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Oltre il caso Vejdelsand e altri v. Svezia: l’omosessualità, un problema profondo

Riflessione su un argomento costretto nel tabù.

Nel caso di Vejdeland contro Svezia, La Corte europea dei diritti dell’uomo (Sezione Quinta), ha deliberato che non c’è stata, da parte dello stato svedese, alcuna violazione dell’art 10 della Convenzione Europea sui Diritti umani (libertà di espressione), nel condannare gli imputati Vejdeland ed altri per agitazione nei confronti di un gruppo nazionale o etnico.

La corte, presieduta da Dean Spielmann (pervenuta a pronunciamento con la risicata maggioranza di tre giudici su cinque), ha motivato la sentenza sottolineando come il pur comprensibile tentativo Vejdelsand ed altri, di fornire agli studenti elementi per avviare con gli insegnati un dibattito più obiettivo sul tema dell’omosessualità, fosse stato tradito nelle intenzioni dalle modalità di distribuzione dei volantini e dai contenuti degli stessi, poco rispettosi nei confronti degli omosessuali.
E’ stato rilevato il fatto che Vejdelsand e gli altri ricorrenti si siano introdotti nella scuola senza avere le necessarie autorizzazioni ed abbiano appoggiato i volantini sugli armadietti degli studenti, facendo sì che essi dovessero accettarli in modo passivo, senza la possibilità di un dialogo chiarificatore delle rispettive posizioni.

I volantini intendevano fornire agli studenti argomentazioni utili a contestare le posizioni degli insegnati svedesi, a detta dei ricorrenti troppo sbilanciate a favore degli omosessuali; nel farlo, tuttavia, cadevano nell’eccesso opposto, formulando pesanti accuse, non corroborate da alcuna prova; affermazioni di questo tono:

Dite loro (agli insegnati) che l’HIV e l’AIDS sono apparsi a causa dello stile di vita promiscuo degli omosessuali.

Dite loro (sempre agli insegnanti) che le lobby omosessuali stanno cercando di sdrammatizzare la pedofilia, con l’intento di ottenere che questa devianza sessuale sia legalizzata.

Gli stessi contenuti, ha osservato la CEDU, avrebbero potuto essere espressi in modo da promuovere il dialogo, piuttosto che radicalizzare lo scontro.

Il principio della libertà di espressione, in sostanza, consente a chiunque di esprimere le proprie idee, purché lo faccia in modo costruttivo, non aggressivo o denigratorio; inoltre è fondamentale addurre prove alle affermazioni che si fanno, soprattutto se si tratta di accuse; evitare il confronto poi, è decisamente controproducente ed apre il fianco ad equivoci e fraintendimenti.

Va detto però, che la libertà di espressione ha per corollario la volontà di ascolto della controparte: le scuole, come centri di formazione, hanno il dovere di accettare criticamente una molteplicità di pareri provenienti da una molteplicità di fonti, purché questi contengano argomentazioni razionali delle proprie tesi, esposte con rispettosa compostezza.

Il caso Vejdelsand contro Svezia, solleva allora un problema profondo: quello del dialogo sul tema dell’omosessualità.
In Italia, come in Europa, la discussione critica sull’omosessualità sta diventando un tabù inviolabile, persino da chi lo approccia con le migliori intenzioni, tanto da parte delle associazioni degli omosessuali e di chi le sostiene, quanto da parte degli “omo-scettici” di varia estrazione.
Questi ultimi, se non vogliono essere accusati di violenza, aggressione e denigrazione, devono imparare ad argomentare con toni pacati, in modo razionale, non ideologico, orientato al bene degli omosessuali come persone, alla loro salute ed a quella della società; e così facendo, rischiano comunque di essere fraintesi e bollati come “omofobici”.

Emblematiche, da questo punto di vista, le recenti dichiarazioni del senatore Carlo Giovanardi: una prima contenete un dato anatomico incontestabile e costruita in modo crudo e provocatorio: “ci sono organi costruiti per ricevere e organi costruiti per espellere”; e un’altra che è una stoccata di pessimo gusto sui baci tra ragazze omosessuali, paragonati ad un orinata in pubblico.

Dal canto loro, i gruppi vicini al cosiddetto “orgoglio omosessuale” devono rinunciare ad accusare di discriminazione e nazismo chiunque sia in disaccordo con le loro rivendicazioni.
Nel 2009, Povia, per aver cantato sul palco di Sanremo“Luca era gay” (canzone che non contiene alcun insulto o volgarità) fu addirittura minacciato di morte. Questa non è tolleranza!

Esistono poi omosessuali che sono scontenti della loro condizione, tanto da rivolgersi a psicologi. A loro deve essere riconosciuto il diritto di esprimersi, palesare le loro perplessità, parlare liberamente della sofferenza che vivono, senza essere definiti pusillanimi o bigotti.

Nessuno deve ritenersi libero di insultare o ridicolizzare gli omosessuali, come qualsiasi altro gruppo sociale, ma parlare di omosessualità a trecentosessanta gradi ed in totale buona fede deve essere considerato legittimo e doveroso, soprattutto nelle scuole.

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