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Stato e libertà religiosa: conversione forzata e violazione diritti umani

Relazione del Relatore speciale e teologo tedesco al consiglio delle Nazioni Unite sulla questione di imposizione religiosa da parte degli Stati.

La libertà religiosa è indubbiamente uno dei diritti umani fondamentali più importanti: non a caso è tutelato dalla nostra Costituzione implicitamente o esplicitamente in particolare agli artt. 2, 3, 7, 8, 19 e 20.

In molti Stati, perlopiù africani ed asiatici, essa non gode della medesima tutela, ed è scandaloso che ciò accada nel III Millennio.

 

Premessa necessaria:

Heiner Bielefeldt, filosofo, storico e teologo cattolico tedesco è dal 2010 Relatore Speciale delle Nazioni Unite sulla Libertà di Religione o di Credo. Gli esperti indipendenti o relatori speciali sono nominati dal Consiglio O.N.U. per i Diritti Umani ,con sede a Ginevra, per esaminare e riferire sulla situazione di un Paese in particolare od un tema specifico riguardante i diritti umani. Gli incarichi sono onorari e gli esperti non fanno parte del personale delle Nazioni Unite, né tanto meno sono pagati per il loro lavoro.

 

La questione:

Recentemente, Bielefeldt ha fatto pervenire un rapporto molto significativo all’Assemblea Generale dell’O.N.U., incitando gli Stati a fare di più per rispettare, proteggere e promuovere il diritto alla conversione religiosa.

Bielefeldt sottolinea che” il diritto alla conversione religiosa e il diritto a non essere costretti alla conversione o alla riconversione religiosa appartengono alla dimensione interiore di una persona e sono protetti senza riserve dalla legge internazionale sui diritti umani”; egli analizza successivamente i tipi di abusi perpetrati in nome di pretese motivazioni religiose o ideologiche, in vista della promozione dell’identità nazionale o della protezione della coesione sociale ,oppure per altri pretesti, come il mantenimento della sicurezza politica o nazionale.

Taluni organismi statali operano indebite restrizioni sui diritti dei convertiti o di coloro che svolgono in modo non coercitivo attività di proselitismo e talora questi diritti sono messi in discussione in via di principio; altri abusi, invece, comprendenti anche atti di violenza, derivano da pregiudizi sociali diffusi.

Si segnalano, inoltre, conversioni o riconversioni forzate, perpetrate sia dagli Stati stessi, sia da soggetti non statali.

I convertiti, oltre ad essere esposti a forme di pressione sociale, pubblico disprezzo e sistematica discriminazione, spesso si vedono costretti ad affrontare insormontabili ostacoli amministrativi nel loro tentativo di vivere secondo le proprie convinzioni religiose.

In alcuni Stati i convertiti possono essere perseguiti anche penalmente e talvolta rischiano persino la condanna a morte per reati come apostasia, eresia, blasfemia o insulto nei confronti della tradizione e dei valori dominanti nel paese. I convertiti sono poi spesso esposti a pressioni, affinché si riconvertano alla religione, che professavano precedentemente; queste possono essere portate sia da enti pubblici, sia da soggetti non statali e possono giungere perfino a condizionare la distribuzione di aiuti umanitari ad un’aspettativa di conversione.

Particolarmente preoccupanti appaiono pressioni e minacce subite dalle donne, soprattutto nel matrimonio o durante il fidanzamento, per costringerle a convertirsi alla religione del marito o del futuro marito.

Bielefeldt, inoltre, denuncia che molti Stati impongono severe restrizioni legislative o amministrative alle attività non coercitive di proselitismo e che queste restrizioni sono concepite ed attuate in modo palesemente discriminatorio.

Ciò può avvenire, ad esempio, per rafforzare ulteriormente la posizione della religione di Stato o comunque dominante nel paese e, viceversa, indebolire e marginalizzare sempre più le minoranze.

I membri delle comunità religiose, che hanno la reputazione di essere generalmente impegnate in attività missionarie, possono anche trovarsi ad affrontare pregiudizi sociali, che a volte sfociano nella paranoia ed addirittura in atti di violenza di massa e in uccisioni.

Bielefeldt raccomanda che, nel delicato settore del diritto alla conversione religiosa e del diritto a non essere costretti alla conversione o alla riconversione religiosa anche i diritti del bambino e dei suoi genitori, questi debbano essere assolutamente garantiti.

Egli ha infatti ricevuto segnalazioni di misure repressive adottate nei confronti dei bambini di convertiti o di membri di minoranze religiose, allo scopo di esercitare pressioni su di loro stessi e sui loro genitori o per costringerli a riconvertirsi alla religione precedentemente professata o per costringere i membri delle minoranze a convertirsi a religioni o credenze maggiormente “accettate” nella società.

Tali attività repressive possono rappresentare aperte violazioni della libertà di religione e di credo del bambino e/o del diritto dei genitori di garantire ai proprî figlî un’educazione conforme alle proprie convinzioni ed in modo coerente con le capacità di sviluppo del bambino.

 

Conclusioni:

Chi scrive si augura che il rapporto Bielefeldt non rimanga lettera morta ma possa fungere da catalizzatore per gli Stati e per i rispettivi popoli in vista di un maggiore rispetto della libertà religiosa in tutto il Mondo.

Certamente, non si può ignorare che negli ultimi decenni siano sorti movimenti religiosi, sette e credenze, che poco o per nulla rispettano i diritti umani dei propri membri, in primis” la libertà di pensiero, di parola, di azione e di autodeterminazione: su questi è ovviamente opportuno vigilare e, se necessario, anche operare forme di repressione ma ciò non deve e non dovrà mai costituire un alibi per negare o comprimere il diritto fondamentale dell’uomo alla libertà di fede e di credo, nel quale rientrano anche i più specifici diritti alla conversione religiosa e a non essere costretti alla conversione o alla riconversione religiosa, qui specificatamente esaminati.  

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