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Cambogia: ancora deportazioni di massa e deforestazioni

La Cambogia è finita, ancora una volta, sotto i riflettori internazionali per innumerevoli casi di espropri forzati da parte delle autorità governative. La questione che va avanti da oltre una quindicina d’anni ha radici lontane: è la conseguenza della distruzione dei registri catastali durante il regime dei Khmer Rossi. Dal 2000 le organizzazioni per i diritti umani come l’Associazione per i Diritti Umani e per lo Sviluppo Cambogiano (ADHOC), la Lega cambogiana per la promozione e la difesa dei diritti umani (LICADHO) e la Federazione Internazionale per i Diritti Umani (FIDH) stimano che più di 800 mila cambogiani, oltre il 6 per cento della popolazione, siano stati cacciati dalle aree urbane o rurali per fare spazio a progetti immobiliari, estrattivi o agricoli. Sgomberi forzati che costituiscono una violazione del Patto internazionale sui diritti economici, sociali e culturali che il Regno di Cambogia ha ratificato nel 1992.

LICADHOIn un rapporto del 2016, la LICADHO afferma che l’assenza di un registro pubblico dei terreni in grado di chiarire i confini delle proprietà demaniali, permette alle autorità di confiscare terre, sostenendo che le famiglie coinvolte vivono in aree appartenenti allo Stato.

Questo fenomeno di accaparramento delle terre da parte delle autorità locali, governi stranieri e multinazionali, chiamato land grabbing sta avendo pesanti ripercussioni sulle popolazioni locali e sull’ambiente.

L’avvocato britannico Richard Rogers ha portato all’attenzione della Corte Penale Internazionale il caso di land grabbing in Cambogia e le sue conseguenze: deportazioni forzate di massa e deforestazioni. Il caso è stato sottoposto alla procuratrice capo Fatou Bensouda, la quale ha ora preso la decisione di includere tra le cause perseguibili anche quelle di devastazione ecologica.

Le organizzazioni per i diritti umani evidenziano le molte situazioni di minacce, intimidazioni e violenze che subiscono i manifestanti, mentre gli attivisti per i diritti umani vengono addirittura uccisi e sulle loro morti vengono svolte indagini sommarie. Numerose testimonianze riportano che le persone che hanno fatto resistenza allo sfratto e gli attivisti sono state cacciati con gas lacrimogeni e manganelli, mentre altri sono stati stuprati, picchiati brutalmente, addirittura uccisi o incarcerati in base a false accuse e infine condannati mediante processi farsa.

Golden_Lions_roundabout_Sihanoukville_Cambodia-minLe morti sospette sono molte, come quella del sindacalista Chea Vichea, leader del Free Trade Union of Workers of the Kingdom of Cambodia, ucciso nel 2004 (FTUWKC). Sotto la pressione dell’opinione pubblica internazionale, che accusava le autorità di inefficienza, sono stati arrestati due presunti assassini Born Samnang e Sok Sam Oeun. Le confessioni sono state loro estorte con la tortura, tanto che Born Sangman ha poi ritrattato pubblicamente. Inoltre vi sono testimoni oculari che li collocano lontani dalla scena del crimine. ll processo è avvenuto più di un anno dopo l’omicidio, mentre i due presunti colpevoli sono rimasti in custodia a Phnom Penh. Il caso è stato ripreso da organizzazioni nazionali e internazionali, tra cui Amnesty International, Human Rights Watch e ILO.

La stessa sorte è toccata all’ambientalista Chut Wutty, assassinato nel 2012: indagine sommaria e caso archiviato senza essere arrivati alla cattura del colpevole. Nello stesso anno è stato assassinato il giornalista Hang Serei Oudom, il quale stava lavorando a un’inchiesta sul disboscamento illegale che vedeva coinvolte le autorità militari.

La lista di omicidi sospetti continua con quello del politico Kem Ley ucciso lo scorso luglio 2016, pochi giorni dopo aver criticato la famiglia del primo ministro Hun Sen in seguito al rilascio del rapporto Global Witness, che ha messo in risalto i ruoli dirigenziali che ricoprono i membri della famiglia, la corruzione e il nepotismo.

A far riecheggiare nuovamente la questione anche in ambito internazionale è stata l’ennesima condanna a Tep Vanny l’attivista più nota della zona di Boeung Kak, a Phnom Penh, che un tempo era un grande e suggestivo lago, oggi interrato per fare spazio a progetti edilizi, come riportato da Internazionale. Tep Vanny, in febbraio è stata giudicata colpevole per incitamento alla violenza e aggressione alle forze di sicurezza, mentre tentava di consegnare una petizione a Hun Sen relativa alla disputa sui terreni. Durante il processo, ripreso dopo numerosi rinvii, non è stato garantito il principio del contraddittorio: da un lato, infatti, il procuratore del tribunale si è limitato a leggere le dichiarazioni identiche, presumibilmente scritte dai poliziotti, testimoni dell’avvocato e del procuratore, dall’altro, all’attivista è stata addirittura negata la possibilità di testimoniare. È stata condannata a due anni e sei mesi di reclusione e una multa di cinque milioni di riel (circa US $ 1.250), nonché risarcimenti del danno di quattro milioni di riel (circa US $ 1.000) a una parte offesa e cinque milioni di riel alla seconda. Non è stata fornita alcuna prova per giustificare tali indennizzi. La condanna è arrivata malgrado diversi testimoni oculari sostenessero che né Vanny né gli altri manifestanti avessero commesso azioni violente.

Gli uomini che l’hanno denunciata, appartenenti all’unità di sicurezza Daun Pehn, nota ai media locali per la sua violenza, si sono rifiutati di rilasciare interviste. Ha parlato solo il loro capo, il quale ha dichiarato che la sua unità non voleva ricorrere alla violenza e che i video che riprendono queste scene sono stati ripresi da un’angolazione che dà un’immagine sbagliata.

L’attivista ha dichiarato che i tribunali non agiscono secondo coscienza e che il suo caso è stato usato per intimidire altre persone e spingerle a non protestare. Donne e bambini hanno organizzato un sit-in di protesta in difesa dell’attivista, davanti al tribunale, ma sono stati cacciati e alcune di esse sono state ferite dalla polizia. Dei passanti sono intervenuti per fermare le violenze sulle donne inermi e sono stati a loro volta picchiati.

Questa grave situazione non accenna a migliorare. Le organizzazioni per i diritti umani cambogiane chiedono l’intervento di autorità internazionali per fermare le violenze e gli espropri forzati e vengano garantiti diritti fondamentali.

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