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Polonia: se il detenuto è pericoloso, l’isolamento è a tempo indeterminato

Trattamenti inumani e degradanti – Sentenza Gowacky v. Poland,30 Ottobre 2012

Il caso trae origine da un ricorso contro la Polonia davanti alla Corte EDU da parte di un cittadino polacco, il signor Leszek Robert Głowacki, del 27 dicembre 2007.

Il richiedente sostiene la violazione dell’Art 3 della Convenzione per via dell’imposizione del regime di “detenuto pericoloso” a seguito di diversi procedimenti penali a suo carico, procedimenti di cui ha inoltre lamentato l’eccessiva durata ai sensi dell’Art 6 della Convenzione.

Più vicende lo vedono coinvolto e si sovrappongono tra di loro: una prima accusa relativa a una rapina a mano armata e a furto con scasso; una seconda accusa per possesso illegale di armi e uso di false divise di polizia cui ha fatto seguito l’imposizione del regime di “detenuto pericoloso” e, per concludere, le sue precarie condizioni di salute, motivo rivendicato per lamentare la situazione di isolamento carcerario previsto dal regime applicatogli.

IL CASO: Leszek Robert Głowacki è un cittadino polacco, nato nel 1957 e residente a Varsavia. L’accusa di rapina aggravata nel 1991 è l’inizio del primo procedimento penale a suo carico. Ne conseguono l’arresto e l’applicazione di una pena detentiva, ma le condizioni di salute del ricorrente impongono la sospensione del procedimento. Più volte a partire dal 2003 il ricorrente non si presenta in giudizio: il Tribunale di Varsavia decide di emettere un mandato di cattura nei suoi confronti, ordinandone l’arresto e la detenzione in custodia cautelare. Il ricorrente è stato arrestato il 18 maggio 2007 e più volte si è deciso di estendere il periodo della sua detenzione.

Nel 2009 il Tribunale regionale di Varsavia lo condanna per rapina a mano armata, furto con scasso e per aver provocato gravi danni fisici. La detenzione del ricorrente è stata successivamente prorogata con diverse decisioni e contro l’ultima di esse il signor Leszek Robert Głowacki ha presentato un ricorso.

Nel 2007 la Procura Regionale di Płock ha avviato un ulteriore procedimento penale nei confronti del ricorrente con l’accusa di possesso illegale di armi e rapina.

Il ricorrente è stato detenuto in custodia cautelare sulla base della probabilità che gli sarebbe stata applicata una lunga pena detentiva, tenendo conto della natura seria delle accuse a suo carico, e sulla base del rischio che si potesse nascondere. Ciò era reso più probabile dal fatto che non avesse una residenza fissa e fosse disoccupato. Nel corso delle indagini la detenzione del ricorrente è stata prorogata e i ricorsi del ricorrente non hanno avuto successo.

Il 18 dicembre 2008 la Corte regionale di Płock lo ha condannato a sette anni e sei mesi di reclusione, periodo successivamente prorogato. La Corte d’appello di Varsavia in parte ha confermato la sentenza di primo grado e condannato il ricorrente a un anno di reclusione: il ricorrente invocava la violazione del diritto a un processo entro un termine ragionevole e voleva fosse riconosciuta l’eccessiva durata del procedimento dinanzi al Tribunale regionale di Varsavia con un’equa soddisfazione a tal proposito.

La Corte d’Appello ha respinto il reclamo del ricorrente ritenendo che non vi fossero stati ritardi significativi nella causa.

Il 1 ° giugno 2007 la Commissione Penitenzieria del Centro di Detenzione Białołęka di Varsavia lo ha classificato come “detenuto pericoloso” sulla base del fatto che il ricorrente fosse stato accusato di rapina a mano armata e avesse utilizzato uniformi della polizia false per scappare dal Centro di Detenzione Białołęka di Varsavia. Ogni tre mesi la Commissione ha confermato la sua decisione e nel 2008 ha ritenuto che fosse necessario porre il richiedente in isolamento. I diversi problemi di salute del ricorrente vengono invocati in sede di ricorso per opporsi all’isolamento ma con scarso successo.

La questione sollevata dal ricorrente è la seguente: trattamento inumano e degradante in violazione dell’Art 3 Cedu.

Il ricorrente argomenta le sue motivazioni sostenendo che:

  • La sua situazione personale non era stata adeguatamente analizzata e che la classificazione di “detenuto pericoloso” era stata posta in relazione col fatto che egli fosse un delinquente abituale precedentemente evaso da uno dei centri di detenzione di Varsavia. Il regime è stato successivamente esteso “automaticamente” ogni tre mesi sulla base degli stessi motivi, senza alcuna modifica o circostanze nuove.
  • L’ isolamento in una cella per detenuti pericolosi fosse rischiosa a causa dei suoi problemi di salute. (Solo per circa un mese l’aveva condivisa con un altro detenuto, ma i 6,92 mq di cella a disposizione sembravano essere uno spazio troppo costretto per entrambi.)
  • Nel corso del procedimento dinanzi al Tribunale regionale di Plock al ricorrente sono stati legati le mani e i piedi per tre volte con manette e catene fino alla fine dell’udienza.

Il ricorrente ha sostenuto che, nonostante i suoi problemi di salute, le autorità fossero andate al di là di quello che potrebbe essere considerato necessario: ogni volta che il ricorrente entrava  nella sua cella veniva sottoposto ad una perquisizione personale ed era costretto a spogliarsi. La perquisizione e il controllo dei suoi vestiti e delle sue scarpe avvenivano in una stanza separata, senza la presenza di terzi.

Il Governo in sua difesa ha rilevato che:

  • Il trattamento denunciato non aveva raggiunto il livello minimo di gravità di cui all’articolo 3. In particolare, l’applicazione del regime di “detenuto pericoloso” non era andato al di là dell’inevitabile elemento di umiliazione connesso all’ imposizione di uno speciale regime quale è quello da applicarsi a una persona che viene considerata una minaccia per la sicurezza carcere – un misura legittima pienamente giustificata in base al diritto polacco.
  • L’imposizione delle catene ha avuto luogo solo dopo un esame della situazione individuale del richiedente. Se ci fosse stata alcuna ragione medica per non farlo, tale misura non sarebbe stata inflitta.
  • L’obiettivo principale dei controlli in entrata e in uscita dalla cella è stato quello di garantire la sicurezza in carcere.

Il governo ha inoltre sostenuto che durante la sua detenzione il ricorrente aveva regolarmente richiesto e ottenuto assistenza medica. Inoltre, il numero e la natura delle visite da parte dei familiari e di altri per il governo si erano rivelati sufficienti per aiutare il richiedente a mantenere un adeguato contatto e legami emotivi con la sua famiglia.

Il governo ha concluso che il trattamento a cui era stato sottoposto non era incompatibile con l’articolo 3 della Convenzione.

CORTE EDU: L’Art 3 Cedu sancisce uno dei valori fondamentali delle società democratiche. Anche in circostanze più difficili, quali la lotta contro il terrorismo o la criminalità, la Convenzione proibisce in termini assoluti la tortura o trattamenti inumani o degradanti, a prescindere dal comportamento della persona interessata. I maltrattamenti devono raggiungere un livello minimo di gravità se si vuole rientrare nel campo di applicazione dell’articolo 3. La valutazione di questo minimo dipende da tutte le circostanze del caso.

Le misure che privano una persona della propria libertà spesso comportano sofferenza o umiliazione. Tuttavia, non si può dire che la detenzione in una struttura di massima sicurezza, sia essa di custodia cautelare o conseguente a una condanna penale, di per sé solleva una questione ai sensi dell’articolo 3 della Convenzione. Ragioni di ordine pubblico possono portare lo Stato a introdurre regimi di massima sicurezza per particolari categorie di detenuti e, anzi, in molti Stati aderenti alla convenzione norme di sicurezza più rigorose si applicano ai detenuti pericolosi. Tali disposizioni, volte a evitare la fuga, l’attacco o disturbo della comunità carceraria, sono basate sulla separazione dei detenuti pericolosi dal resto della comunità carceraria e su controlli più rigorosi.

Mentre il divieto di contatto con gli altri detenuti per la sicurezza, motivi disciplinari o di protezione può in determinate circostanze esser giustificato, l’isolamento non si deve imporre a tempo indeterminato.

La decisione sul proseguimento della misura dovrebbe permettere di stabilire che le autorità hanno effettuato una nuova valutazione che tenga conto di eventuali cambiamenti nelle circostanze del prigioniero, situazione o comportamento. In effetti, l’isolamento, che è una forma di “reclusione all’interno del carcere”, dovrebbe ricorrere solo in via eccezionale e dopo l’adozione di ogni precauzione.

Per quanto riguarda i fatti del caso di specie, la Corte rileva che la decisione che istituisce il regime di “detenuto pericoloso” per il ricorrente è una misura legittima date le accuse a suo carico.

Tuttavia la Corte non può accettare che il mantenimento, di routine e indiscriminato di tutta la gamma di misure che erano a disposizione delle autorità per il mantenimento della sicurezza del carcere si sia reso necessario per due anni e sei mesi in compatibilità con l’articolo 3 della Convenzione, questa opportunità limitata di contatto umano non ha sufficientemente attenuato le conseguenze della sua separazione dagli altri e la sua solitudine quotidiana per il suo benessere mentale ed emotivo.

I negativi effetti psicologici ed emotivi dell’isolamento sono stati aumentati dall’applicazione di altre misure di sicurezza speciali, vale a dire le perquisizioni.

La Corte riconosce che a volte le perquisizioni possono essere necessarie per garantire la sicurezza del carcere o prevenire reati, tuttavia, l’applicazione della pratica delle perquisizioni quotidiane applicata per due anni e circa sei mesi deve aver compromesso la sua dignità umana facendogli accumulare sentimenti d’inferiorità, angoscia e sofferenza che vanno al di là delle inevitabili sofferenze e umiliazioni connesse all’ imposizione della custodia cautelare.

In conclusione il Tribunale costata che la durata e la gravità delle misure adottate superano le legittime esigenze di sicurezza in carcere.

Pertanto, vi è stata una violazione dell’Art 3 Cedu

Il ricorrente lamentava inoltre che la lunghezza del primo procedimento fosse incompatibile con il “termine ragionevole” di cui all’Art 6 Cedu

La Corte ribadisce che la ragionevolezza della durata del procedimento deve essere valutata alla luce delle circostanze del caso di specie e con riferimento ai seguenti criteri: la complessità del caso, il comportamento del ricorrente e delle autorità competenti.

Il Tribunale ritiene che nel caso di specie la durata del procedimento sia stata eccessiva e non è riuscito a riscontrare il “termine ragionevole“.

Pertanto, vi è stata anche violazione dell’Art 6 Cedu e per questo che la Corte all’ unanimità ha dichiarato che lo Stato convenuto deve versare al ricorrente 12.000€ in materia di danno non patrimoniale.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Gowacky v. Poland del 30 Ottobre 2012.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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