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Il caso Cucchi: un impasse democratico pronto ad esplodere in Corte europea

Il caso di Stefano Cucchi rappresenta il fallimento di uno Stato democratico.

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Sintesi provocatoria di IndiVanados – Rivoluzionari del divano

In soli 7 giorni di custodia cautelare presso il carcere di Regina Coeli, il giovane geometra romano muore. Le indagini fanno emergere che tra 15 Ottobre ed il 22 Ottobre 2009 qualcosa è successo: Stefano perde 6 chili (da 43 a 37 kg) e le indagini suggeriscono sarebbe stato picchiato da parte degli agenti di polizia e non avrebbe ricevuto le cure mediche adeguate, profilandosi un abbandono terapeutico. In primo grado La Corte d’Assise manda assolti gli agenti di polizia ma condanna per omicidio colposo alcuni medici. In appello sono mandati tutti assolti per insufficienza di prove. Così il 31 Ottobre 2014, data dell’esplosione di un (nuovo) dibattito mediatico in attesa della pubblicazione delle motivazioni della sentenza.

Non esiste una facile soluzione che spieghi ora quella morte ora l’impunità della stessa. Sono scettico alle soluzione facili e immediate, buone ad animare ed provocare un dibattito, ma non certo a risolverlo. Gli imputati non potevano essere condannati per il sol fatto che serve un colpevole a riparare questa morte, così assurda da pretendere umanamente, prima ancora da premettere naturalisticamente, un responsabile: se i giudici, letti chilometri di atti e ascoltati esperti e testimoni, avevano ancora un ragionevole dubbio sulla loro colpevolezza, ben hanno fatto ad assolvere e bene faranno, anche in Cassazione, ad assolvere. D’altro canto, un morto c’è, e certamente non si è ucciso da solo e nemmeno ha fatto qualcosa perché (legittima difesa? Uso legittimo di armi?) potesse esserne privato. La sua morte è inaccettabile e supera qualunque, giuridica e civile, giustificazione: è inaccettabile che, nell’evidenza di una simile violenza di Stato, tutto sia archiviato in una tragica fatalità e si stenda un velo di impunità.

Qui il peso di un impasse democratico: non c’è nessun colpevole oltre ogni ragionevole dubbio ma, d’altro canto, un Paese ha scoperto un cadavere in una stazione di polizia, e tutto depone per un omicidio di Stato degno delle peggiori dittature sudamericane: fare giustizia in questo caso è un’esigenza di civiltà, prima ancora che una riparazione per i parenti della vittima.

La Cassazione si chiederà chi ha ucciso Cucchi oltre ogni ragionevole dubbio, e la sua risposta potrebbe essere la medesima della Corte d’Appello oppure totalmente diversa. Ma è un altro, pesantissimo, interrogativo, che a questo deve aggiungersi: lo Stato italiano è colpevole di questa morte e della conseguente impunità? La domanda, oltre che politica, è giuridica: esiste un giudice infatti, la Corte europea dei diritti dell’uomo, davanti alla quale lo Stato italiano potrebbe essere chiamato a rispondere di questa vicenda. In tal senso si sono già espressi gli stessi legali dei genitori di Stefano Cucchi.

Stefano Cucchi era privato della propria libertà personale, in quanto sottoposto a custodia in carcere. Era stato colto in fragranza a acquistare sostanze stupefacenti, e la sua detenzione era legittima. Ma né i pestaggi né le cure mediche inadeguate erano incluse nel pacchetto previsto dalla legge. Chi è privato della libertà dalla collettività deve essere anche protetto dalla collettività: esiste un vero e proprio obbligo di protezione dello Stato verso i detenuti, che tiene conto del particolare grado di vulnerabilità di chi non è più padrone di muoversi, di badare a sé stesso senza l’assistenza di un funzionario (come arriverebbero altrimenti il cibo e l’acqua in cella?) né tanto meno di fuggire, e non per sottrarsi all’autorità ma per evitare un pestaggio dell’autorità. Tale obbligo discende dal diritto alla vita e dal divieto di trattamenti inumani e degradanti e  si riconnette ad un altro obbligo positivo: prevenire, indagare e reprimere violazioni del diritto alla vita, perché questo sia garantito senza ipocrisie. Tutto ciò rientra nel nocciolo duro della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.

L’Italia ha indagato e punito gli autori di questo omicidio avvenuto su chi doveva custodire e proteggere? Ad oggi, all’evidenza, la risposta non può essere che negativa. C’è un omicidio pubblico di cui non si conoscono gli autori. L’Italia dovrà certamente rispondere e della qualità delle sue indagini e dei giudizi processuali: se gli inquirenti avrebbe dovuto indagare più di quanto non abbiano fatto oppure i giudici dovevano ragionevolmente considerare più di quanto non abbiano considerato, in entrambi i casi la collettività dovrà risponderne. A Strasburgo, davanti ad un giudice dei diritti umani.

 

About Marco Occhipinti

Nato a Ragusa, laureato a Piacenza, oggi sono praticante avvocato a Verona in uno studio specializzato nella tutela dei diritti umani. Scrivo su Diritti d'Europa dal 2012 e mi ostino a sognare un'Europa di diritti.

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