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Ungheria: Il TFR di un ex pubblico dipendente può risanare uno Stato in crisi?

Diritto al rispetto della proprietà privata – Sentenza N.K.M. v. Hungary, 14 Maggio 2013

È nel sentire comune che gli sforzi di una vita meritino di essere ripagati prima o poi. Lo stato di crisi attuale ci ha però abituati a non avere aspettative e sprona ognuno di noi a dare forma da sé a quella cosa oscura che chiamiamo futuro, costruendo giorno dopo giorno e con i propri sforzi le occasioni del successo, per evitare di trovarsi impreparati se qualcuno un giorno dovesse decidere di darci il benservito.
Spesso però, non senza motivo, si confida in quello che almeno si ritiene esserci dovuto: allora come si atteggia un’aspettativa legittima di fronte alla necessità di vederla poi sacrificata in nome di esigenze superiori come quella dell’interesse pubblico? Sicuramente non è una pillola che si digerisce facilmente quella di veder tassato il proprio trattamento di fine rapporto al punto che ne rimanga poi una misera percentuale al di sotto delle nostre aspettative e che questo accada per risanare le finanze di uno Stato che è lo stesso che ha deciso di licenziarci.

IL CASO –  La Sig.ra NKM è una cittadina ungherese che per ben trent’anni ha lavorato al servizio di un ministero. Nel mese di maggio del 2011 viene licenziata: il suo licenziamento costituisce parte integrante di un’ondata di misure analoghe che in quel periodo ha investito tutto il pubblico impiego. Lo stipendio le viene comunque garantito per i primi due mesi successivi al licenziamento e, in ottemperanza con la disciplina interna doveva esserle corrisposto un trattamento di fine rapporto (TFR) complessivamente pari a otto mesi di stipendio e a una somma non specificata corrispondente a un periodo di ferie non godute. L’indennità in questione assume le vesti di un vero e proprio emolumento retributivo per la prestazione complessivamente resa la cui corresponsione è differita la momento della cessazione del rapporto di lavoro. Rientra proprio nella logica del TFR che il lavoratore che non possa più contare su una stabile fonte di guadagno possa far fronte alla proprie esigenze anche attraverso questa somma che riceve a titolo di corrispettivo retributivo.
Se solo lo si possa ricevere! Così è accaduto, infatti, alla Sig.ra NKM: i benefici maturati sono stati successivamente tassati al 98% nella parte in cui eccedevano i 3,5 milioni di fiorini ungheresi sulla base di una legge che colpiva in tal senso solo i pubblici dipendenti. Guardando al TFR della Sig.ra NKM questo si è tradotto in un onere fiscale complessivo pari al 52% circa della totalità del TFR. L’importo della tassa in questione non è mai stato erogato alla ricorrente, ma è stato trattenuto dal datore di lavoro e direttamente trasferito alle autorità fiscali. Un gran bel gruzzoletto!

Ma più che per insistere sul quantum, la Sig.ra NKM decide di rivolgersi alla Corte di Strasburgo perché ritiene che la somma che non le viene corrisposta perché trattenuta a titolo d’imposta, costituisce in quella percentuale, in violazione dell’Art 1 del Protocollo n°1 Cedu, una privazione ingiustificata della proprietà. La ricorrente guarda quindi più all’an del mancato pagamento di quella somma che considera del tutto pari a un’ingerenza nel suo diritto di proprietà. Un’ingerenza che trovava sì fondamento in una disposizione normativa che aveva come scopo dichiarato quello della protezione del senso di giustizia della società ma che a parere della Sig.ra NKM non poteva dirsi perseguire un interesse generale e fosse vaga al punto da poter affermare che quell’ingerenza non fosse prevista dalla legge. Sappiamo, infatti, che gli Stati possono disciplinare con leggi l’uso dei beni in modo conforme all’interesse generale o per assicurare il pagamento delle imposte o delle ammende, laddove le ritengano necessarie e questa possibilità non contrasta con quel principio sancito in apertura dall’Art 1 del Protocollo n°1 che afferma il diritto al rispetto dei propri beni e che nessuno può essere privato della sua proprietà se non per l’interesse pubblico e nel rispetto delle condizioni previste dalla legge e dai principi generali del diritto internazionale.

E superando i confini meramente giuridici va inoltre precisato che il ricorso della Sig.ra NKM muove anche da motivi di ordine sociale: il trattamento di fine rapporto sarebbe stato di vitale importanza perché la Sig.ra NKM, disoccupata dopo la cessazione del suo rapporto di lavoro, non ha avuto l’opportunità di prendere provvedimenti volti ad alleviare le conseguenze del suo licenziamento e pertanto, la misura in questione costituiva un onere sproporzionato ed eccessivo nei suoi confronti.

Il Governo non contesta che la mancata corresponsione di quelle somme alla Sig.ra NKM fosse pari a un’ingerenza nel suo diritto di proprietà, tuttavia si tratta di un’ingerenza prevista dalla legge che perseguiva gli scopi legittimi di soddisfare il senso di giustizia e di proteggere le casse pubbliche. Ravvisa, inoltre, una linea di continuità con quanto previsto dall’Unione Europea che ha avviato iniziative legislative contro indennità eccessive il cui importo è spesso di per sé violazione del senso di giustizia della società.
Con l’introduzione di questa tassa speciale il legislatore aveva inteso trovare un giusto equilibrio tra l’obiettivo perseguito e la limitazione dei diritti individuali posto che, in mezzo a una profonda crisi economica mondiale, gli oneri aggiuntivi devono essere tenuti non solo dallo Stato ma anche da parte di altri operatori del mercato.

CORTE EDU – Il concetto di proprietà nel primo paragrafo dell’Articolo 1 del Protocollo n ° 1 ha un significato autonomo che non si limita alla proprietà dei beni materiali. Beni possono essere i beni esistenti o beni, compresi i crediti, rispetto ai quali il ricorrente può sostenere di avere un legittimo affidamento che verranno realizzati. Per la Corte è innegabile che il TFR sia già stato guadagnato o sia sicuramente dovuto e questo lo trasforma in un possesso ai fini dell’Art 1. Il fatto stesso che la tassa sia stata imposta su questo reddito dimostra che è stato considerato come reddito esistente da parte dello Stato. Inoltre, il trattamento di fine rapporto non può essere semplicemente considerato come un bene patrimoniale; data la sua funzione sociale, il diritto all’indennità di fine rapporto deve essere piuttosto visto come una misura socialmente importante destinata ai lavoratori che sono stati licenziati e che desiderano rimanere nel mercato del lavoro.

Il senso di giustizia sociale, in combinazione con l’interesse di tutelare le finanze pubbliche e di distribuire l’onere pubblico soddisfa il requisito previsto dalla Convenzione di uno scopo legittimo e come tale si configura lo scopo della legge alla base della tassazione oggetto d’esame. Tuttavia anche se ha avuto luogo nel rispetto delle condizioni previste dalla legge e nel pubblico interesse, un’ingerenza nel diritto al rispetto dei beni deve sempre trovare un “giusto equilibrio” tra l’interesse generale della comunità e la salvaguardia dei diritti fondamentali dell’individuo. La Corte rileva che la ricorrente, che aveva diritto ad un’indennità sulla base della normativa vigente, è stata sottoposta a una imposta il cui tasso supera di circa tre volte l’imposta generale sul reddito personale. La Sig.ra NKM ha dovuto subire una sostanziale privazione di reddito in un periodo di notevole difficoltà personale, quello della disoccupazione, dovendo supportare un onere eccessivo e sproporzionato. Questo è tanto più evidente se si considera il fatto che la misura mira solo un certo gruppo di individui individuati dalla pubblica amministrazione. Supponendo che il provvedimento impugnato servisse a contribuire al risanamento delle difficoltà economiche dello Stato, la Corte rileva che la maggioranza dei cittadini non era stata invece obbligata a contribuire in egual misura. Pertanto la tassazione non può essere ritenuta ragionevolmente proporzionata allo scopo perseguito. Queste considerazioni permettono alla Corte di concludere che vi è stata una violazione dell’Articolo 1 del Protocollo n ° 1.

La sentenza in originale è reperibile qui:  Sentenza NKM v. Hungary del 14 Maggio 2013. 

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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