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Siria e Diritto Internazionale Umanitario: continuano le stragi ma il regime resta

Uno sguardo approfondito sulla drammatica questione siriana

Fattispecie e rapporti con l’ONU:

La situazione in Siria ogni giorno diventa sempre più insostenibile. Le organizzazioni umanitarie tra cui l’Oxfam denunciano che la popolazione è allo stremo, in quanto non ha cibo e cure a sufficienza; le ONG (organizzazioni non governative) praticamente sono impossibilitate ad entrare a causa dell’ostruzione fatta dal governo.

Per questo motivo i cittadini siriani si riversano alle frontiere, e le ONG devono essere pronte ad accoglierli. Non solo la cittadinanza più indigente ma anche i personaggi più illustri si rifugiano negli stati limitrofi.

Questi fatti hanno suscitato la reazione del segretario generale dell’ONU Ban Ki-moon, che ora sta cercando di sensibilizzare l’intero mondo affermando che l’indifferenza dei governi “sembra aver incoraggiato le autorità siriane nella loro brutale repressione dei suoi cittadini” e ha esortato i leader mondiali a “trovare l’unità nella pressione sulle autorità siriane e tutte le parti per fermare la violenza” e “insistere con una sola voce che le autorità civili danno accesso agli operatori umanitari internazionali“.

Le ONG sostengono fortemente l’iniziativa del segretario generale dell’ONU. Non si può stare a guardare la situazione disperata degli abusi su uomini comuni, donne e bambini; di conseguenza fanno pressione al Consiglio di sicurezza dell’ONU di condannare la violenza con una sola voce, per fare richiesta alla Siria di fare entrare liberamente gli aiuti umanitari così da poter garantire anche la non entrata di armi nel paese, che l’utilizzo ancor di più fa violare i diritti umani.

Anche se hanno condotto una campagna per un trattato sul commercio di armi, sia il governo siriano che i ribelli hanno ricevuto armi e munizioni al di fuori del paese. Questo fatto ha portato ad un’escalation del conflitto armato.

L’ONU non ha attivato alcun embargo di armi verso la Siria. L’europa è dotata di un embargo che dal 2011 vieta agli stati membri dell’UE di vendere armi alla Siria, ma questo è limitato ai paesi appartenenti all’Unione, quindi il governo di Bashar al Assad si rifornisce da altre nazioni europee. Bisogna che più stati al mondo firmano trattati sul commercio di armi con la Siria.

DIU: Diritto Internazionale Umanitario

Il conflitto armato tra le forze governative (incluse le milizie) e i ribelli fa scattare l’applicazione delle leggi di guerra (anche noto come diritto internazionale umanitario, o DIU) che si applicano a tutte le parti in causa. Questa legislazione è in vigore da decenni, ma i principi fondamentali sono ancora incredibilmente poco considerati. Le parole “criminale di guerra” sono utilizzate in gran parte come termine di scherno, non come dato di fatto; e tanto meno perseguire obbligatoriamente chi compie crimini di guerra. Pertanto è fondamentale far capire i principi fondamentali del diritto internazionale umanitario alla luce di ciò che sta accadendo in Siria.

Il principio più basilare è che tutte le parti in lotta devono distinguere tra combattenti e civili, e adottare “tutte le precauzioni possibili” in ogni momento per proteggere i civili e beni civili. Questi ad esempio – case, scuole, ospedali – non possono essere mai oggetto di attacco, perché non possono essere mai mirati specificamente.

Questo non significa affatto che ogni decesso di civili è una violazione del diritto internazionale umanitario. Le parti possono attaccare obiettivi militari, tra cui i caccia nemici e i depositi di armi, ma pure costruzioni civili e infrastrutture utilizzate dalle forze nemiche. I civili che prendono “una parte direttamente nelle ostilità” possono essere colpiti per il periodo che si sono uniti nella lotta, compresi i dirigenti civili che comandano le forze. Allo stesso tempo, i combattenti che sono stati messi fuori combattimento, catturati o arresi, hanno il diritto ad essere protetti da attacchi.

Il DIU non si limita a vietare attacchi ai civili, ma anche offensive indiscriminate, quelle che non vogliono o non possono distinguere tra obbiettivi militari e civili. Questo può accadere quando le incursioni non sono dirette a colpire obbiettivi militari, o quando la particolare gittata delle armi è sostanzialmente indiscriminata, come succede nelle aeree molto popolate. Gli assalti devono sempre prevedere che la perdita di vite civili o danni a proprietà civili non sia sproporzionata rispetto al vantaggio militare previsto.

Tutte le parti devono evitare di collocare obiettivi sensibili come combattenti o armamenti in zone densamente popolate, quindi evacuare i civili dalle aeree di operazioni militari.

Modelli tipici tra distinzione di obbiettivi militari e civili sono le stazioni TV, le quali non possono essere direttamente attaccate se sono utilizzate esplicitamente per scopi bellici, come ad esempio trasmettere ordini militari. Allo stesso tempo non è sufficiente fare propaganda pro-governo o opposizione per giustificare assalti alle suddette.

Un ulteriore settore chiave del DIU è il trattamento dei detenuti, prigionieri di guerra e politici. L’applicazione di questa specifica normativa è troppo spesso trascurata, in quanto entrano in gioco sentimenti personali verso il nemico che non hanno nulla a che fare con la giustizia imparziale. Sia il diritto internazionale umanitario che il diritto internazionale danno particolare rilievo ai diritti umani, quindi dettano norme per proteggere i detenuti da ogni forma di esecuzione, torture, o altri abusi. I principi fondamentali dei diritti umani si applicano anche durante vere emergenze mentre i requisiti di legge per la detenzione sono vagliati dalla giurisdizione e sottoposti all’autorità competente. Le autorità competenti agiscono in quanto applicare le norme di crimini di guerra e perseguire chi li compie è di vitale importanza, perché eseguiti da persone con intenti criminali. Sono imputabili non solo i combattenti che effettuano questi reati, ma anche chi li aiuta ed è loro complice, chi da ordini o semplicemente assiste a questi atti.

Profilo criminologico

Per quanto riguarda la Siria, anche alcuni inquirenti siriani sono coinvolti in crimini di guerra che avvengono nel paese, può darsi che questo fenomeno sia tollerato in molti stati che accolgono la giurisdizione universale per questi reati. A questo punto il giudice che può perseguire questi delitti è proprio quello che siede nel Tribunale Penale Internazionale. Ma tale giudice potrà agire concretamente solo se il Consiglio di sicurezza dell’Onu predisponesse e approvasse una risoluzione, il che vuol dire fare scelte unitarie e armoniose tra gli stati membri, molto di più di quelle che abbiamo visto fare fino ad oggi. La possibilità tangibile che i crimini di guerra potranno essere giudicati in tutto il mondo farà convincere tutte le parti a garantire che le loro forze saranno conformi alla legge, risparmiare i civili ed evitare il peggio nel conflitto.

Rapporti diplomatici

Ciononostante le strategie diplomatiche adottate fin’ora si sono rivelate una noncuranza inscenata da operatività. L’occidente le ha utilizzate per mostrare che stava facendo qualcosa più di quanto stesse compiendo effettivamente; la Russia se ne è servita per dimostrarsi favorevole al regime di Bashar Al Assad.

Questa questione è stata rilevata perfino dall’International Crisis Group, un “think tank“, indipendente specializzato in osservazioni di situazioni internazionali, presieduto dal 2009 da Louise Arbour, già Alto Commissario Onu per i diritti umani, che definisce il contesto attuale siriano come una situazione di stallo.

Il rapporto stilato da quest’organizzazione desume in special modo una veste particolare che ricoprono gli alawiti, e bisogna tentare (ancora) una strada diplomatica per scongiurare altri versamenti di sangue in questa crisi siriana; in questo conflitto ci sono già state 20 mila morti di civili che nulla avevano a che fare con i combattimenti. In questo fascicolo si legge inoltre che “La Siria è diventata un terreno per intromissioni esterne – Ma queste intromissioni sono state molto più efficaci nel sostenere il conflitto che nell’avvicinarne la fine.”. Sebbene questi interventi esterni ed eventuali futuri, secondo il Crisis Group “il conflitto potrà essere sostenuto e influenzato da terzi, ma non risolto da essi. Questo ruolo poco invidiabile ricade sulle spalle dei siriani“.

Dopo diciassette mesi, a parere di questo resoconto, le due parti in lotta sono cambiate, e afferma che “Il regime sembra si stia trasformando in una formidabile arma e l’opposizione è minacciata dalle sue proprie forme di radicalismo. Questi ingredienti assieme possono disegnare una prolungata e ancora più distruttiva guerra civile“. La tattica di Bashar Al Assad, nel corso di questo periodo si è notevolmente involuta è passata da agevolazioni politiche fatte con riluttanza e accompagnate da una repressione che ne ha insidiato la credibilità internazionale, ad un approccio incentrato sulla sicurezza, fino alla ricerca di una inverosimile tattica bellica.

Dal versante dell’opposizione, si è andati da una “vibrante e resistente società civile“, all’incremento del frazionamento settoriale, tenuto a freno con difficoltà dall’orgoglio nazionale che bensì mostra distinguersi a tratti addirittura dalla resistenza al regime, fino alla riapparizione di “radicati sentimenti anti-alawiti e anti-sciiti, che emergono con più forza con il passare dei mesi”. Tenendo conto del rapporto per venir fuori da questa aspirale che si autoalimenta, non ci si può aspettare che Bashar Al Assad migliori la sua abilità di variare il proprio comportamento, perché la crescente evoluzione verso una soluzione militare “ha bruciato tutti i ponti” anche all’interno della struttura di governo e dunque, l’incarico tocca all’opposizione  “Affrontare seriamente il fenomeno delle vendette, del settarismo e del fondamentalismo nei suoi ranghi; ripensare l’obiettivo di uno sradicamento totale del regime concentrandosi invece sulla riabilitazione delle istituzioni pubbliche; modificare profondamente le relazioni con la comunità alawita e proporre lungimiranti piani per la giustizia nella fase di transizione”. In questo periodo particolarmente critico può essere che dovranno convivere un qualche atteggiamento di amnistia con la probabilità di esigere rilevanza dei crimini effettuati sia durante il regime che durante gli scontri di questi mesi.

Riferendosi all’epilogo del rapporto, il problema politico principale, è convincere entrambe le parti a passare oltre alla convinzione della totale distruzione dell’avversario politico. Questa eventualità, chiaramente, non convince i molti siriani che non hanno ancora deciso con chi prendere posizione: “Diciassette mesi di spargimento di sangue e distruzione non sono bastati né al regime né all’opposizione per presentare un piano che non comporti la completa eradicazione dell’altro”. Secondo gli esperti del Crisis Group, la soluzione cardine starebbe nella posizione della comunità alawita e in misura minore in quello di altre minoranze (cristiani, drusi, ismailiti) che aspettano di rendersi conto quali probabili disegni possano essere possibili per per il futuro dello stato e il loro posto in esso: “Non ci sono risposte semplici e come potrebbero facilmente dire i leader dell’opposizione, l’umore della strada non è esattamente favorevole a proposte aperte e generose. Ma le dinamiche sul terreno lasciano presagire ancora più violenza, disperazione e radicalizzazione, per questo una risposta del genere non è sufficiente. In tempi come questi, leadership vuol dire nuotare contro la corrente, non esserne trascinati”.

 

Un altro rapporto molto importante è quello finale dell’ONU che afferma: “Le forze governative hanno perpetrato omicidi, torture, violenze sessuali, saccheggi“, inoltre ci sono denunce pure per i ribelli.

Da questo si evince che le forze governative siriane e le milizie fedeli al regime Shabiha hanno perpetrato gravi crimini di guerra e contro l’umanità. Gli esaminatori delle Nazioni Unite riportano che i combattenti contro l’attuale regime siriano hanno compiuto infrazioni ma anche che queste “non raggiungono la gravità, la frequenza e l’intensità” di quelle eseguite dall’esercito e dalle forze di sicurezza siriane. “La Commissione ha trovato fondati motivi per ritenere che le forze governative e gli Shabiha hanno commesso crimini contro l’umanità, come omicidi e torture, crimini di guerra e gravi violazioni dei diritti umani e del diritto umanitario internazionale, inclusi omicidi illegali, torture, arresti e detenzioni arbitrari, violenze sessuali, attacchi indiscriminati, saccheggi e distruzione di proprietà.“, espone il resoconto di 102 pagine degli inviati dell’ONU guidati da Paulo Pinheiro.

 

Inoltre l’Organizzazione per la cooperazione islamica (Oic) ha sanzionato duramente il regime siriano con la sospensione temporanea della Siria dall’organizzazione, solo il governo iraniano lo ha sostenuto. Il ministro degli esteri iraniano Ali Akbar Salehi, stando all’agenzia di stampa ufficiale iraniana Irna, ha detto che “la sospensione della Siria è ingiusta e sleale. La Siria avrebbe dovuto essere invitata al summit per avere la possibilità di difendersi dalle accuse“, i commenti di Ahmadinejad, affidati all’agenzia di stampa Mehr, però, sono molto critici: “Alcuni dei nostri amici e fratelli – ha detto il presidente iraniano – anziché invitare le parti in conflitto a dialogare, sono impegnati a mandare armi che incoraggiano il massacro“, mentre dal comunicato stampa diffuso dai membri dell’Oic si capisce che c’è la “necessità di mettere fine immediatamente agli atti di violenza in Siria e di sospendere questo paese dall’Oic“, il vertice si è dichiarato “fortemente inquieto per i massacri e gli atti inumani subiti dal popolo siriano“.

In tale clima di isolamento internazionale di Bashar Al Assad, perfino la Russia si è mossa in questo senso: il ministro degli Esteri russo Serghei Lavrov ha lanciato un appello all’Occidente a non “sabotare” l’intesa di Ginevra sulla transizione politica in Siria, suggerito a fine giugno dall’ex mediatore internazionale Kofi Annan. “Non bisogna sabotare quanto fatto a Ginevra“, ha asserito Lavrov, aggiungendo di voler domandare ai paesi occidentali di pronunciarsi sul loro appoggio al patto e, se lo favoriscono, del “perché non lo mettono in atto“.

Un ulteriore forte segnale dell’emarginazione della Siria, è stato quello dell’ambasciatore francese all’Onu Gerard Araud: dopo una riunione del consiglio di sicurezza dell’Onu ha affermato che “Le condizioni per la prosecuzione della missione non ci sono“; infatti, dopo questa dichiarazione, i caschi blu si sono ritirati. In attesa della nomina del successore, Lashkar Brahimi – diplomatico algerino di lungo corso –, di Kofi Annan che è stato un inviato speciale dell’Onu e Lega Araba.

 

Conclusioni dell’autore:

In conclusione per fermare questa spirale di violenza tra le parti in lotta bisogna far eccepire il vero valore del DIU e perseguire duramente tutti i crimini: non serve a nulla farsi giustizia da sé; bisogna aprire il paese agli aiuti umanitari offerti dalle ONG, in più tenere aperte tutte le frontiere per fare defluire velocemente i profughi; l’ONU si deve muovere in fretta per approvare risoluzioni contro la Siria, almeno con la no fly zone; se le Nazioni Unite non si vogliono così palesemente schierare contro il regime siriano, in quanto si potrebbero creare scenari geopolitici alquanto precari e pericolosi, se non altro potrebbero aiutare la risoluzione più breve del conflitto, che a causa di Bashar Al Assad sta devastando lo stato siriano.

About Valeria Sirigu

Mi sono iscritta in giurisprudenza perché il diritto per me è uno stile di vita

4 comments

  1. Articolo molto bello, completo ed approfondito

  2. Ottima analisi

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