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Russia: il diritto di una madre che non si riesce a far rispettare

Diritto al rispetto della vita privata e familiare – Sentenza Y.U. vs Russia, 13 novembre 2012

È ormai opinione universalmente condivisa che quando viene emanata una sentenza, che magari certifica un tuo diritto, tutto sia risolto: Giustizia è stata fatta. Purtroppo non è sempre così. A volte si deve rendere effettivo ciò che una sentenza prevede solo formalmente. A volte bisogna lottare per far sì che un diritto sia “concretamente” riconosciuto.

IL CASO – La sig.ra Y.U. è una cittadina russa che nel luglio 2004 si unisce in matrimonio con il sig. O.A. Come molte volte accade nelle coppie, i lati oscuri della persona che ti sta accanto si conoscono troppo tardi; così è accaduto anche alla ricorrente che, solo dopo la registrazione del matrimonio, viene a sapere che il padre di suo marito è una delle persone più influenti nel mondo criminale russo e che ha moltissimi contatti con gli agenti di Polizia.

Nel frattempo, un mese dopo le nozze, la moglie del sig. O.A. concepisce un bambino, di nome M. La vita coniugale della coppia procede normalmente fino al 2007, quando cominciano a svilupparsi le prime tensioni che misero irreparabilmente a repentaglio la solidità famigliare. Purtroppo tali tensioni raggiungono il culmine nell’Aprile 2008, quando il sig. O.A. caccia di casa sua moglie senza permettergli di aver alcun contatto con il figlio.

Dinanzi all’impossibilità di poter vedere suo figlio, la madre fu costretta ad avviare il procedimento di divorzio dinanzi al Tribunale distrettuale Kuzminskiy di Mosca, richiedendo inoltre al Giudice l’immediata emanazione di un’ordinanza che limitasse i diritti genitoriali del marito, ai sensi dell’articolo 73 del Codice della Famiglia della Russia.

Il caso viene esaminato da due diverse autorità  distrettuali (child welfare authorities).  L’autorità distrettuale (the Khimki child welfare authority), competente nella circoscrizione dove ha la residenza il padre del bambino, ha ritenuto che la soluzione migliore nel interesse del bambino fosse affidarlo alla madre; l’autorità distrettuale (the Moscow Kuzminki District Child Welfare Authority ), competente nella circoscrizione dove ha la residenza la madre, ha deciso invece che era meglio per il bambino rimanere con il padre, perché era in grado di garantirgli condizioni di vita migliori.

Intanto, nel novembre 2008 il Tribunale distrettuale scioglie definitivamente il vincolo giuridico del matrimonio tra la sig.ra Y.U. e il sig. O. A. e provvede ad affidare il figlio alla potestà esclusiva della madre.
Ma il sig. O.A, non accettando l’esito della sentenza, decide di far ricorso in appello. La Corte d’Appello, il 17 aprile 2009, confermerà in secondo grado la decisione del precedente Tribunale, che passa in giudicato.

In seguito, venne emesso un mandato di esecuzione, in forza della sentenza del 17 aprile 2009; ma l’atto di esecuzione venne rilasciato su un modello ormai non più in uso.

Da questo errore burocratico si svilupperanno una serie problemi amministrativi che impediranno l’immediata esecuzione della sentenza. Di fronte a questa situazione, nel settembre 2009, la cittadina russa richiede al Tribunale l’emanazione del mandato nella forma prevista dalla legge e l’immediata esecuzione della sentenza. Ma Il mandato emanato dal tribunale risulterà difforme dalla forma prevista ex lege. Per questo motivo  gli ufficiali giudiziari dell’ufficio del circuito avviano un procedimento di esecuzione, ma decidono di rinviare l’uso di misure coercitive perché non risultava chiaro il modo in cui la sentenza dovesse essere eseguita.

Intanto il figlio e l’ex marito della ricorrente, dopo aver ottenuto un passaporto per il figlio dal Servizio Federale della Migrazione, lasciano il territorio della Federazione Russa. In seguito, tramite il suo rappresentante legale presenta una richiesta di cessazione dei procedimenti di esecuzione per la ragione che lui e M. si erano trasferiti da Mosca al villaggio di Nikitskoe.

Dopo aver superato i primi problemi burocratici, gli ufficiali giudiziari – nel tentativo di rendere effettivo il mandato di esecuzione – costatano che nella nuova dimora del sig. O.A. presso il villaggio di Nikitskoe, non c’era nessuno (la verifica è stata fatta più volte in giorni diversi). Ma mettendosi in contatto il padre adduceva ogni volta una motivazione.
Questa situazione si è protratta per molto tempo, ma la procura competente non ha mai ritenuto che persistessero gli estremi per avviare una procedimento penale per rapimento contro l’ex marito della ricorrente.

Purtroppo la madre di M, pur godendo di una sentenza a sua favore, non abbraccia suo figlio da anni; si sa solo che suo figlio vive con il padre e la matrigna.

LA CORTE EDU – la sig.ra Y.U. , il 13 giugno 2010, deposita un ricorso contro la Russia presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, denunciando l’inosservanza dell’art 8 CEDU (Diritto al rispetto della vita privata e familiare), art 2 e 3 della Convenzione, non presentando però alcuna domanda di equa soddisfazione, ai sensi dell’art 41 della Convenzione.

La Corte di Strasburgo, con la sentenza del 13 November 2012, ha dichiarato all’unanimità che vi è stata violazione dell’art 8 CEDU, non prevedendo alcun risarcimento per omessa richiesta da parte del ricorrente.

In particolare :

La Corte – oltre a ricordare che il godimento reciproco da parte di genitori e figli di reciproca compagnia costituisca un elemento fondamentale della “vita familiare” ai sensi dell’articolo 8 della Convenzione – afferma che l’oggetto essenziale del  suddetto articolo sia quello di “proteggere l’individuo da interferenze arbitrarie da parte delle autorità pubbliche“; un orientamento ormai consolidato della sua giurisprudenza include anche, nei casi in cui le controversie relative ai fanciulli insorgano tra genitori e/o altri membri della famiglia dei bambini, il diritto di un genitore ad ottenere misure idonee a ricongiungersi con il bambino e l’obbligo in capo alle autorità nazionali di adottare tali misure (obbligo completamente disatteso da parte della Russia). Ma tale diritto non ha portata assoluta: le autorità nazionali devono adoperarsi al massimo per facilitare la cooperazione tra gli interessati e l’obbligo di applicare la coercizione in questo settore deve essere limitata in basa agli interessi in gioco e all’interesse superiore e primario del bambino.

Una triste storia che fa venire al pettine i nodi del coordinamento tra gli organi di giustizia e la debolezza delle Autorità russe che non riescono a rendere effettiva neppure una sentenza. Purtroppo per la protagonista, nemmeno per vie giudiziaria internazionali riuscirà ad ottenere qualcosa di più di un semplice riconoscimento formale della violazione di un suo diritto.

La sentenza e reperibile qui : Case of Y.U. v. Russia del 13 Novembre 2012.

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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