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Solidarietà e Costituzione: un binomio rimasto sulla carta?

Festival del Diritto: Lorenza Carlassare legge la Costituzione e i nostri tempi

La Costituzione è una carta piena di parole: ma è virtù di pochi quella di far emergere principi e valori da un testo altrimenti muto. Si dice che certe norme, come certe poesie, parlino da sole. È vero. Ma non tutti sanno ascoltarle. A volte bisogna imparare ad ascoltare, e impararlo da un giurista è la scelta migliore. Un politico mente, indaffarato com’è a trarre dalle norme la risposta giusta al proprio elettorato. Un giurista – che sia libero e ispirato – non può mentire: se ama la Costituzione, la legge come fosse il testamento dell’umanità lasciato come monito degli insegnamenti della storia. A volte basta leggere la Costituzione con rispetto, per ricordarsi che non è un pezzo di carta, ma è la nostra civiltà.

Lorenza Carlassare e Geminello Preterossi

La solidarietà è stata oggetto dell’evento svoltosi il 28 Settembre 2012 presso l’Auditorium Sant’Ilario e intitolato “Solidarietà e Costituzione“. La protagonista dell’incontro è la costituzionalista Lorenza Carlassare, prof. emerito presso l’Università di Padova e prima costituzionalista donna nel panorama accademico italiano. Fin da subito cogliamo una forte simpatia per questa donna; arriva un po’ in ritardo, stanca e affaticata: si era confusa fra le vie del centro piacentino e aveva sbagliato luogo dell’incontro; tra le scuse e qualche battuta, guadagna la vicinanza e l’affetto del pubblico. Un dato importante – quello della empatia col pubblico – che può spiegare, insieme al tenore dei temi trattati, il successo di quest’incontro: molto interesse e attenzione del pubblico, applausi spontanei e pieni, tante domande dalla platea e infine molti complimenti affettuosi tra strette di mano e sorrisi al termine dell’incontro.
Ad introdurla Geminello Preterossi, prof. di Filosofia del Diritto a Salerno, che improvvisa una efficace introduzione.

La solidarietà in Costituzione

La solidarietà è un principio fondamentale del nostro testo costituzionale: dalle dichiarazioni espresse ai singoli diritti sociali, la Costituzione Italiana è piena di solidarietà. Tutta la Costituzione trasuda solidarietà e si regge su di essa, e senza di quella perderebbe di significato, diventerebbe un’altra, diversa costituzione.

L’art 2 della Costituzione è un compendio di principi: C’è la dignità della persona – da proteggersi con al tutela dei suoi diritti inderogabili – e c’è la solidarietà – una solidarietà obbligatoria e necessaria, che si articola in obblighi imprescindibili per il consociato: noi siamo tenuti ad essere solidali con le altre persone, anche se la cosa può non convenirci individualmente.

La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua  personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.

Diritti inviolabili e doveri inderogabili: al centro la persona, che con un mano gode di questi diritti, dall’altro partecipa alla loro esistenza adempiendo ai suoi doveri. D’altronde – semplificando un po’ – il dovere è l’altra faccia di un diritto: a cosa serve vantare un diritto se non puoi obbligare gli altri a rispettarlo?

La solidarietà vive in tutta la Costituzione e condivide con altri principi la sua esistenza: va perciò eterointegrata, in uno scambio reciproco di significato ed intensità, con altri valori, come l’eguaglianza e la dignità.

La dignità è qualcosa di fragile: basta poco a distruggerla. È complementare con la solidarietà, sicché una solidarietà che non sia rivolta all’uomo è inconcepibile. L’istruzione o la sanità sono alcuni degli effetti della rivalutazione dell’uomo, la cui dignità – interseca perché essere umano – va celebrata e protetta ogni giorno, con l’opera dello Stato.

Ma propria nella istruzione, forgia dello spirito critico e baluardo della democrazia, soffre tantissimo ai giorni nostri: vediamo nella scuola “le più gravi e violente omissioni dello Stato“, il quale abbandona gli edifici a se stessi, in un degrado architettonico che suscita una impressione visiva di per sé sufficiente a svilire l’alta funzione dell’istruzione; ancora provoca una gravissima “mortificazione dei professori a cui non da i dovuti riconoscimenti” e priva le nuove generazioni della formazione – scientifica e umana – per vincere le sfide future: sfide economiche e lavorative, certo, ma anche di democrazia. Non bisogna dimenticare che “la cultura è la base della democrazia“.

A tal proposito, la prof. Carlassare – prima ordinaria costituzionalista donna in Italia- cita il prof. Giuseppe Compagnoni – primo professore di diritto costituzionale nella scena italiana: il docente scrisse nel lontano 1797 il libro “Elementi di diritto costituzionale democratico“, che già dal titolo rievoca una democrazia che i costituzionalisti non scrivono più nei titoli dei loro manuali di diritto costituzionale, forse perché la considerano così scontata da dimenticarsene..Il prof. Compagnoni scriveva: “la scienza è il retaggio dei popoli liberi, l’ignoranza dei popoli schiavi“. La conoscenza è potere: chi la possiede può guadagnare la propria libertà, chi ne è privo rimane schiavo di chi la possiede. La conoscenza sarà pure potere, ma l’esperienza ci insegna che i potenti di oggi di cultura ne hanno ben poca..

La Costituzione esiste nelle nostre vite e scandisce le nostre azioni: ma a volte sembra mancare, schiacciata dalla violenza di chi la ignora o soffocata nell’indifferenza di chi non la capisce. Ecco che la Costituzione a volte è violata, a volte è imprigionata, come scrive la prof. Carlassare nel suo ultimo libro “Nel segno della Costituzione“, edito dalla Feltrinelli.

La Costituzione violata è una situazione grave e costante: ma tutto sommato, affermare che c’è una violazione è un passo avanti per intervenire e sanare l’ordine costituzionale.

Altro discorso va fatto per la Costituzione imprigionata: “i principi vitali della Costituzione sono rinchiusi dentro una feroce gabbia di indifferenza e di silenzio“, e vengono così taciuti e resi inutili e aridi: “sono circondati dal vuoto“. L’impotenza di un principio costituzionale è pericolosissima: quando un diritto – per quanto riconosciuto nella carta fondamentale del nostro ordinamento – non è sentito più dalla gente come vivente, allora è la tragedia di quel diritto. Il tutto perché non se ne parla – il silenzio –  o anche se ne parla con parole vuote e retoriche: chiediamoci allora che fine facciano i nostri valori costituzionali ogni giorno, quando la res pubblica entra nelle tribune politiche e sembra rimanervi confinata.

Sono tante le norme della solidarietà, ma siamo certi che non siano anche loro – nella quotidianità – imprigionate?

L’art 3 della Costituzione è “motore della solidarietà“, leggendolo si comprende il forte rapporto che lega eguaglianza e solidarietà:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

L’articolo afferma l’eguaglianza  di tutti i cittadini, senza alcuna distinzione: il principio di eguaglianza completa la solidarietà, perché solo se le persone sono uguali può instaurarsi un rapporto paritario di cooperazione e sostegno, senza scadere nella elargizione compassionevole. Ma, pur riconoscendoci tutti uguali di diritto, è incontestabile che la realtà separa le strade di ciascuno rendendo molte persone di fatto  diverse: per forza economica, per estrazione sociale o per capacità e possibilità di altro genere. Insomma, siamo tutti uguali ma alcuni non lo sono: ecco che interviene la solidarietà, la quale deve ridistribuire le ricchezze e parificare tutti nell’accesso ai diritti costituzionali.

L’art 4 della Costituzione tratta il lavoro al primo comma come un diritto, e al secondo come un dovere:

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.
Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un’attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.

La doppia faccia del lavoro non deve spaventare: il lavoro è alla base della Repubblica Italiana, che – come vuole l’articolo 1, primo comma, con sui esordisce la Costituzione – è “fondata sul lavoro”, e non sulla proprietà. Costantino Mortati, costituente, scriveva che nell’articolo 1 si è realizzata una “inversione di valore ai due termini del rapporto proprietà-lavoro“, con la preminenza del secondo.

Il lavoro è un diritto/dovere del cittadino: il lavoratore è protetto dallo Stato, come nell’art 38/2 della Costituzione:

I lavoratori hanno diritto che siano preveduti ed assicurati mezzi adeguati alle loro esigenze di vita in caso di infortunio, malattia, invalidità e vecchiaia, disoccupazione involontaria.

Ma quando si tratta di disoccupazione, lo Stato è latitante. Non c’è. E in questo siamo “tutti colpevoli, perché abbiamo tollerato“.

Doveri di solidarietà

Si parla di doveri di solidarietà, ma quali sono? Ve ne sono molti in Costituzione, e fra questi ricordiamo:

  • Dovere di istruirsi, ossia l’istruzione obbligatoria come obbligo di frequentare le scuole e di rendere almeno quel minimo sufficente per la promozione (art 34/2 Cost);
  • Dovere di concorrere al progresso materiale o spirituale della società: quindi far qualcosa di buono per la collettività tramite lo svolgimento di una attività, tipicamente lavorativa (art 4/2 Cost);
  • Dovere di essere fedeli alla Repubblica;
  • Dovere di  concorrere alla spesa pubblica secondo la propria capacità contributiva (art 53 Cost). Ossia di pagare le tasse secondo le proprie finanze.
    Quello dell’evasione fiscale è uno dei mali più grandi del nostro Paese. Lo sappiamo. Fino a ieri facevamo finta di nulla, ma non importa. “Chi non paga le tasse, non è un furbo ma un ladro che ruba all’intera collettività” : lo Stato è una macchina mastodontica fatta di funzionari – che sono lavoratori dipendenti – di clienti – che sono cittadini che vantano diritti – e di politici – che sono i responsabili delle scelte di valore: una macchina del genere costa molto, e lo Stato non trova i soldi necessari per le sue spese “in una cassa per terra“,  ma vive dell’elargizioni dei suoi cittadini.

Servizi pubblici

Lo Stato che conosciamo è uno Stato sociale, cioè uno Stato che somministra servizi ai propri cittadini: questi servizi sono i servizi pubblici. Oggi assistiamo alla “caduta anche giuridica del servizio pubblico”. La privatizzazione dei servizi ha un rischio intrinseco: quello di confondere le priorità dei privati con le priorità del soggetto pubblico; i privati sono buoni a portare servizi ove vi sia un margine di profitto, ma il servizio pubblico non è un servizio proteso al guadagno: la funzione delle Ferrovie o delle Poste non è di fornire servizi dove è possibile fare lucro – a questo bastano i privati – ma a garantire diritti – tramite erogazione di servizi – dove i privati non arriverebbero mai, perché antieconomico. La collettività decide di accollarsi un costo, che è quello dei diritti sociali. Possiamo cambiare gli agenti – da pubblici a privati – possiamo applicare logiche di mercato, l’importante è garantire a tutti quei diritti. Certo, il sistema di mercato non è affidabile, e consegnare alle dinamiche di privati autointeressati i nostri diritti è forse una scelta degna di una sala scommesse, ma tant’è che quella è la strada che stiamo percorrendo, forse con meno consapevolezza di quella che basterebbe a farci dubitare che sia la strada giusta.

“Il mercato sarà bello, ma preferisco l’uomo”, con quest’ultima battuta ha termine l’esposizione della prof. Carlassare.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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