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Ungheria: da oggi i “panni sporchi” si laveranno fuori dal Parlamento!

Libertà d’espressione – Sentenza Tatar e Faber v. Ungheria, 12 giugno 2012

Ci troviamo nella capitale ungherese, città ieratica che respira più epoche, vaga nei trascorsi dittatoriali, ed indaga ancora il senso di un’dentità, che tra Buda e Pest consuma speranze attraversando un ponte che lega a sé due anime in conflitto.

L’ANTEFATTO – Il 19 settembre 2006 viene diffusa una scottante registrazione risalente al maggio dello stesso anno. Durante una riunione riservata del Partito Socialista, il Primo Ministro ungherese Ferenc Gyurcsány ammette di aver mentito e di aver nascosto agli elettori, al fine di vincere le elezioni, la gravissima situazione del paese, e per di più di non aver fatto alcunché per sanare la situazione. Ciò ha aperto una stagione all’insegna delle proteste e delle manifestazioni contro il Governo, per non parlare poi dei numerosi atti vandalici che hanno disseminato il panico nell’intera città.

Una delle tante vede come protagonisti i ricorrenti Tatar e Faber cittadini residenti a Budapest.

IL CASO – Il 27 febbraio 2007 Józef  Tartar e Károly Faber decidono di manifestare il loro malcontento per la situazione politica ungherese, e così appendono attorno alla recinzione del Parlamento una corda con degli abiti sporchi.

Affermano, tuttavia, ad alcuni giornalisti apparsi sul luogo, che  il significato della loro azione, della durata di 13 minuti, ha carattere esclusivamente simbolico: il fine infatti è quello di appendere e mostrare a tutti la “biancheria sporca” della nazione.

Il gesto non passa certamente inosservato, la polizia multa ognuno dei ricorrenti della sanzione di 250 euro, per il reato di abuso di regolamentazione del diritto di riunione pacifica. L’autorità ha titenuto che l’atto costituisse una “assemblea”.

L’11 luglio 1007  la Corte distrettuale Centrale di Pest conferma la decisione della Polizia, in quanto Tatar e Faber hanno agito in violazione delle disposizioni di legge, omettendo di notificare alla polizia la dimostrazione. Nell’udienza Faber ammette inoltre di aver fatto menzione dell’evento nel sito web.

CORTE EDU – Inutile dire che la ragione che ha spinto Tatar e Faber ad adire la Corte EDU riguaarda l’interferenza ingiustificata con il loro diritto alla libertà d’espressione.

IL GOVERNO –  contesta, da parte sua, l’inesistente notifica per consentire alle autorità di adottare misure per la tutela  dell’ordine pubblico nel luogo della manifestazione, nonchè le prevenzioni di eventuali scontri  o interferenze illecite da parte di terzi. Il Governo fa  leva sul fatto che l’evento fosse stato pubblicizzato sul web, di conseguza il numero di potenziali partecipanti non sarebbe stato, a parer suo, limitatato ai soli ricorrenti.

La Corte EDU, considerando il tempo di durata della performance, 13 minuti, e le modalità di esecuzione della stessa dubita che avrebbe potuto generare un afflusso di gente notevole, giustificando quindi misure specifiche da parte dell’autoriutà.

Precisa inoltre che la Legge sull’assemblea non contiene alcuna norma sul numero di partecipanti, di conseguenza per la Corte vi è stata un’interferenza con il noto diritto alla libertà d’espressione.

La Corte, facendo riferimento ai principi generali, ricorda che la libertà d’espressione può esser sì soggetta a restrizioni, ma queste ultime devono essere interpretate in senso restrittivo.

Ricorda inoltre il fatto che se l’espressione si verifica in uno spazio pubblico non necessariamente trasforma l’evento in un’assemblea. Esaminando gli altri elementi i giudici attestano che, la pubblicizzazione dell’evento sul web, non ha in se alcun aspetto che possa far pensare al reclutamento di partecipanti, lo scopo infatti della performance politica era destinata ad avere un’eco attraverso i media piuttosto che la raccolta diretta delle persone.

Per questi motivi la Corte EDU attesta che c’è stata violazione dell’art.10 della CEDU, e condanna il Governo Ungherese al risarcimento nei confronti di Tatar e Faber di 1.500 euro ciascuno.

La pretesa dell’autorità di soffocare qualsiasi forma di espressione, anche pacifica, si nutre ancora di vecchi retaggi radicati in un modo di procedere nettamente in contrasto con i dettami della Convenzione.

Il testo originale della sentenza è reperibile qui: Sentenza Tatar e Faber v. Ungheria

About Aurora Licci

Studio Giurisprudenza a Piacenza, da quattro anni. Le mie origini sono qualche passo più in là, a S. Maria di Leuca, ultimo scoglio in una terra bagnata da due mari. Un giorno spero di ritornarvi con una barca a vela piena di libri, ma ancora non ho deciso per quale Mare andrò.

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