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Ucraina: nella ricerca della verità la giustizia calpesta i diritti

Trattamenti disumani e degradanti- Sentenza Titarenko v. Ukraine, 20 Settembre 2012

Nell’asfissiante e ceca ricerca della Verità frequentemente si calpestano diritti e tutele: un paese civile deve riconoscere e garantire i medesimi diritti e le medesime tutele anche a chi si è reso colpevole di nefaste azioni.

IL CASO – il ricorrente è il sig. Pyotr Yevgenyevich Titarenko – cittadino ucraino, ex Agente di Polizia  – iscritto nel registro degli indagati perché sospettato, insieme al sig. B, di aver rapinato una signora.

Nell’estate del 1996 cinque agenti di Polizia, giunti in una villa estiva che si presumeva fosse il nascondiglio dei sospettati, subiscono un attacco con colpi di Kalashnikov e lanci di bombe a mano. Dall’attacco un agente perderà la vita e due riporteranno gravi ferite. Lo stesso giorno, l’ufficio del procuratore distrettuale ha avviato un procedimento penale per omicidio e tentato omicidio contro il ricorrente e il co-sospettato. 

Nel luglio dello stesso anno, il ricorrente subì un arresto ma il procedimento penale venne sospeso per errori procedurali. Intanto il sig. Titarenko espatria in Grecia, dove viene successivamente catturato il 9 marzo in forza di un mandato di cattura internazionale.
Dopo la sua cattura il ricorrente denuncia di aver subito maltrattamenti e di essere stato picchiato per tre giorni dai poliziotti che lo sorvegliavano, con l’intento di costringerlo a confessare.
La Procura distrettuale, intanto, durante la fase preliminare del processo ha più volte prolungato e confermato lo status di detenzione del ricorrente perché ritenuto pericoloso. La madre del ricorrente, nel periodo di applicazione della misura cautelare, scrive una lettera di lamentele nella quale denuncia con forza il trattamento disumano a cui il figlio è sottoposto : egli è costretto a subire continui maltrattamenti e violenze dalla Polizia penitenziaria e non può nemmeno incontrare il proprio avvocato.

La Procura, nel rispondere alle accuse mosse dalla madre del ricorrente, costruisce la sua difesa menzionando la testimonianza rilasciata dal ricorrente, durante i tre giorni di arresto, dove conferma di non aver subito alcuna violenza da parte degli agenti e di essersi trovato nel luogo dove si svolte l’attacco alle Forze dell’Ordine.

Nel novembre del 2000 il sig. Titarenko si discosta da quanto precedentemente dichiarato, rivelando di aver rilasciato quella testimonianza perché estorta sotto coercizione. Ma il caso giunge in secondo grado. Il 2 luglio 2001, la Procura della Repubblica presenta alla Corte d’Appello di Donetsk un atto d’accusa nei confronti del ricorrente e del co-imputato, il signor B. Le accuse che si addebitano sono : omicidio e tentato omicidio di agenti di polizia in servizio e possesso illegale di armi da fuoco.

Il processo si svolse con l’imputato chiuso in una “gabbia” di metallo in aula, lontano dal suo avvocato. Caso singolare fu anche il fatto che i familiari del ricorrente non poterono fargli visita  perché ciò contrastava con quanto previsto dal codice di procedura penale ucraino : i detenuti non possono ricevere visite dai famigliari se non sono stati condannati . E intanto il ricorrente rimaneva in carcere in attesa di giudizio.

Il 6 aprile 2004, la Corte d’Appello, composto da due professionisti e tre giudici onorari, ritiene il ricorrente colpevole, condannandolo a quindici anni di carcere.

La condanna del ricorrente si basò, in particolare, sulla confessione che ha rilasciato il co-sospettato, signor B, e sulle dichiarazioni di quattro agenti di polizia coinvolti nell’attacco del 24 giugno 1996. Il giudice ha anche preso in considerazione, tra le prove acquisite nel processo, un biglietto aereo emesso in nome del richiedente, che era stato trovato nel luogo dell’attacco, e il passaporto del richiedente, ritrovato tra i cespugli nei pressi della villa estiva (luogo dove si presumeva fossero nascosti i sospettati ndr).

La Corte, nell’esaminare le cesure sollevate dal ricorrente per le violazioni dei suoi diritti alla difesa , ha ritenuto infondate le accuse per il fatto che la testimonianza venne rilasciata, secondo le volontà del teste, senza il suo avvocato e che la denuncia delle violenze non avesse rilevanza perché non si basava su alcuna prova.

Il 6 Aprile 2004 il ricorrente presenta  un ricorso alla Corte Suprema,  nel quale contestava il fatto che i due giudici laici non fossero stati designati attraverso le liste approvate dalle autorità comunali, in difformità da quanto previsto dalla sezione 65 della legge sulla magistratura. Ma la Suprema corte respinge il suo ricorso perché infondato.

LA CORTE EDU – Il Sig. Titarenko deposita un ricorso, il 17 settembre 2001, contro l’Ucraina presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo, nel quale si lamenta della violazione di molti articoli della Convenzione Europea per la Salvaguardia dei Diritti dell’Uomo e delle Libertà Fondamentali ( art 3 CEDU , art 5 CEDU paragrafi 1 e 4, 6 CEDU, 13 CEDU) e richiede 30000 Euro a titolo di danno non patrimoniale.

La Corte di Strasburgo, analizzato il caso e tenuto conto delle molteplici censure sollevate dal ricorrente – le condizioni della detenzione, la durata della sua detenzione, la mancanza di assistenza legale durante alcune fasi dell’indagine, la restrizione della comunicazione con il suo avvocato durante l’udienza e la mancanza di visite familiari -, ritiene all’unanimità che vi è stata violazioni di tutti gli articoli eccetto dell’articolo 13  e predispone  allo Stato di pagare 11000 euro a titolo di risarcimento al ricorrente.

In particolare :

La corte sostiene, a proposito della violazione dell’art 3 CEDU, che il Governo non ha fornito prove sufficiente per confutare quanto denunciato dal ricorrente, riproponendo semplicemente le conclusioni del pubblico ministero che aveva esaminato le censure del ricorrente, il quale non aveva trovato alcuna irregolarità nelle condizioni della detenzione.

Per quanto riguarda invece la questione della “Gabbia” di metallo (nella quale era rinchiuso il ricorrente durante il processo); la Corte, premettendo che non è sua competenza esaminare la legislazione nazionale, valuta la misura non eccessiva bensì giustificata alla luce dei crimini violenti, in particolare contro gli agenti di polizia che cercavano di arrestarlo con l’accusa di aver commesso un altro reato. Quindi ritiene la questione irrilevante ai sensi dell’art 3  CEDU.

Circa la violazione dell’art 5 CEDU , precisamente la Lunghezza della misura cautelare, la Corte afferma : “intorno alla questione se un periodo di detenzione è ragionevole non può essere valutata in astratto. Questo deve essere valutata caso per caso in funzione delle caratteristiche particolari, dei motivi indicati nelle decisioni nazionali e dei fatti menzionati e ben documentati dal ricorrente nelle sue applicazioni per il rilascio. La continua detenzione può essere giustificata in un determinato caso solo se ci sono indicazioni specifiche di un requisito essenziale di interesse pubblico che, nonostante la presunzione di innocenza, prevale la regola del rispetto per la libertà individuale”. Quindi la Corte ritiene che la tempistica con cui si è attuata la revisione della legalità della detenzione era dovuta alla fissazione della data per l’udienza e, anche, a causa della mancanza di disposizioni chiare e prevedibili che prevedono tale procedura in modo compatibile con i requisiti dell’articolo 5 § 4 della Convenzione.

Infine, per quanto concerne l’art 6 CEDU, la Corte ha sostenuto che “anche se non in assoluto, il diritto di ogni persona accusata di un reato di essere efficacemente difesi da un avvocato, nominato d’ufficio in caso di necessità, è una delle caratteristiche fondamentali di un processo equo. Inoltre, l’articolo 6 può essere importante anche prima che un caso sia rinviato a giudizio e nella misura in cui l’equità del processo rischia di essere seriamente compromessa da un errore iniziale”. 

Nella sottile linea che separa il colpevole dal non colpevole si può ritrovare anche la separazione tra il dimenticato e il non dimenticato : non sempre il rispetto dei diritti dei detenuti e le loro condizioni sono al centro dei problemi di uno Stato.

La sentenza in originale è reperibile qui:  SENTENZA TITARENKO v. UKRAINE, 20 SETTEMBRE 2012

About Roberto Federico Proto

Sono nato ad Ostuni, comunemente conosciuta come la città bianca, nel 1990 di un martedì 17, numero che mi ha sempre portato molta fortuna. Conclusi gli anni scolastici obbligatori ho deciso, inconsapevolmente, d'iscrivermi alla Facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore (sede di Piacenza). Grazie agli studi universitari ho iniziato ad appassionarmi di Diritti Sociali, con un occhio sempre attento e vigile a tutte le vicende e i mutamenti del Diritto del Lavoro. Dal febbraio del 2012 faccio parte della redazione del webmagazine Diritti d'Europa ( ex Generazionezeroitalia.org), dove commentiamo e divulghiamo le pronunce della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo.

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