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Strasburgo. Condanna della Turchia per la strage di curdi del 1994.

Stravolta la versione turca: la responsabilità non è del PKK.Intanto Erdogan e Barzani progettano la pace

Il 26 marzo 1994 due villagi turchi, Kushonar e Kocagi, venivano bombardati e 33 persone morivano, tra cui donne e bambini e alcune altre rimanevano ferite. Per anni le autorità di Ankara hanno puntato il dito contro il PKK (Partito dei lavoratori del Kurdistan), un’organizzazione molto attiva nella parte sud orientale della Turchia, fondata alla fine degli anni 70 per rivendicare l’indipendenza del Kurdistan dalla Turchia e considerata terroristica nella comunità internazionale. In queste terre sono frequenti le lotte tra forze armate dello stato e agenti del PKK, soprattutto tra le montagne, ma spesso chi ne fa le spese sono gli abitanti. Come è successo a questi due villaggi della provincia di Sirnak, al confine tra Iraq e Siria. I parenti degli uccisi non hanno accettato la versione del governo, hanno contestato che i residenti dei villaggi avessero rapporti con il PKK e hanno accusato il governo di aver ordinato l’attacco degli aerei militari quel giorno di primavera.

PKK

Oggi il caso è esaminato dai giudici della Corte Europea dei diritti dell’Uomo, che ribalta la versione del governo turco: la strage fu strage di stato. La responsabilità della morte dei 33 curdi è da imputare allo Stato Turco e non al PKK. Questo il nucleo essenziale della pronuncia rilasciata in data 12 Novembre 2013, che pone in capo allo stato turco l’obbligo di risarcire i parenti delle vittime, ricorrenti dinnanzi alla Corte, di 2,3 milioni di Euro a titolo di danni morali. Una decisione non ancora definitiva, appellabile da Ankara entro 3 mesi, dinnanzi alla Grande Chambre.

A far cadere la versione turca dell’accaduto è stata soprattutto la non trasparenza con cui il Governo ha gestito la vicenda, sia nell’immediato, dopo la tragedia, sia successivamente alla promozione del ricorso a Strasburgo da parte dei sopravvissuti. In particolare, essi hanno lamentato la carenza di aiuti del governo e la mancanza di umanità nel forzare le vittime a testimoniare la morte dei loro cari e la distruzione delle case.

Inoltre lo Stato turco non è stato in grado di fornire per lungo tempo i dati richiesti dalla Corte riguardanti i registri di volo dei propri mezzi militari, disattendendo l’obbligo di collaborazione con la Corte previsto dall’art 38 Cedu.

I giudici hanno  accertato la fondatezza delle censure dei ricorrenti e hanno riscontrato diverse violazioni della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Riguardano in primo luogo il diritto alla vita, tutelato all’art 2 Cedu. Le testimonianze oculari di alcuni civili e l’accesso ai registri di volo (rilasciati solo nel 2006) hanno sbrogliato la matassa: la morte di tanti civili è stato opera di aerei militari e non del PKK. Una verità tanto scomoda è così emersa parecchi anni dopo l’accaduto. A tal proposito la Corte ha messo in evidenza che le testimonianza raccolte dal governo durante le indagini degli anni precedenti erano inattendibili perché coinvolgevano persone non residenti nei villaggi bombardati, mentre quelle residenti erano state interrogate da agenti militari e non da un giudice imparziale. Sulla base di queste considerazioni la Corte ha accertato la responsabilità della Turchia per la morte dei 33 curdi e l’insufficienza delle indagini condotte dalle autorità sull’attacco per accertarne dinamica e responsabilità. Infatti, data l’enormità d’informazioni e prove disponibili a favore della tesi dei ricorrenti, la Corte non ha potuto che constatare la mancanza di volontà dell’autorità nazionale di stabilire ufficialmente la verità.

Un’altra rivelazione agghiacciante ha portato la Corte a condannare la Turchia anche per aver perpetrato trattamenti inumani e degradanti in violazione dell’art 3 Cedu. Molti fra i ricorrenti avevano assistito alla morte dei loro congiunti ed erano poi stati costretti a raccoglierne i resti per la sepoltura, e talvolta a riporli in sacchi di plastica per poterli seppellire in una fossa comune. Tutto senza alcun aiuto da parte del governo. Ciò dimostra una totale mancanza di umanità.

La Corte Europea dei diritti dell’uomo ha indicato anche le misure da adottare affinché le responsabilità di questo tragico evento siano definitivamente stabilite, attraverso l’avvio di un’efficace indagine penale che tenga conto di tutti gli elementi rilevanti, in passato celati.

E’ l’ennesimo caso emblema della lotta che si consuma da anni nel sud-est della Turchia: Governo e PKK sono i protagonisti e i cittadini, uomini, donne e bambini vittime innocenti nel mezzo, abbandonate a se stesse. Questa vicenda ricorda la strage di Uludere, avvenuta nel 28 Dicembre 2011. Un drone Predator dell’esercito turco colpì un gruppo di persone scambiate per militanti dell’organizzazione autonomista PKK mentre attraversavano il confine tra Iraq e Turchia. I morti furono 34 e il governo turco lo definì un “incidente operativo”.

strage di Uludere

Quest’ultima pronuncia della Corte Europea di Strasburgo giunge in un momento particolare nella storia di una guerra che oppone turchi e curdi dal 1984: il 16 Novembre 2013 vi è stato l’incontro tra il premier turco Recep Tayyip Erdogan e il capo del Kurdistan iracheno, Masoud Barzani, a Dyarbakir, nel Sud-est turco a maggioranza curda. L’avvicinamento tra i due leader dovrebbe aprire a una risoluzione del conflitto o almeno alla presa in considerazione di soluzioni più moderate di gestione del conflitto.“Stiamo costruendo una nuova Turchia, insieme a tutti i gruppi etnici e religiosi – ha affermato Erdogan– non ci saranno discriminazioni, nè assimilazioni in questa nuova Turchia”. L’idea quindi è rilanciare i negoziati per creare una nuova Turchia, dove non esistano più separazioni tra turchi e curdi, costate così tanto dolore in tanti anni di conflitti. Vedremo se il processo di pace avrà uno sbocco effettivo oppure se resteranno vane parole.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza Benzer and Others v. Turkey del 12 Novembre 2013

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