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Intercettazioni e rispetto dell’obiezione di coscienza: due condanne per la Turchia

Doppia condanna per la Turchia: la CEDU boccia il sistema delle intercettazioni  e svela le violenze commesse dai militari turchi contro un obbiettore di coscienza

bandiera TurchiaLo scorso 7 giugno la Turchia ha ricevuto ben due condanna da parte della Corte europea dei diritti dell’uomo, confermandosi tra gli Stati del Consiglio d’Europa più richiamati da Strasburgo.

Tra i ricorsi più importanti, quello presentato nel caso Karabeyoglu c. Turchia da un pubblico ministero turco, sospettato di far parte dell’organizzazione eversiva Ergenekon; le sue utenze erano state sottoposte ad intercettazione telefonica per diversi mesi. Il Giudice europeo ha colto l’occasione per bocciare la normativa delle intercettazioni telefoniche prevista in Turchia: all’intercettato non è fornito alcun rimedio interno col quale contestare l’eventuale illegalità dell’intercettazione stessa; non esiste infatti in Turchia un alcuna organismo che abbia il potere di esaminare la compatibilità della misura di sorveglianza con i requisiti della Convenzione europea e, nel caso, fornire una riparazione a chi è stato intercettato illegittimamente. Ciò detto, l’intercettazione in sé è stata ritenuta comunque compatibile con la Convenzione europea, perché era conforme alla legge turca e rispondeva a fondanti sospetti nei confronti del magistrato; diversamente l’uso delle intercettazioni nel procedimento disciplinare (e non in quello penale, archiviato) hanno integrato una violazione del diritto al rispetto della vita privata del ricorrente perché in violazione della stessa legge turca.

Invece, nel caso Enver Aydemir c. Turchia un obiettore di coscienza turco, pluriprocessato e detenuto per essersi rifiutato di svolgere il servizio militare obbligatorio, ha visto accolto il suo ricorso: durante la detenzione come disertore, i superiori e diversi commilitoni lo hanno vessato e umiliato, costringendolo a dormire nudo su un letto spoglio e pestandolo, la mattina dopo, allorché si rifiutò di indossare la divisa militare. Per quelle violenze, refertate dai medici, la Turchia è doppiamente responsabile: da un lato, perché era responsabile della salute del prigioniero – la detenzione crea una situazione di particolare vulnerabilità per il soggetto costretto – dall’altro perché gli inquirenti non hanno svolto seri sforzi per assicurare alla giustizia i responsabili. Pertanto, è stata accertata la violazione dell’articolo 3 (proibizione di trattamenti inumani e degradanti) della Convenzione europea. Invece, la Corte europea ha ritenuto che non ci fosse stata alcuna violazione della libertà di pensiero, coscienza e religione dell’obiettore (articolo 9 della Convenzione), perché la sua scelta morale di non prendere le armi non era dettata da motivazioni religiose.

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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