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In Svizzera l’unità di una famiglia vince, alla fine, sulla ragion di Stato!

Rispetto vita familiare – Sentenza Udeh v. Switzerland, 16 Aprile 2013

La famiglia è centro degli interessi di un individuo, chiunque persona sia: detenuto, immigrato, cittadino comune. La vicenda di un cittadino nigeriano immigrato è emblematica: condannato per reati di droga, paga scontando la sua pena, ma da uomo libero deve combattere la battaglia più difficile: riuscire a vivere con la propria famiglia in uno Stato che lo vuole espellere. Teatro di questa ennesima vicenda di battaglie familiari è la Svizzera ma oggi la vicenda è giunta a Strasburgo, davanti alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

IL CASO – Il signor Kinsley Chike Udeh, cittadino nigeriano, cerca di stabilirsi in Svizzera. Prova a entrare nel 2001 sotto falsa identità ma il suo tentativo risulta vano: non sfugge alle autorità svizzere una sua precedente condanna in Austria per reati di droga e di conseguenza la sua domanda di asilo viene respinta. Ha finalmente successo nel 2003 quando sposa una cittadina svizzera, dalla quale ha due figli: il matrimonio gli consente di ottenere il permesso di soggiorno. Nel 2006, è arrestato in Germania per traffico di droga; a seguito della condanna decade il suo permesso di soggiorno svizzero. Il signor Udeh fa ricorso ma viene rigettato sia dal Tribunale Distrettuale di Basilea, sia dal Tribunale Federale. Nel 2008, concessagli un’uscita di prigione anticipata, torna in Svizzera dai suoi cari, poi divorzia anche dalla moglie; in seguito si lega a un’altra donna dalla quale ha un figlio. La famiglia si allarga, come anche la necessità del signor Udeh di continuare a risiedere in Svizzera per stare accanto ai suoi figli, anche quelli avuti dal primo matrimonio, con i quali cerca di mantenere contatti regolari. Tuttavia, nel 2009 le autorità svizzere emettono un ordine di espulsione nei suoi confronti: deve tornare in Nigeria. Inoltre, l’Ufficio Immigrazione emette un divieto d’ingresso sul territorio svizzero fino al 2020.

Il signor Udeh sostiene che l’ordine di espulsione possa pregiudicare i suoi rapporti familiari: tornato in Nigeria, non avrebbe più l’opportunità di esercitare i propri diritti e obblighi di genitore. Il rifiuto del permesso di soggiorno da parte dello Stato svizzero violerebbe una precisa norma di rilevanza europea, l’Art 8 CEDU che tutela il diritto al rispetto della vita privata e familiare. Il ricorso, portato dunque dinnanzi alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, è giudicato ricevibile.

CORTE EDU Una interferenza con il diritto al rispetto della vita familiare può essere ammessa solo a determinate condizioni espressamente previste nell’art 8 CEDU: deve essere prevista dalla legge, giustificata da scopi legittimi espressamente previsti e inoltre necessaria in una società democratica; proprio su quest’ultimo requisito si concentra l’analisi dei giudici della Seconda Sezione della Corte. È pacifico a livello internazionale che gli Stati abbiano il diritto di porre controlli sugli stranieri che entrano nei propri territori, così come possono espellere soggetti stranieri regolarmente soggiornanti che commettono reati. Queste decisioni però sono legittime se proporzionate al fine perseguito e alla presenza di un bisogno sociale imperativo, cioè necessarie in una società democratica.

Nel caso di specie, rileva che il ricorrente ha tenuto un comportamento criminale davvero limitato: è stato condannato per un unico grave reato e successivamente ha tenuto una condotta esemplare, dimostrando di non essere un potenziale criminale recidivo. Inoltre, la sua permanenza in Svizzera tra le varie vicissitudini ammonta in un totale di circa 7 anni e mezzo, tempo considerevole che permette di considerare questo stato il centro della sua vita privata e familiare.

Infine, la Corte considera il rapporto genitore – figli: l’espulsione forzata del signor Udeh rischia di avere un impatto negativo sulle bambine avute dal primo matrimonio poiché crescerebbero lontane dal padre. Infatti, considerata la situazione familiare del ricorrente, sarebbe impossibile conservare l’unità della famiglia e in particolare mantenere integro il diritto al rispetto della vita familiare, che secondo la Corte si sostanzia nel diritto al vivere insieme, principio già affermato nella giurisprudenza della Corte. Perciò, considerati tutti questi elementi, la Corte conclude che lo Stato svizzero abbia oltrepassato il proprio margine di apprezzamento nel caso di specie e dunque con decisione presa a maggioranza, per cinque voti contro due, viene dichiarata la violazione dell’Articlo 8 CEDU.

Lo Stato svizzero viene condannato a pagare 9000 Euro per coste e spese, mentre la sentenza è considerata già in sé un’equa soddisfazione a titolo di danno morale.

DISSENTING OPINION – Due giudici della Seconda Sezione, Jočienė e Lorenzen, dissentono con la decisione emessa dalla maggioranza: ritengono che non sussista la violazione dell’art 8 CEDU. Lo Stato svizzero non ha oltrepassato il proprio margine di apprezzamento nel caso di specie per due principali ragioni. In primo luogo, la condanna avuta dal ricorrente nel 2006 in Germania va considerata in tutta la sua gravità. A tal proposito si deve fare riferimento alla giurisprudenza della Corte: in altre occasioni il traffico di droga è stato considerato una vera e propria piaga, che gli Stati devono affrontare con fermezza per ostacolarne l’estensione. Dunque una tale condanna sarebbe giustificatrice dell’espulsione del ricorrente dallo Stato svizzero. Inoltre, anche se tale atto altererebbe lo status quo della famiglia, il diritto del signor Udeh non subirebbe lesioni: potrebbe esercitare il proprio diritto di visita alle figlie anche risiedendo in Nigeria usufruendo di permessi di soggiorno temporanei.

In conclusione, possiamo notare come le questioni inerenti ai rapporti famigliari diventino spesso centro di questioni giuridiche importanti, tali per cui anche gli stessi giudici della Corte Europea assumono posizioni diverse, in contrasto tra loro. E’ importante preservare la famiglia perché è il nucleo fondamentale della nostra società e anche la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo la tutela in modo pieno e prioritario, come insegna questa vicenda svizzera.

La sentenza in originale è reperibile qui :  Sentenza Udeh v. Svizzera, del 16 Aprile 2013.

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