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Francia: Fino a che punto le autorità possono servirsi delle tue impronte digitali?

Diritto al rispetto della vita privata – Sentenza M.K. v. France, 18 Aprile 2013

Compiere un reato o semplicemente ritrovarsi coinvolti nelle indagini sulla base di un sospetto, per poi essere dichiarati innocenti, produce delle inevitabili conseguenze stigmatizzanti soprattutto se, ai fini delle indagini, la vita privata complessivamente intesa rischia di non essere più tale e si trova a dover necessariamente cedere il passo a esigenze di carattere pubblico.

IL CASO – Il Sig. M.M.K. è un cittadino francese. I fatti che lo vedono coinvolto richiamano la delicata questione del trattamento dei dati personali e nello specifico delle sue impronte digitali. Il ricorrente è indagato per due episodi di furto: un primo episodio  nel 2004, che si conclude in appello con la sua assoluzione e un secondo episodio nel 2005, a pochi mesi dalla precedente pronuncia, che si conclude quasi subito senza ulteriori azioni da parte della Procura della Repubblica di Parigi. In entrambi i casi al Sig. M.M.K. vengono prelevate le impronte digitali. Probabilmente il mancato riscontro con le impronte ritrovate sui libri oggetto del furto deve aver contribuito alla sua assoluzione e alla chiusura in tempi brevi delle indagini a suo carico e in quest’ottica verrebbe quasi difficile lamentare l’uso delle sue impronte digitali o il fatto stesso che gli siano state prelevate ai fini delle indagini. Tuttavia è proprio qui che sorgono le questioni che approderanno a Strasburgo: il ricorrente aveva chiesto al Procuratore di Parigi la cancellazione delle sue impronte digitali dopo l’assoluzione ma, a seguito della sua richiesta, solo i campioni prelevati durante la prima procedura erano stati cancellati sulla base della considerazione che mantenere una copia delle impronte digitali del richiedente fosse nell’interesse di quest’ultimo ai fini di escludere la sua partecipazione in caso di eventuali reati commessi da terzi usurpando la sua identità. Considerazione che sembra non convincere il Sig. M.M.K. che decide di proporre. Il ricorso viene però respinto sostenendo che le impronte dovevano essere mantenute nell’interesse dei servizi investigativi, senza che questo potesse in nessun modo pregiudicare la vita sociale e personale del ricorrente. La conformità alla legge interna e allo stesso Art 8 della Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo delle motivazioni usate per giustificare la conservazione di un campione delle impronte digitali vengono ribaditi anche in Cassazione.
Esauriti i ricorsi interni senza successo il Sig. M.M.K. si rivolge così alla Corte Edu: invoca la violazione dell’Art 8 Cedu rinvenendo nella conservazione dei campioni delle sue impronte digitali una forma di violazione della sua vita privata. Il ricorrente non contesta la legalità dell’ingerenza nel suo diritto al rispetto della sua vita privata, ma la ritiene ingiustificata.

Il Governo ritiene che la conservazione delle impronte digitali non costituisca un’interferenza con il diritto al rispetto della sua vita privata. Si tratta di una procedura prescritta dalla legge che persegue il legittimo obiettivo di tutela dell’ordine pubblico in quanto mira a individuare gli autori dei reati. La raccolta dei campioni di impronte digitali contribuisce notevolmente al successo delle indagini e all’individuazione dei furti di identità e vi sono molte misure di sicurezza attorno alla gestione di questi campioni. Su queste garanzie, il governo afferma che i dati inseriti sono tassativamente elencati e che ai diversi file si può accedere solo dal confronto delle impronte digitali (e non da un nome o da un indirizzo). Il trattamento dei dati è sotto il controllo sia del Procuratore Generale sia di un’autorità amministrativa indipendente.

CORTE EDU – La Corte ricorda che la memorizzazione in un file delle autorità nazionali delle impronte digitali di una persona fisica identificata o identificabile costituisce un’ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata. Per potersi giustificare tale ingerenza deve essere prevista dalla legge. In questo caso la Corte ritiene che l’ingerenza fosse prevista dalla legge e perseguisse uno scopo legittimo: il rilevamento delle impronte e, di conseguenza, la prevenzione della criminalità. Responsabilità della Corte è decidere della rispondenza dell’ingerenza ai requisiti della Convenzione. La legge deve assicurare che i dati raccolti siano pertinenti e non eccedenti rispetto alle finalità per i quali si sono resi necessari, e siano tenuti in una forma che consenta l’identificazione dell’interessato per un periodo non superiore a quello necessario.

Alla base vi è però un rischio di stigmatizzazione delle persone che invece hanno diritto alla presunzione di innocenza: se la conservazione dei dati personali non è equivalente all’espressione di sospetto, è comunque necessario che le condizioni di questa conservazione non diano l’impressione che i soggetti in questione non si possano considerare innocenti e vengano trattati piuttosto come colpevoli. Il rifiuto del pubblico ministero di cancellare i campioni prelevati durante la seconda procedura è stato motivato dalla necessità di salvaguardare gli interessi del ricorrente in modo da poter escludere la sua partecipazione a un reato in caso di furto d’identità da parte di terzi. Tale motivazione sembra potersi dedurre solo da un’interpretazione estensiva delle norme interne che rilevano in materia e la Corte ritiene che accettare tale argomentazione sarebbe come giustificare il deposito dei dati di tutta la popolazione presente sul suolo francese solo ai fini di agevolare tutte le indagini, deposito certamente eccessivo e irrilevante! Inoltre la normativa interna che giustifica il deposito di dati privati è da riferire alle indagini in materia di reati di criminalità organizzata e non ai reati minori come quello del caso di specie.

La Corte ritiene che lo Stato convenuto abbia oltrepassato il suo potere discrezionale in materia: il sistema di conservazione delle impronte digitali non riflette un equilibrio tra gli interessi pubblici e privati ​​in gioco, pertanto assurge a ingerenza sproporzionata nel diritto del ricorrente al rispetto della sua vita privata e non può essere considerata come necessaria in una società democratica.
Pertanto la Corte accerta che vi è stata violazione dell’Articolo 8 della Convenzione.

La vicenda del Sig. M.M.K. fa riflettere sul rischio di rimanere “schedati” per poter essere sollevati da future accuse, per dover quasi fungere da parametro di confronto per scongiurare le ipotesi che qualcuno possa essersi servito della nostra identità per compiere un reato. A colpire è il ragionamento che viene fatto: i tuoi dati vengono conservati in modo che laddove qualcuno si dovesse servire del tuo nome si possa dimostrare agevolmente la tua estraneità dai fatti, ma è una misura che ti tutela trattandoti come se fossi colpevole, senza che l’ingerenza tenga conto che invece sarebbe un tuo diritto che determinate informazioni restassero riservate.

La sentenza in originale è reperibile qui: Sentenza M.K. v. France del 18 Aprile 2013.

About Erika Scorrano

Sono una studentessa fuori sede iscritta al 3° anno della facoltà di Giurisprudenza dell'Università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza, città in cui risiedo durante i mesi accademici.

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