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La Slovacchia mette a rischio Labsi di tortura e la Cedu la condanna

Tortura e violenze – Sentenza Labsi v. Slovacchia, 15 Maggio 2012

Labsi gira dall’est all’ovest per ottenere protezione internazionale per non tornare nel suo paese di origine l’Algeria, che lo condanna in contumacia per partecipazione ad organizzazione terroristica. Il rischio di subire trattamenti disumani e degradanti è alto e l’espulsione sancita dallo stato Slovacco non può essere legittimata dalla Corte EDU. Viene mantenuto fede all’orientamento del caso Hirsi Jaama vs Italy nel garantire i diritti fondamentali a tutti gli uomini. (leggi Italia condannata per i respingimenti presso Lampedusa)

IL CASO – Labsi è un cittadino di origine algerina in ricerca di asilo in Europa: è partito dall’Italia per poi andare in Spagna, Svizzera, Canada, Pakistan e Afghanistan . Nel 2005 riceve una condanna in contumacia dall’Algeria per associazione in organizzazioni terroristiche e falsificazione di documenti. In Francia ne ottiene un’altra con le stesse motivazioni, riguardo ad un attentato del 1999. Finalmente giunto in Slovacchia prova ad ottenere un permesso di soggiorno, denunciando il rischio di maltrattamento nel caso in cui fosse tornato in Algeria. Ma la Slovacchia visti i precedenti non lo ammette all’interno del proprio paese.

I ricorsi per il diniego del permesso iniziano a Bratislava nel 2006 alla corte di primo livello, poi alla Corte Regionale e nel 2010 di fronte la Corte Suprema: tutti i giudici erano concordi nel confermare la decisione dell’amministrazione a non concedere il diritto di soggiornare. Secondo le corti nazionali la paura di subire maltrattamenti in Algeria era di natura soggettiva e non esistevano comprovate prove nella realtà. Soprattutto non sussistevano ragioni di persecuzione razziale o appartenenza ad un gruppo sociale, di carattere religioso o a causa della sua opinione politica, ragioni necessarie per l’ottenimento dello stato d’asilo ai sensi della legge. Nemmeno il fatto Labsi avesse moglie e figlio di nazionalità slovacca era sufficiente a farlo rimanere nell’ est-Europa.

Nel frattempo il 30 Novembre 2007 viene ordinata l‘estradizione per Labsi: la paura di un rientro coattivo in Algeria aumenta e allora decide di scappare in Austria. Tentativo sfortunato poichè gli agenti al confine lo fermano e lo restituiscono alle autorità Slovacche. Durante l’arresto i poliziotti rilevano solo la sentenza di estradizione del 2006 e lo allontanano. Nel frattempo il 26 Giugno 2008 la Corte Costituzionale ha annullato la decisione di estradizione e riaperto il caso: a seguito delle ricerche fatte e dei documenti provenienti dal Comitato delle Nazioni Unite per i diritti umani, da UNHCR, Amnesty Intenational e altre organizzazioni l’Algeria non poteva essere considerato come stato sicuro dal rischio di maltrattamenti. Inoltre la Corte manifestava sincero timore di nuove accuse alla Slovacchia a seguito della condanna rivolta all’Italia di recente nel caso Saadi. Il 7 agosto 2008 la Corte Suprema ha rilevato che l’estradizione del ricorrente in Algeria non era ammissibile eppure nella stessa data il ricorrente era stato rilasciato.

Sebbene questo nuovo stadio delle indagini, il 22 Aprile 2010 il rappresentante del ricorrente viene a sapere dalla stampa che il proprio assistito era stato espulso a seguito di un comunicato stampa del Ministro degli Interni che dava spazio alla decisione della corte del 2006.

LA CORTE EDU – il 18 luglio 2008 viene presentato ricorso dal rappresentante dal secondo rappresentante di Labsi, Mr M. Hrbáň. La Corte EDU dichiara:

Violazione art.3 – Divieto alla torutra

La Corte dei Diritti dell’Uomo aveva già valutato casi simili negli ultimi tempi. Da ultimo proprio la condanna all’Italia nel caso Hirsi Jaama, una situazione molto simile era avvenuta in Francia.

La Corte di Strasburgo non riconosce le motivazioni della Slovacchia: il governo riteneva di dover dar conto a istanze di sicurezza nazionale ed in più di mantenere fede ad un  obbligo pattizio , ai sensi di direttiva europea applicabile ai paesi dell’area c.d. Schengen, di rispettare la decisione della Svizzera riguardo l’ espulsione per Labsi della durata di 10 anni.

I giudici della convenzione europea dei diritti dell’uomo seppur rilevando l’obbligo in capo agli stati di garantire la sicurezza ai propri consociati, sottolineano la preminenza di un altro dovere nazionale: ovvero di non sottoporre a richio di trattamento disumani qualsiasi uomo o donna che si presenti alle loro porte. Prima di spedire il cittadino verso lo stato di origine sarebbe stato necessario certificare che l’Algeria desse prova di totale affidabilità nel giudicare Labsi: per tanto che fossero garantite le istanze di diritto alla difesa durante il processo, che vi fosse un efficace sistema di protezione e che il rispetto delle garanzie potessero essere oggettivamente verificate attraverso meccanismi di monitoraggio diplomatico o di altro tipo.

Affidabilità resa ancor più dubbiosa dai documenti provenienti dalle ONG che attestavano la pericolosità, non solo dell’Algeria in generale, ma soprattutto del carcere El Harrach, dove verrà spedito Labsi.

 Violazione art.13 – Diritto a un ricorso effettivo

Labsi dichiarava di non aver avuto sufficientemente tempo per presentare un ricorso dopo la sentenza della Corte Suprema, che era stata emessa Venerdì 16 aprile 2010 ordinando la sua espulsione per lunedì 19. In tale situazione, visto il pericolo concreto ed attuale di maltrattamento in Algeria lo stato Slovacco avrebbe dovuto garantire una qualsiasi forma di ricorso atto a tutelare la sua richiesta. L’unico modo esperibile per Labsi era presentare ricorso alla Corte Costituzionale, che non è stato possibile vista la sua espulsione: per tale motivo la Corte dichiara la violazione. 

  Violazione art.34 – Ricorsi individuali

Di solito non siamo abituati a rilevare questa violazione, che però sancisce un altro aspetto del diritto alla difesa degli individui: lo Stato si obbliga a non ostacolare in alcun modo l’esercizio effettivo di questo diritto. Nel caso di specie, l’espulsione aveva danneggiato fortemente la posizione di Labsi per le seguenti ragioni: egli non poteva essere più protetto dallo stato slovacco dai pericoli sanciti dall’art.3 CEDU- divieto alla tortura, sebbene ancora non fosse giunto il verdetto sulla ricevibilità del ricorso dalla Corte EDU; in più i suoi rapporti con il difensore si erano irreversibilmente interrotti, causando una maggiore complessità nel reperire le prove e le memorie necessarie per il processo.

A seguito della certificazione della violazione, alla Slovacchia viene ordinato di corrispondere una somma per risarcimento del danno. Il problema è che ancora Labsi non si riesce a trovare in Algeria. La Corte EDU mantiene coerenza alla propria natura: garantire tutela all’uomo, a prescindere della propria origine ma soprattutto a prescindere da qualsiasi altra causa. Un invito a travalicare le differenze di cittadinanza, che rischiano di porsi come limite all’integrazione mondiale, oggi necessaria vista l’inefficacia dei confini a limitare le persone nel movimento. Una linea sulla cartina può qualcosa contro le gambe di una persona? Proprio per questo lo Stato deve essere sempre pronto ad ospitare nuove persone. In più la Corte fa un passo in avanti, sancisce un livello di rispetto che va al di là dello standard di protezione generalmente richiesto: la tutela va riconosciuta a chiunque, anche a coloro che sarebbe meglio allontanare perchè fonte probabile di pericoli. E’ un insegnamento umano, prima che giuridico: non si può fare un distinguo nella garanzia dei diritti fondamentali dell’uomo, questi appartengono a tutti e derivano dal fatto stesso di esistere. Il compito dello stato che aderisce alla Convenzione Europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo  è quello di permettere il loro esercizio effettivo, sempre.

La sentenza in originale è reperibile qui sentenza Labsi vs. Slovacchia 12 Maggio 2012.

About Teresa Vozza

''Everything has been figured out, exept how to live''- la frase è di Jean-Paul Sartre, cosa ne pensate? Per qualsiasi risposta mi troverete a Piacenza all'università Cattolica del Sacro Cuore, nella facoltà di giurisprudenza.

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