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Schiavitù abolita? No, in Mauritania continua ad essere praticata!

Ai nostri giorni, nel III Millennio, il tema della schiavitù sembrerà ai più essere un argomento riservato agli storici, un evento vergognoso, appartenente ad un passato ormai fortunatamente lontano.. ma si sbagliano.

Esistono, purtroppo, anche nel nostro tempo forme di schiavitù: nella società italiana, in particolare, si riscontrano la riduzione in schiavitù di lavoratori cinesi in laboratori tessili clandestini, di braccianti agricoli  e di ragazze straniere, quest’ultime costrette a prostituirsi contro la propria volontà; tutto questo viene organizzato e gestito dalle molteplici organizzazioni criminali.

Vi sono mortificanti esempi di società in cui la schiavitù nel senso tradizionale del termine è tuttora praticata, anche se formalmente nessuno Stato l’ammette più come legale.
Esempi di ciò sono in particolare il Sudan, il Pakistan, l’Aghanistan e la Mauritania, della quale qui ci si occuperà.

In Mauritania vi sono state e vi sono diverse tipologie di schiavitù: vi è la schiavitù praticata dalle popolazioni arabo-berbere (Mauri) e quella praticata dalle popolazioni negro-mauritane.

Quest’ultima è stata abolita dalle autorità francesi nel 1905: oggi i discendenti degli schiavi appartenuti ai negro-mauritani vivono comunque come dei paria e non godono della pienezza dei diritti.

La schiavitù praticata dagli Arabo-Berberi, invece, non è stata abolita dall’amministrazione francese:  gli arabo-berberi godevano, infatti, di una certa autonomia legislativa a quei tempi e, forse anche a causa di questo, essa costituisce un fenomeno abbastanza complesso, presente ed attuale anche ai nostri giorni e che ora si andrà a descrivere per sommi capi.

Innanzitutto vi sono gli ABD, che sono gli schiavi veri e propri: essi non godono di alcun diritto, possono essere sottoposti a qualsiasi tipo di violenza fisica e psicologica, compreso il linciaggio; vi sono città, villaggî e accampamenti di nomadi nei quali sono ubicati appositi luoghi adibiti a questa barbara pratica.

Accanto agli abd, vi sono poi gli Haratine (plurale di Hartani), che sono gli schiavi affrancati: essi sono di origine nera africana ma culturalmente assimilati ai Mauri.

Non sono più direttamente schiavi ma indirettamente lo rimangono e in taluni aspetti la loro condizione è anche peggiore degli abd: a quest’ultimi, infatti, il padrone deve assicurare in qualche modo vitto e alloggio, per quanto parchi e poveri; l’Hartani, invece, deve provvedere da se stesso al mantenimento proprio e della propria famiglia ma in più rimane obbligato a pagare al proprio padrone la Zekkat (imposta legale), la Saddagha (elemosina) e  la Hadya (dono), nonché ad eseguire delle corvée, se richieste.

L’affrancamento, dunque, non consiste in un atto di liberalità e gratuito da parte del padrone: lo schiavo deve in sostanza “comprarsi” la propria libertà e nei fatti il legame col suo ex padrone non si spezza mai.

Questa situazione è favorita anche da un’interpretazione strumentale del Corano in favore della schiavitù,  operata dalle classi dominanti mauritane, nonché dalla perpetua ignoranza ed analfabetizzazione in cui anche per volontà politica sono tenuti gli Haratine. Certamente, grazie all’accesso alla cultura gli Haratine sarebbero maggiormente conscî dei proprî diritti e di conseguenza meno manipolabili e strumentalizzabili dalle classi dominanti, le quali hanno tutto l’interesse che si mantenga lo status quo.

La Repubblica Islamica di Mauritania ha formalmente abolito la schiavitù nel 1981 ma la situazione da allora sembra essere mutata molto poco o per niente.

Il Governo mauritano si è rivelato poi essere un alleato imprescindibile nella lotta contro i movimenti jihadisti legati ad Al Qaeda, che sempre maggior seguito e capacità operative stanno acquisendo nell’area subsahariana dell’Africa e nel Sahel in particolare, portando così l’Occidente a chiudere entrambi gli occhi su queste pratiche disumane.

Qualcuno potrà obiettare che ciò fa ormai parte della cultura dei popoli della Mauritania e che quindi lo status quo va rispettato, anche se non consono ai canoni della cultura Occidentale e più in generale al rispetto dei diritti umani.

 

Conclusioni:

 

Chi scrive non vuole certo ergersi a giudice di nessuno, né tantomeno criticare la cultura tradizionale dei popoli mauritani e si rende anche perfettamente conto che la Mauritania è e sempre più sarà un alleato imprescindibile nella lotta contro l’estremismo islamico, sempre più aggressivo, ma come scrisse il mercante e viaggiatore fiorentino Francesco Carletti (1573-1636) nei suoi “Ragionamenti” «(…). Non è dubbio alcuno che si viene a fare incetta d’uomini, o per meglio dire di carne e sangue umano, che se anche sono differenti nel colore, hanno tuttavia la nostra stessa anima

Ciò, scritto da un mercante di schiavi in un tempo in cui la schiavitù era legale ed ampiamente diffusa, fa capire che essa, a qualsiasi cultura si appartenga o qualsiasi religione si professi, è contraria prima di tutto alla nostra essenza stessa di uomini.

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