Home / Categorie Violazioni CEDU / In Turchia detenzione cautelare e diritto di libertà non viaggiano sullo stesso binario

In Turchia detenzione cautelare e diritto di libertà non viaggiano sullo stesso binario

Diritto alla libertà – Sentenza Mekike Demirci v. Turkey, 23 Aprile 2013

Il caso trae origine da un ricorso presentato alla Corte Europea dei diritti dell’uomo da una cittadina turca, accusata e condannata per il favoreggiamento nei confronti di una organizzazione criminale. Lamenta che la detenzione cautelare cui è stata sottoposta durante le indagini abbia violato l’Art 3 CEDU, posto a divieto di trattamenti inumani e degradanti, e il suo diritto alla libertà contenuto all’Art 5 CEDU nelle sue diverse declinazioni normative.

Il CASO – La signora Mekike Demirci viene prima perquisita a casa e poi arrestata dalla Corte di Sicurezza dello Stato di Diyarbakir per favoreggiamento all’ organizzazione armata illegale PKK (Partito del lavoratori Turchi) sulla base di una testimonianza resa proprio da un presunto membro del PKK. Durante l’interrogatorio la donna confessa firmando una dichiarazione, che poi però la ritratta presentando un ricorso alla Procura della Repubblica e sostenendo di non avere nessun legame con l’organizzazione criminale e di aver firmato la dichiarazione alla polizia senza conoscerne il contenuto. Tuttavia, il giudice decide di trasferire la donna nel carcere di Diyarbakir. Durante questo periodo di detenzione cautelare, viene anche rinviata presso la stazione di polizia per dieci giorni al fine di essere sottoposta a interrogatori. Questa decisione viene contestata  dalla difesa della donna, ma senza successo. Infine, la Corte d’Assise condanna la signora Demirci ad una pena detentiva di tre anni e nove mesi e anche la Corte di Cassazione conferma la sentenza di primo grado.

La cittadina turca, lamenta di aver subito trattamenti inumani e degradanti durante la detenzione cautelare a cui è stata sottoposta durante le indagini del procedimento penale apertosi nei suoi confronti; perciò invoca l’Art 3 CEDU. Tuttavia la Corte ritiene il ricorso inammissibile alla luce di tale norma: non vi sono prove adeguate e sufficienti perché si possa ritenere violato il divieto di trattamenti inumani e degradanti “oltre ogni ragionevole dubbio”, criterio adottato dalla Corte per la valutazione. Inoltre, la signora Demirci lamenta la violazione dei propri diritti tutelati complessivamente nell’Art 5 CEDU.

CORTE EDU – L’Art 5 CEDU tutela il diritto alla libertà, articolandolo su diversi piani: dalla tutela del regolare stato di arresto e di detenzione contenuta nel primo paragrafo, si passa all’informazione sui motivi dell’arresto; poi a seguire la non eccessiva lunghezza della detenzione e la possibilità di un controllo del Tribunale sullo stato di detenzione; per concludere la possibilità di tradurre la violazione di una di tali tutele mediante una compensazione. La Corte prende in rassegna tutte queste declinazioni normative, presentate dalla ricorrente come singole denunce: esclude preliminarmente quella sulla eccessiva lunghezza della detenzione e ritiene non sussista violazione della norma dal punto di vista dell’informazione sui motivi dell’arresto, avvenuta correttamente. Per quanto riguarda le restanti censure, i giudici di Strasburgo le accolgono in buona sostanza, constatando in primo luogo la violazione dell’Art 5.1 CEDU: non dal punto di vista della legittimità dell’arresto e della detenzione, ma in quanto la ricorrente è stata detenuta in custodia per più di otto giorni  nelle mani della polizia solo al fine di interrogatorio e al di fuori di un controllo giurisdizionale efficace. In connessione a tale misura di custodia, non vi è stato un controllo di legittimità appropriato da parte di un organo giudiziario e la ricorrente non ha avuto la possibilità di fare un ricorso interno effettivo a tal proposito. Lo strumento di tutela è risultato inefficace e quindi viene rilevata anche la violazione dell’Art 5. 4 CEDU. Infine, a ciò si aggiunge la violazione dell’Art 5.5 CEDU, poiché manca nel diritto interno turco la possibilità della riparazione per violazione dell’art 5 CEDU, come richiesto dalla ricorrente, che detiene un diritto al risarcimento.

È ormai risaputo che detenzione e diritto di libertà non vanno a braccetto in Turchia: la giurisprudenza della Corte Europea dei Diritti Umani è ricca di violazioni a carico di questo Stato, intensificatesi negli ultimi anni. In questa vicenda, abbiamo la possibilità di osservare la portata dell’art 5 CEDU nella sua articolazione pressoché completa, almeno nelle linee principali. Perciò anche un semplice caso di detenzione cautelare non conforme a tutti i requisiti previsti fornisce gli strumenti per “leggere” a tutto tondo tale importante norma.

La sentenza in originale è reperibile qui :  Sentenza Mekike Demirci v. Turchia del 23 Aprile 2013

About Elsa Pisanu

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

*

Scroll To Top