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Italia condannata per aver ostruito la concessione delle frequenze televisive a Europa 7

Libertà d’espressione – Sentenza Centro Europa 7 S.r.l and Di Stefano v. Italy, 7 Giugno 2012

Si è conclusa la vicenda giudiziaria decennale che vedeva protagonisti Europa 7 e lo Stato italiano. Arriva così al suo epilogo una storia cominciata nel luglio del 1999 quando Europa 7, in base alla legge n. 249 del 1997, ottenne la licenza per trasmettere attraverso tre frequenze per la copertura dell’80% del territorio nazionale

Il caso trae origine da un ricorso (n. 38433/09) contro la Repubblica italiana presentato alla Corte, a norma dell’articolo 34 CEDU da parte di una società italiana a responsabilità limitata, la Centro Europa 7 Srl, e un cittadino italiano, il signor Francescantonio Di Stefano, il 16 luglio 2009. Questi hanno sostenuto che la mancata attribuzione alla società richiedente delle frequenze necessarie per la radiodiffusione televisiva aveva violato il loro diritto alla libertà di espressione (Art. 10 Cedu), e soprattutto la loro libertà di fare informazione. I ricorrenti hanno inoltre lamentato una violazione dell’articolo 14 Cedu e dell’articolo 1 del Protocollo n ° 1.
Il ricorso veniva assegnato alla seconda sezione della Corte e il 30 novembre 2010, una camera della suddetta sezione, composta da Françoise Tulkens, Danute Jočienė, Dragoljub Popović, András Sajó, Nona Tsotsoria, Kristina Pardalos, Guido Raimondi, giudici, e Françoise Elens-Passos, cancelliere aggiunto di sezione ha delegato il caso, per incompetenza, a favore della Grande Camera.
L’udienza ha avuto luogo in pubblico al Palazzo dei Diritti dell’Uomo, a Strasburgo, il 12 ottobre 2011.

IL CASO – La Centro Europa 7 S.r.l. è una società a responsabilità limitata operativa nel settore della radiodiffusione televisiva, con sede legale a Roma. Il secondo ricorrente, il signor Francescantonio Di Stefano, è un cittadino italiano che ha la funzione di rappresentante legale della società richiedente.

Nel 1999, con decreto ministeriale, le autorità competenti hanno concesso alla Centro Europa 7 una licenza nazionale per la radiodiffusione televisiva terrestre in conformità con la legge n. 249/1997 che autorizza per installare e far funzionare una rete di televisione analogica. La licenza contiene il diritto per la società, di coprire con tre apposite frequenze, l’80 % del territorio. Per quanto riguarda l’assegnazione delle frequenze, è indicato che gli impianti devono essere in linea con i requisiti del “piano di assegnazione” entro ventiquattro mesi e che le misure adottate a tal fine devono essere conformi al programma di adeguamento, elaborato dal Communications Regulatory Authority (Autorità per le Garanzie Nelle Comunicazioni –  “AGCOM“) in collaborazione con il Ministero delle Comunicazioni.

La questione del ricorso riguarda l’applicazione della licenza, una licenza che da parte dello stato italiano ha avuto sempre ritardi e posticipazioni per l’assegnazione delle frequenze mediante una normativa specifica interna. In Italia infatti il programma di adeguamento delle frequenze radiotelevisive non è stato mai attuato, ma si sono avuti una serie di regimi transitori che hanno portato dei benefici solo ai canali televisivi già esistenti; tutto questo ha avuto il risultato che anche se un’azienda televisiva avesse una regolare licenza,  non sarebbe stata in grado di trasmettere fino a giugno 2009 in quanto non era stata assegnata alcuna frequenza.

Per questi motivi, Centro Europa 7 S.r.l tramite il suo rappresentante legale, si è rivolta negli ultimi anni ai vari tribunali amministrativi, con l’intenzione di far valere i suoi diritti.

Nel novembre 1999 la società ricorrente ha infatti intimato al Ministero delle comunicazioni l’ assegnazione delle frequenze spettanti, ma in una nota del 22 dicembre 1999 il Ministero ha rifiutato la sua richiesta.

Nel 2000 Centro Europa 7 S.r.l  ha depositato una domanda al TAR del Lazio contro il Ministero e RTI (una rete di canali televisivi italiani controllati dal gruppo Mediaset), lamentando che le autorità non avevano ancora assegnato le frequenze radiotelevisive. La domanda è stata rivolta anche contro RTI perché il canale Retequattro era stato autorizzato a trasmettere su frequenze che invece avrebbero dovuto essere trasferite alla società richiedente. Ha quindi operato abusivamente su quelle frequenze.

Il 16 settembre 2004 il Tribunale Amministrativo Regionale ha accolto il ricorso della Centro Europa 7 s.r.l ritenendo che le autorità governative erano tenute all’ assegnazione delle frequenze o in alternativa a revocare la licenza.

RTI ha presentato appello al Consiglio di Stato, ma il 31 maggio 2008 il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso e confermato la sentenza emessa dal TAR. Ha preso atto che nessun termine era stato fissato durante il rilascio della licenza per adottare il programma di ammodernamento elaborato dall’Autorità in collaborazione con il Ministero, ma questo non dispensava il Governo dall’adottare questo programma in maniera rapida ed effettiva.

Le vicende processuali tuttavia non finiscono qua.

Il 23 ottobre 2008 infatti, la società ricorrente, non avendo ancora ottenuto le frequenze, ha proposto un ricorso al Consiglio di Stato nei confronti del Ministero lamentando che la sentenza del 31 maggio 2008 era stata ancora inattuata.
L’11 dicembre 2008 il Ministero ha esteso la validità della licenza concessa nel 1999 assegnando a Centro Europa 7 Srl un unico canale con effetto dal 30 giugno 2009. Con questo atto, il Consiglio di Stato ha quindi statuito nella sentenza n. 243/09 del 20 gennaio 2009 che il Ministero aveva eseguito correttamente la sentenza del 31 maggio 2008.

In una sentenza del 20 gennaio 2009 il Consiglio di Stato , sulla base dell’articolo 2043 del codice civile, ha ordinato il Ministero a pagare alla società ricorrente la somma di euro 1.041.418 a titolo di risarcimento, poichè è stato appurato che in un periodo di dieci anni, il Ministero ha agito per negligenza, per aver concesso Centro Europa 7 Srl una licenza senza assegnarle tutte le frequenze di trasmissione previste.

Il Consiglio di Stato ha sostenuto la presenza di un nesso di causalità tra il comportamento delle autorità amministrative e il danno lamentato, e sul fatto che l’aggiudicazione della licenza di Centro Europa 7 Srl non abbia conferito su di esso il diritto immediato a percepire la corrispondente utilità economica.

Nel parere del Consiglio di Stato, il fatto che le frequenze non erano state assegnate fino al 11 dicembre 2008 è imputabile soltanto alle autorità. Il danno era stato quindi subito in conseguenza di un atto illecito per le quali le autorità  erano responsabili a livello extracontrattuale, riguardante sia la violazione del legittimo affidamento, sia il ritardo nell’assegnazione delle frequenze.

Il 18 febbraio 2009 la società ricorrente ha presentato una nuova domanda presso il Tribunale Amministrativo Regionale, sostenendo che il decreto dell’11 dicembre 2008 con la quale le frequenze le erano state assegnate era insufficiente in quanto, contrariamente a quanto contenuto nei termini della licenza, si trattava di un singolo canale che non consente di coprire l’80% del territorio nazionale. Nel suo ricorso la società ha chiesto l’annullamento del decreto e un risarcimento dei danni.
Il 9 febbraio 2010 la società ricorrente ha firmato un accordo con il Ministero dello Sviluppo Economico (ex Ministero delle Comunicazioni), che si è impegnato ad assegnare ulteriori frequenze in conformità con i termini della licenza, di riflesso, Centro Europa 7 s.r.l si impegna a chiedere la cancellazione del procedimento pendente e ad attendere la concessione dei nuovi canali. Cosa che puntualmente non avviene! infatti l’8 marzo 2011, la società ricorrente ha chiesto al TAR di riconsiderare la questione, chiedendo l’annullamento del decreto dell’ 11 dicembre 2008, ovvero quello con cui le frequenze venivano assegnate, e chiedendo anche, per la prima volta un risarcimento danni del valore di 2,175.213.345€ (due miliardi di euro) valutando gli utili conseguiti da Rete4 e i mancati guadagni causati dalla non avvenuta assegnazione delle frequenze. Europa 7 ha sostenuto che le autorità governative italiane non hanno rispettato l’obbligo assunto di assegnare frequenze supplementari, violando quindi l’accordo firmato il 9 febbraio 2010 

Governo: Il Governo italiano nella sua difesa osserva che alla società ricorrente erano state assegnate le frequenze in virtù del decreto ministeriale del 11 dicembre 2008 e che le eventuali controversie su questo tema erano state risolte dall’accordo bilaterale del 9 febbraio 2010Inoltre, il 20 gennaio 2009 il Consiglio di Stato aveva concesso alla società ricorrente un risarcimento di euro 1.041.418, quindi non c’erano i motivi per Europa 7 di considerarsi ancora vittima all’interno di questa vicenda.  Il Governo sostiene inoltre che il  secondo ricorrente, il signor Francescantonio Di Stefano, non poteva essere considerato come soggetto legittimato ad agire dinanzi la Corte, in quanto non aveva spiegato quale fosse il suo ruolo all’interno della Centro Europa 7 Srl visto che lui non era l’unico azionista della società in questione e che tutte le decisioni amministrative erano state prese nei confronti della sola società e non anche nei suoi confronti. Il Governo contesta infine la richiesta di violazione dell’Art 10 Cedu, sulla libertà d’espressione e contesta anche l’accusa della ricorrente sull’ipotesi di violazione dell’Art 14, ovvero sulla tesi che ci fosse un legame tra la situazione di Centro Europa 7 Srl e Mediaset, un conflitto di interessi che avrebbe causato un trattamento preferenziale verso un canale specifico (Rete 4) ai danni di Europa 7.

CORTE EDU – Il caso arriva a Strasburgo e all’udienza del 12 ottobre 2011 i ricorrenti hanno chiarito la portata temporale della causa promossa dinanzi al Tribunale. In particolare, hanno precisato che le loro denunce riguardano solo il periodo compreso tra il 28 luglio 1999 (la data del decreto ministeriale in cui è stato concessa a Centro Europa 7 Srl la licenza per le trasmissioni televisive) e il 30 giugno 2009 (la data in cui Europa 7 è stata autorizzata ad usare un singolo canale ed è stata in grado di iniziare le trasmissioni). La Corte, pertanto, si è limitata a verificare se nel periodo indicato ci sono state delle violazioni di diritti fondamentali nei confronti dei ricorrenti. La Corte ha poi ricordato che incombe in primo luogo alle autorità nazionali correggere ogni pretesa di violazione della Convenzione. Valutata la questione, la commissione giudicante ha in primo luogo ritenuto inammissibile il ricorso proposto dal signor Di Stefano, poiché non ha fornito alcuna prova per dimostrare che egli era in realtà l’unico azionista della Centro Europa 7 Srl; tutto il materiale portato alla Corte indica infatti che la società ha sempre agito come unico ricorrente, in qualità di persona giuridica che ha partecipato alla gara d’appalto e a cui è stata concessa una licenza di trasmissione televisiva. Conferma di ciò proviene anche dal fatto che tutte le decisioni dei giudici italiani durante i procedimenti nazionali sono stati presi nei confronti della sola società e quindi se ne deduce che il rifiuto di assegnare le frequenze e i procedimenti giudiziari hanno ripercussioni solo sugli interessi della società ricorrente. 

  • In riferimento alla richiesta di Violazione dell’Art. 10 CEDU (libertà di espressione) avanzata dalla società Europa 7, la Corte ha ricapitolato i principi generali stabiliti nella sua giurisprudenza concernente il pluralismo nei mezzi di comunicazione audiovisivi. Come ha spesso fatto notare, “non ci può essere democrazia senza pluralismo, poichè la democrazia vive di libertà di espressione. La libertà di espressione, come garantito dall’Art. 10 CEDU costituisce uno dei fondamenti essenziali di una società democratica e una delle condizioni fondamentali per il suo progresso e i media audiovisivi, come la radio e la televisione, hanno un ruolo particolarmente importante in questo senso per mezzo del loro potere di trasmettere messaggi attraverso suoni e immagini, questi mezzi di comunicazione hanno un effetto più immediato e potente della carta stampata. Una situazione in cui è consentito a un potente gruppo economico o politico di avere una posizione dominante sui media audiovisivi e quindi di poter esercitare pressioni su emittenti ed eventualmente limitare la loro libertà editoriale mina il ruolo fondamentale della libertà di espressione della società. Nel caso di specie la questione che ci si pone è se vi sia stata ingerenza da parte delle autorità pubbliche nei confronti della società ricorrente  al suo diritto di ” diffondere informazioni e idee ” e, in caso affermativo, se l’ingerenza era “prevista dalla legge”.  La Corte ha ritenuto che il rifiuto di concedere una licenza di trasmissione costituisce interferenza con l’esercizio del diritto  garantito dall’Art. 10 della Convenzione.  La mancata assegnazione delle frequenze per la società ricorrente ha privato la licenza di ogni scopo pratico, in quanto l’attività è autorizzata, ma “de facto” impossibile da svolgere per quasi dieci anni. Questo costituirebbe pertanto un ostacolo sostanziale, e quindi un’ingerenza alla libertà d’espressione; per questi motivi si ritiene avvenuta la violazione dell’Art 10 CEDU.
  • Altra richiesta esaminata è quella relativa alla presunta Violazione dell’Art 14 CEDU (divieto di discriminazione), secondo la società ricorrente infatti, il sistema italiano aveva offerto un trattamento preferenziale al gruppo Mediaset, che aveva beneficiato di discriminatorie misure legislative e amministrative adottate in condizioni che implicavano un conflitto di interessi. Ha inoltre dichiarato di aver subito una discriminazione rispetto ad altri operatori poiché con la mancata assegnazione delle frequenze le era stato impedito di entrare sul mercato radiotelevisivo. La Corte ha infatti sottolineato come tale condizione è strettamente legata alla denuncia ai sensi dell’articolo 10 della Convenzione e deve anch’essa essere dichiarata ricevibile.  Quindi anche per l’Art 14, si è avuta la violazione da parte del governo italiano.
  • Stessa sorte anche per l’altra richiesta avanzata dalla ricorrente, ovvero quella relativa alla Violazione del Protocollo 1. Ricordiamo che per il dettato di questo Protocollo, “ogni persona, sia fisica che giuridica ha diritto al pacifico godimento dei suoi beni. Nessuno può essere privato della sua proprietà se non per pubblica utilità e alle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale. Nel caso di specie, Europa 7  ha sostenuto che, per quasi dieci anni, era stata in grado di esercitare i propri diritti in base alla licenza con cui le era stata concessa la radiodiffusione televisiva nazionale, ma il risarcimento che le era stato riconosciuto dai tribunali nazionali non rifletteva in pieno il valore del suo “possesso”. La Corte ribadisce che la nozione di “beni” descritta dall’articolo 1 del Protocollo n ° 1 ha un significato autonomo, che non si limita alla proprietà dei beni materiali ed è indipendente dalla qualificazione formale nel diritto interno. Allo stesso modo, come beni materiali, anche altri diritti e gli interessi attivi che questi determinano, possono essere considerati come “diritti di proprietà”, e quindi come “beni” ai fini della presente disposizione.  L’articolo 1 del Protocollo n ° 1 si applica solo ai beni esistenti, di una persona. Pertanto, il reddito futuro non può essere considerato “bene” a meno che non sia già stato guadagnato o è sicuramente da pagare. In determinate circostanze, un “legittimo affidamento” di ottenere un bene può anche godere della protezione dell’articolo 1 del Protocollo n ° 1. Pertanto, quando un diritto di proprietà è nella natura di un credito, la persona in cui è investito, può essere considerata come avente un “legittimo affidamento” se c’è una base sufficiente per l’interesse nel diritto nazionale, ad esempio, dove c’è una costante giurisprudenza dei tribunali nazionali che confermano la sua esistenza. La Corte osserva anzitutto che dal 28 luglio 1999 la società ricorrente è titolare di una licenza nazionale per la radiodiffusione televisiva terrestre. I giudici amministrativi italiani non conferiscono alla società ricorrente un diritto personale (Diritto soggettivo) nell’intendere queste frequenze di trasmissione, ma solo un interesse legittimo (Interesse legittimo), cioè, una posizione individuale indirettamente protetta, coerente con l’interesse pubblico. Si ritiene pertanto che il legittimo affidamento della società ricorrente, che era legato agli interessi della proprietà, come il funzionamento di una rete televisiva analogica in virtù della licenza, aveva una base sufficiente per costituire un interesse sostanziale e, quindi, un “bene” ai sensi del la norma prevista nella prima frase dell’articolo 1 del Protocollo n ° 1, che è quindi applicabile nel caso di specie e quindi si può affermare la violazione della norma.

Per tutti questi motivi, la sentenza ha previsto che lo stato italiano dovrà versare alla società ricorrente, entro tre mesi, 10.000.000 € (dieci milioni di euro), più eventuali tasse che potrebbero essere a carico, a titolo di danno patrimoniale e non patrimoniale; inoltre dovrà versare entro tre mesi, 100.000 euro (centomila euro) in riferimento ai costi e alle spese sostenute.

L’atto sottolinea come il sistema radiotelevisivo del nostro Paese non abbia rispettato il diritto europeo alla libertà d’espressione, ma non c’è traccia dell’eventuale ipotesi di discriminazione subita da Europa 7 in rapporto a Mediaset e al conflitto di interessi riguardo le leggi varate negli anni per l’allocazione delle frequenze e al fatto che l’emittente televisiva è stata vittima di un vergognoso abuso perpetrato per anni e per questo nessun risarcimento sarà mai abbastanza. Rimane infatti solo questo risarcimento in favore di Europa 7, un risarcimento, che purtroppo pagheremo tutti…

 

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza Centro Europa 7 S.r.l and Di Stefano v. Italy  del 7 Giugno 2012

Parlano della sentenza:

Ansa.it – Italia paghi 10 mln a Europa 7

Repubblica – Europa 7, la Corte europea condanna l’Italia

Corriere.it –  Tv, Europa condanna Italia a pagare

 

 

About Luca Gulino

Nato a Ragusa, dopo il Liceo Scientifico ho deciso di lasciare la mia città iscrivendomi al corso di Giurisprudenza presso la sede di Piacenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore. Qui, grazie alle nozioni apprese e a quelle amicizie che poi si sono trasformate in gruppo di lavoro, è nata la mia collaborazione e l'ingresso nella Redazione di GZero.

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