Home / I diritti nel Mondo / Africa / Tanzania: storie di ordinaria violenza

Tanzania: storie di ordinaria violenza

Giugno di un anno fa. Un gruppo di uomini armati irrompe durante un convegno. Un dottore è prelevato a forza, incappucciato e malmenato con pugni e spranghe mentre viene trasferito in una località ignota. Là i suoi sequestratori discutono su quale sia il miglior modo per eliminarlo: iniezione letale o investimento?

1sAlla fine la decisione è presa. Lo portano nella foresta e lo abbandonano legato mani e piedi in una buca. Difficile immaginare cosa si possa provare in simili momenti, ma il medico deve farsi forza o sa che non avrà altre possibilità di sopravvivere. Si finge morto e spera. I rapitori abboccano e dopo circa mezz’ora che sono andati via il dottor Stephen Ulimboka riuscirà a liberarsi della corda attorno ai piedi e, con molta fatica, arriverà a una stazione di polizia. Infine verrà curato in ospedale.

Il luglio successivo un giornale locale, il Mwanahalisi, pubblicherà la sua storia.

Verrà messo al bando. A fine 2012, il giornale rimane al bando per aver pubblicato articoli sediziosi e capaci di minare la pace.

Questa storia, in un altro contesto, potrebbe essere la trama di un film di Hollywood.

In Tanzania è quasi una storia di ordinaria repressione. Infatti, il dr. Ulimboka non è un dottore qualunque che per qualche artificio artistico ha sfidato il malvagio di turno, bensì il leader di un acceso sciopero indetto dalla sua categoria, i medici.

A un anno di distanza possiamo contare i segni sul volto del dottore e cercare di trarre un bilancio. La repressione nei confronti degli avversari politici sta crescendo e le violenze denunciate sono in aumento. Ultimo di una lunga lista è stato il lancio di una granata, durante un rally organizzato dal partito Chadema nella città di Arusha, che ha ucciso 4 persone: nessuno è stato indagato e le indagini continuano.

Stupisce associare questi infausti eventi alla Tanzania. La nazione è sempre stata considerata in pace. Libera da guerre etniche o religiose. Il presidente degli Stati Uniti Obama, confidando nella sua stabilità, ha inserito questa nazione nel suo tour per l’Africa. Eppure il quadro che emerge è quello di una nazione solo apparentemente in pace. Una tranquillità che è solo nervosa attesa di un boia. Dal Kilimanjaro al Serengeti la sensazione che si prova non è di sicurezza, ma di paura.

Il Chama cha Mapinduzi, il partito egemone dal 1992, si presume abbia il terrore di perdere le prossime elezioni nel 2015, come molte proiezioni di analisti suggeriscono, perciò porrimagesebbe gravi atti intimidatori contro i suoi avversari. Ovviamente tutto ciò è seccamente smentito dal governo che si dichiara pronto a trasferire il potere a chi gli elettori sceglieranno.

Un dato di fatto è che non pochi nutrono perplessità per come vengono gestite le indagini e le investigazioni: in molti casi non solo non si arriva a una spiegazione di ciò che è successo, ma non si conosce neanche il destino di coloro che hanno subito violenze.

La Tanzania è parte contraente della Convenzione Internazionale sui diritti civili e politici.

Il recente impegno nel disattendere gli obblighi che si è assunta è preoccupante.

Sopratutto se la si colloca in un’area dove la mancanza di stabilità può generare genocidi da un momento all’altro. Far saltare meccanismi di tutele già deboli per loro natura non porterà a maggiori tutele date dallo stato in uno spasmo di trionfale vittoria della costituzione sul diritto internazionale. Allo stesso modo sarebbe assurdo chiedere alla comunità internazionale di occuparsi attivamente della questione, giacché l’utilizzo di embarghi o sanzioni è molto probabile che non produca altro che una radicalizzazione della violenza (fornendo, magari, il pretesto al governo di essere accerchiato da nemici, su cui la popolazione può incanalare il suo odio) e un aumento della povertà.

Una risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ ONU è pari modo impensabile: nemmeno i membri permanenti sono scevri da simili violenze (1). L’unico mezzo, fuori dalla pressione economica e dall’intervento militare, parrebbe essere quello della pressione politica. Il suo limite è, però, quello di funzionare solo se viene considerato realmente efficace. Un governo che non si preoccupa di tutelare tutti i suoi cittadini, può davvero essere cosi recettivo?

Conclusioni:

La situazione della Tanzania non è semplice. Le imminenti elezioni e l’aumento della violenza, casualmente a danno degli avversari politici, non possono essere considerati come due dati non correlati. La reazione più conveniente dovrebbe essere quella di cercare di isolare il “bullo”, in modo che non si senta forte, ma i mezzi tradizionali non paiono adeguati a realizzare ciò.

(1) È vero che due errori non fanno una ragione e che una violenza non assolve un’altra violenza, ma il politica, purtroppo, spesso accade che sia così.

Link per approfondire:

http://www.thejournalismfoundation.com/2012/08/tanzania-media-under-threat-dr-ulimboka-beaten/

http://www.bbc.co.uk/news/world-africa-18671315

About Riccardo Varisco

Laureando in informatica giuridica presso la facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica, sede di Milano. Appassionato di scienze naturali e strategia militare.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top