di un processo civile (compresa la cassazione) è superiore ai 9 anni per renderci conto di quanto è profondo questo problema nel nostro sistema di giustizia. 

 IL CASO – I ricorrenti, ben 18 persone, avevano avviato procedure legali, ognuno, autonomamente; ritrovandosi, a distanza di anni, ancora alle prese con tribunali e processi. Tra il 2006 e il 2007 decidono quindi di appellarsi facendo valere la legge “Pinto” per ottenere un risarcimento danni, in quanto evidenti in tutti i casi un’irragionevole durata dei loro processi.
Questo procedimento avrebbe dovuto in primo luogo risarcire le parti per i danni, patrimoniali e non, sostenuti durante i tempi prolungati e, inoltre, velocizzare le pratiche in atto.
Inspiegabilmente però, anche i tempi del procedimento “Pinto” hanno deluso le aspettative dei ricorrenti, incrementando il malessere delle parti. Pertanto, è vero che, in fine, le parti hanno ottenuto un risarcimento morale di quanto subito, ma solo dopo un tempo superiore ai 6 mesi (la durata massima) dalla data di condanna dello stato italiano a corrispondere l’indennizzo ai ricorrenti (precisamente da 1 a 2 anni dopo).

 LA CORTE – Nel febbraio 2009, i 18 ricorrenti decidono quindi di depositare, ognuno, un ricorso presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, lamentando la violazione del termine ragionevole dei loro processi avviati in riferimento alla legge “Pinto”, ossia l’art 6 CEDU (Diritto ad un equo processo), e dell’art 1 del protocollo 1 della Convenzione.

La Corte decide di unire tutti i casi e di esaminarli in un’unica sentenza, per via delle somiglianze che li accomunano tutti ( i procedimenti vengono avviati tutti lo stesso giorno, e le parti sono rappresentate dallo stesso avvocato).
In particolare i ricorrenti chiedono la somma di € 100 per ogni mese di ritardo dopo i primi 6 mesi trascorsi dalla condanna dello stato, a titolo di risarcimento non patrimoniale.

Il GOVERNO –  obbietta dicendo che il ritardo nell’adempimento del pagamento deve essere valutato tenendo in considerazione anche la lunghezza complessiva del procedimento e non semplicemente il ritardo in sé. Altra obiezione del governo è stata quella di affermare che i ricorrenti non potevano intendersi “vittime” della violazione.

La Corte di Strasburgo, con sentenza del 8 novembre 2012, afferma che vi è stata la violazione dell’art 6 comma 1 della Convenzione ed accorda ai ricorrenti una somma forfettaria di 200 € come risarcimento danni morale e al pagamento di 1000 € da parte dello Stato, a beneficio del legale dei ricorrenti, avvocato A. Marra, che ha anticipato queste spese a favore dei suoi clienti.

Insomma, l’Italia riconosce di avere difficoltà nell’ applicare l’articolo  111 della Costituzione e nell’applicare l’articolo 6 della Convenzione EDU, poi arriva finalmente una legge per rimediare a queste difficoltà, concedendo un rimborso alle parti, ed una sanzione allo stato, ma abbiamo difficoltà anche nel rispettare quest’ultima. Che cosa rende i processi così lenti in Italia?  Forse il problema non è da ricercare in superficie, sull’operato di avvocati e magistrati, ma alle radici: le norme, la legge che loro sono chiamati ad interpretare, che sempre più spesso si rivela inattuale per la nostra società che invece è in continua evoluzione.

La sentenza è reperibile qui: Affaire Ambrosini e Altri vs Italia, del 8 Novembre 2012.

About Dora Tucci

Sono una studentessa fuori sede, iscritta al 3° anno di giurisprudenza, presso l’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza. Durante la settimana risiedo nel collegio delle suore Orsoline, ma nel fine settimana rientro a casa, in provincia di Brescia.

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