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Nigeriana e prostituta: per questo maltrattata dalla polizia di Palma di Maiorca

Discriminazione e atti degradanti – Sentenza BS v. Espagne, 24 Luglio 2012

La legge è uguale per tutti, sentiamo dire da persone più o meno civili e leggiamo nelle aule dei tribunali: la sensazione è che se non vi fosse scritto da qualche parte o non fosse assunto a premessa in un discorso, si potrebbe tranquillamente omettere l’eguaglianza, e così incominciare a degradare la dignità delle persone in una tabula pittorica, dalla tonalità più piena a quella più sfocata e diluita.

La dignità insita in ciascuno come dato naturale è una conquista della società moderna, e la legge – coi suoi tutori – è chiamata a “convincere”, con le buone o con le cattive, i consociati che ogni discriminazione è vietata.

Tuttavia è proprio dai tutori della legge che molto spesso provengono gli esempi più turpi e vergognosi di razzismo e violenza: quasi che chi dovesse applicare la legge potesse esprimere delle riserve (e che riserve!) decidendo a chi applicarla e a chi no, e inventando per ciascuno un trattamento diverso.

Dà un triste esempio di discriminazione e violenza la polizia spagnola: i maltrattamenti di due agenti della polizia di Palma di Maiorca giungono fino a Strasburgo, e qui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo fa luce dove i giudici spagnoli non si erano inoltrati e condanna la Spagna a risarcire i danni che le sue forze dell’ordine hanno causato.

IL CASO – La ricorrente è la signora BS, donna di origine siriana, alle soglie dei quaranta, emigrata regolarmente in Spagna; a Palma di Maiorca frequenta la zona di El Eranal, dove pratica con altre il mestiere più antico del mondo.

La sera del 15 Luglio 2005, è avvicinata da alcuni agenti di polizia ed esibisce su richiesta il proprio permesso di soggiorno; dopo non molto, quegli stessi agenti che l’avevano controllata ritornano indietro: lei scappa, loro la raggiungono e la colpiscono sulla coscia e sulla mano con un manganello, causandole un danno sufficiente perché i medici dell’ospedale le diagnostichino un’infiammazione e un ematoma nella mano sinistra di grado lieve.

Nell’alterco che segue a questo episodio violento, la signora BS è messa a tacere con una serie di offese, alcune a sfondo razziale; i testimoni ricordano una frase molto forte, detta da uno degli ufficiali in divisa: “cagna nera, fuori di qui.

Quegli stessi agenti, il 21 Luglio rincontrano la donna nigeriana e le battono col manganello su quella mano che qualche giorno prima avevano lesionato. Lei prende coraggio e denuncia le aggressioni e gli atti intimidatori subiti.

Il 23 Luglio incontra di nuovo gli agenti, questa volta perché trattenuta alla stazione di polizia: da questo incontro riporterà altri segni di maltrattamento: il medico del pronto soccorso accerta lividi sulla mano e sul ginocchio e forti dolori addominali.

I giudici nazionali lasciano cadere la questione: non ascoltano i testimoni e sopratutto non procedono al riconoscimento degli agenti, perché le accuse contro di loro si dimostrano infondate. Nei procedimenti, il giudice istruttore è così convinto che non vi sia reato, da non dover neanche indagare sulla vicenda.

A nulla valgono i ricorsi davanti ai giudici di volta in volta di grado superiore: anche la Corte Costituzionale rifiuta il giudizio, dichiarando il ricorso inammissibile.

Esaurite tutti i mezzi di tutela dell’ordinamento interno senza successo, la signora BS può rivolgersi alla Corte EDU, dove si consuma una fortissima smentita delle decisioni dei giudici spagnoli.

CORTE EDU – La sentenza pronunciata il 24 Luglio 2012 riconosce la responsabilità della Spagna per le violenze subite dalla sign.BS ad opera dei poliziotti spagnoli, e la condanna al risarcimento di 30.000 euro per danno non patrimoniale relativo agli abusi subiti e quasi 2.000 euro per le spese giurisdizionali.

Nello specifico, si accertano le violazione degli articoli 3 (Proibizione della tortura) e 14 (divieto di discriminazione) della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, la quale si applica non solo ai cittadini degli stati firmatari della carta dei diritti, ma anche a cittadini stranieri che subiscono da uno qualsiasi degli stati firmatari una qualche ingerenza: la CEDU parla all’art 1 di soggetti sottoposti alla giurisdizione di una delle Alte Parti contraenti, e vi rientra perciò anche la sign. BS.

Violazione art 3 CEDU – Proibizione della tortura

La sign. BS denuncia delle violenze sia fisiche che verbali: fisiche come le lesioni subite dai colpi di manganello, verbali quali le dichiarazioni dell’autorità pubblica: da un lato il poliziotto la apostrofa con offese dallo sfondo razzista – <cagna nera> – dall’altro un giudice spagnolo parla nella sua sentenza della prostituzione – praticata dalla ricorrente – come di uno <spettacolo vergognoso>.

La prostituzione è legale in Spagna, e così in molti altri paesi: potrà piacere o meno come fenomeno, essere considerato morale o immorale, ma la legge non lo vieta, e di certo non concede ad un giudice di inserire in una sentenza – che non è uno sproloquio personale ma il dictum di un organo dello stato – di stigmatizzare e svilire le persone che la praticano: farlo è fuori luogo e inappropriato. Come minimo offensivo.

Violazione art 14 CEDU – Divieto di discriminazione

Quello a non essere discriminati è un diritto a 360°: copre sia la dimensione sostanziale – per cui ciascuno può pretendere di non essere discriminato in una certa situazione- sia quella processuale – che garantisce a chi è stato discriminato di agire in giudizio per la riparazione del proprio diritto. La Corte EDU accerta una violazione dell’art 14 tanto dal punto di vista sostanziale che processuale.

Dal punto di vista sostanziale, essere apostrofati riferendosi al proprio colore della pelle oltre a non essere carino – integra offesa – e indizio fortissimo di un atteggiamento discriminatorio dell’autorità, che ricorre al carattere etnico per degradare lo status del soggetto e trattarlo diversamente; insieme a questo, la ricorrente denuncia di essere stata l’unica ad essere stata sottoposta a quei controlli, con quelle conseguenze, fra tutte le prostitute presenti in quella strada.

Dal punto di vista processuale, la sign. BS non ha potuto esibire le prove a sostegno delle proprie ragioni o ascoltare testimoni,non aveva potuto attivare misure specifiche contro i poliziotti, che tornano a colpirla anche dopo aver proposto denuncia, e soprattutto non aveva potuto identificarli, pur avendone fatto richiesta: l’identificazione tramite vetro riflettente è rigettata dai giudice perché era trascorso troppo tempo dal fatto e il riconoscimento non sarebbe stato attendibile.

Insomma, i giudici nazionali disconoscono la discriminazione perché non sarebbe provabile, ma nell’impedire l’acquisizione di prove precludono alla signora nigeriana qualunque strumento per dimostrare di aver subito gli atti violenti e razzisti: la Corte di Strasburgo ricorda perciò che la responsabilità di un prospetto probatorio debole – non essendosi potuto dimostrare né la frase razzista né l’atteggiamento violento – è tutta a carico dello Stato: lui deve garantire un diritto – e una tutela quando è violato – e se non impiega gli strumenti adatti per farlo, ossia impedisce la produzione delle prove decisive, la colpa è sua e le conseguenze negative non possono di certo riverberarsi sul singolo individuo.

La sentenza  in originale è reperibile qui: Sentenza B.S. c. Espagne del 24 Luglio 2012.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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